domenica 26 luglio 2020

Alla ricerca della "natura" perduta - in dialogo con Robert Spaemann

Raccolgo qui in ordine cronologico inverso alcune mie meditazioni sui termini natura e teleologia in dialogo con Robert Spaemann, che ho conosciuto personalmente nei miei anni bavaresi.
(05.08.20) Ci si può chiedere se Cristo non basti, perché sono necessari questi pensieri filosofici sulla natura? Dapprima vorrei dire, come ho pregato questa mattina nell'inno delle lodi dei benedettini, che la testimonianza è fatta di opere e parole e per il filosofo quest'ultime sono necessarie - non sono solo "pensieri", ma sono "compito". Quando passo davanti al Crocifisso spesso gli bacio i piedi, come la donna afferrata dal suo amore di cui parla il Vangelo (Lc 7,36-47). Ma come non parlo in continuazione di mia moglie o dei miei figli, non parlo neppure in continuazione di Gesù. Credo, però, con il vescovo Oster che per sapere a che punto ci troviamo nella nostra vita spirituale bastino due domande semplici: quando hai pensato l'ultima volta con amore a Gesù e quando hai sentito il bisogno di dire (non solo con le parole) ad un altro di questo tuo amore. E credo con von Balthasar che sia una "questione vitale della cristianità attuale" (citato da don Julián Carrón, Il brillio degli occhi, 60) l'essere afferrati da Cristo e non solo l'afferrare determinati contenuti o valori cristiani.

Il dialogo intenso degli ultimi tempi con Adrian Walker ha sollevato, però, con insistenza la domanda sulla legittimità di quel progetto illuminista di superamento della natura, che ha certo modalità diverse e contraddittorie, a seconda del tipo di pensatore che si analizza, ma che oggi ha una portata globale e mondiale, per cui sembra non esserci più alcun accesso ad una natura teleologica come criterio ultimo dell'agire umano. Il pensatore marxista Christoph Menke lo dice a suo modo, come a modo loro Max Horkheimer und Theodor Adorno avevano compreso la necessità di un 'illuminismo dell'illuminismo, di una dialettica dell'illuminismo. Menke: i diritti personali garantiti dal sistema liberale come unico criterio assoluto tolgono all'uomo la sua capacità di rivoluzionare la società in modo politico. Non è il mio interesse farlo, ma in comune con Menke ho l'esigenza di riflettere su questa assolutizzazione operata dal sistema liberale della volontà del singolo (Londra), che di fatto non conosce più una natura dell'uomo, ma solo per l'appunto, la volontà assoluta del singolo, che deve essere mediata con le altre assolutezze.

Spaemann con il suo invito ad un dibattito aperto e sincero sulla natura dell'uomo sembra proporre una cosa dell'altro mondo. Quando tanti anni fa parlai di un progetto di dottorato di ricerca con un filosofo di Heidelberg, mi disse, con parole poco più gentili, che solo quel matto di Spaemann, avrebbe potuto avere interesse al mio tema: e questo è in vero uno dei punti più gravi del progetto emancipatorio illuminista: la posizione che lo contraddice non viene ritenuta sbagliata e degna di un dibattito, ma semplicemente mentecatta. Questo post ha avuto il senso di confrontarsi con alcuni temi senza la pretesa di darne una risposta assoluta, ma neppure senza tacere la rilevanza antropologica estrema del termine cercato: la natura dell'uomo.

(One may ask if Christ is not enough, why are these philosophical thoughts about nature necessary? First of all I would like to say, as I prayed this morning in the hymn of Lauds of the Benedictines, that testimony is made up of works and words, and for the philosopher these are necessary - they are not just "thoughts", but "task". When I pass in front of the Crucified One I often kiss his feet, like the woman grasped by his love of which the Gospel speaks (Lk 7:36-47). But just as I do not continually speak of my wife or my children, I do not continually speak of Jesus either. I believe, however, with Bishop Oster that to know where we are in our spiritual life, two simple questions are enough: when did you last think with love of Jesus and when did you feel the need to say (not only with words) to someone else about this love of yours. And I believe with von Balthasar that it is a "vital question of Christianity today" (quoted by Fr Julián Carrón, The Twinkle of the Eyes, 60) to be grasped by Christ and not only to grasp certain Christian contents or values.

The intense dialogue of recent times with Adrian Walker has raised, however, with insistence the question of the legitimacy of that Enlightenment project of overcoming nature, which certainly has different and contradictory modalities, depending on the type of thinker being analyzed, but which today has a global and worldwide scope, so that there seems to be no longer any access to a teleological nature as the ultimate criterion of human action. The Marxist thinker Christoph Menke says it in his own way, as in their own way Max Horkheimer and Theodor Adorno had understood the need for an Enlightenment of Enlightenment, a dialectic of Enlightenment. Menke: the personal rights guaranteed by the liberal system as the only absolute criterion take away man's ability to revolutionize society in a political way. It is not my interest to do so, but in common with Menke I have the need to reflect on this absolutization operated by the liberal system of the will of the individual (London), which in fact no longer knows one nature of man, but only the absolute will of the individual, which must be mediated with the other absolutes.

Spaemann with his invitation to an open and sincere debate on the nature of man seems to propose something from the other world. When many years ago I talked about a PhD project with a philosopher from Heidelberg, he told me, in slightly nicer words, that only that madman Spaemann could have had an interest in my subject: and this is in truth one of the most serious points of the emancipatory Enlightenment project: the position that contradicts it is not considered wrong and worthy of debate, but simply mindless. This post had the sense to confront some themes without the pretension of giving an absolute answer, but not without silencing the extreme anthropological relevance of the term sought: the nature of man. )


(4.08.20) Non è sufficiente che io sia in armonia con me stesso; devo essere anche in armonia con la mia natura di uomo e questo in una doppia modalità: felicità e libertà si appartengono: "una felicità cui si è costretti, non è felicità" (Spaemann, ibidem 74), ma la nostra autonomia come soggetti è relazionale e così relativa e non è priva di norme. Sia quelle positive che quelle naturali-teleologiche sono necessarie alla nostra felicità ontologica.

Se Christoph Menke ha ragione non avremmo un sistema giuridico che ci aiuti del tutto in questo; un sistema giuridico non è apriori contrario a quello naturale, anzi quello naturale presuppone quello positivo come una sua prima realizzazione: "dapprima è l'esistenza di un ordine giuridico positivo che ci permette di avvicinarci un po' alla volta a cosa sia giusto per natura" (Spaemann, 72). Se non fosse così saremmo nella pura tirannia o nella pura anarchia che non ci permetterebbero di fare quei passi di avvicinamento a cosa sia per natura giusto. Dove c'è uno scontro di interessi in atto, sia anarchico che tirannico, non si ha per lo più la calma interiore per riflettere ontologicamente sul giusto. Allo stesso tempo "Londra" (cfr. la mia meditazione di ieri) non è né Atene né Roma. Ci si può aspettare dalla filosofia, ma non dalla giurisprudenza un'educazione al vero, come accadeva ad Atene e l'obbligo romano, come abbiamo visto, non corrisponde né all'idea di libertà e felicità cristiane né a quella moderna.

La filosofia, anche per Spaemann, non è un sapere assoluto che sa risolvere tutte le questioni; è piuttosto un certo atteggiamento scettico che "resiste", quando ha il sospetto che certe esigenze sono motivate da interessi e non dal vero. Dobbiamo infine chiederci, con tutta la chiarezza possibile: quale interesse si nasconde in questo progetto mondiale di distaccamento (emancipatorio) dell'uomo dalla sua origine biologica e naturale? E dobbiamo porre con chiarezza la questione su chi deve dimostrare cosa. Anche se "Londra" ha fatto alcuni passi decisivi sull'assolutizzazione della volontà dei singoli, pagando il prezzo, afferma Menke, di aver perso la forza politica dei singoli e dei gruppi, è rimasto un certo substrato "naturale" - anche chi argomenta contro la migrazione non ritiene giusto che persone muoiano nel Mar Mediterraneo. Allo stesso tempo, proprio nella questione gender, ci troviamo confrontati con un progetto che vuole relativizzare con forza ciò che quasi tutti ritengono "naturale": il rapporto uomo e donna e l'identità maschile e femminile. Ovviamente dovremmo distinguere la nostra sapienza pedagogica che ci permette di abbracciare anche un ragazzo che si sente una ragazza, dall'interesse di lobbies che con uno sforzo "culturale" enorme vogliono superare ogni relazione alla categoria di "normale". Con coraggio Spaemann afferma che anche se le motivazioni sono cambiate, nel progetto di emancipazione dalla natura umana, fenomeni come il nazionalismo e la postmodernità sono in continuità nel pensare di potere giudicare chi sia un uomo, senza riferimento ad una natura teleologica, che ci dice che anche una persona con handicap è uomo, per il semplice fatto di far parte della natura umana. Oggi con una sopravvalutazione dei nostri "sentimenti" ci riteniamo in diritto di decidere se una vita sia vivibile o meno, se la nostra apparenza biologica sia la nostra o no, senza alcun criterio e norma ultima. L'abolizione dell'uomo può avere la maschera di una dittatura forte, ma anche di un potere solo apparentemente "debole" e/o "democratico".

(3.8.20) Pensieri sul diritto naturale

Negli ultimi anni mi sono rifiutato di parlare di "diritto naturale", perché mi sembrava che non essendoci più evidenze al riguardo, si rischiasse solamente un "guerra civile spirituale" - Robert Spaemann mi aiuta a riflettere e a superare la mia posizione a quattro livelli.

In primo luogo vi è stata sempre una disputa a riguardo di cosa sia giusto ed ingiusto. Di fatto le persone non hanno mai smesso di discutere su questo tema e quello che dicono non ha a che fare solo con il diritto positivo vigente nel loro paese (di fatto a volte lo mettono in discussione) e neppure con i loro interessi (cfr. l'attualità del diritto naturale, in ibidem 60 sg). Insomma non bisogna avere paura di una disputa - bisogna solo evitare violenza fisica (anche psicologica) e fanatismo. Ma bisogna anche evitare di trovare solo dei "compromessi" - questi hanno a che fare con rapporti di potere e non con la verità. E questo vale anche come "resistenza" a quel sistema liberale che in alcuni scritti, riferendomi a Christoph Menke, ho chiamato quello di "Londra" (l'unica verità è quella individuale), a differenza di quelli di "Atene" (verità attraverso il diritto) e "Roma" (diritto come obbligo).

Nella questione del diritto naturale non sono in gioco i valori occidentali - questi possono essere anche solo espressione di relativismo, che è il contrario della ricerca della verità. Con il diritto naturale non stiamo cercando i valori occidentali, ma il "tao" (C.S. Lewis), insomma ciò che tutti riconoscono come indispensabile per l'essere uomano.

Il diritto naturale non è neppure identificabile con i nostri bisogni "naturali" e tanto meno con la loro soddisfazione "cultuale". L'uomo è un momento della natura e della biologia, ha un corpo sessuale e non solo e non primariamente un'identità gender.

Il diritto naturale non si mette in contrasto a priori contro il diritto positivo, anzi riconosce questo, prima facie, come una prima esigenza del diritto naturale. Fino a quando le comunità vivevano ognuna per sé con la propria mitologia cosmica, non è nata l'esigenza teleologica - non naturale! - del diritto naturale. Questa disputa, su cui si litiga e non si cerca un compromesso, è nata con la discussione in una polis tra posizioni di comunità diverse e presupponendo la libertà. Non si può costringere nessuno a riconoscere un certo diritto come "naturale" - perché questa sarebbe una contraddizione in termini. Anche se si fa parte di questa communio antropologica, non perché si eserciti attivamente la libertà, ma per appartenenza biologica - un bambino nell'utero della mamma è un uomo, anche se non sa argomentare la sua appartenenza umana. Lo stesso vale per i bambini che muoiono nelle guerre o nel Mar Mediterraneo.

Etc.

(1.8.20 - Alfonso di Liguori) "È il modo di pensare antropocentrico stesso che minaccia di distruggere l'uomo" (Robert Spaemann, ibidem 54). La dimenticanza della questione teleologica è il passo decisivo di questa distruzione dell'uomo, con conseguenze politiche non superabili da nessuna "teologia politica" (di destra, di sinistra o verde). Non solo l'uomo ha il suo "telos", ma anche la natura, meglio anche le cose e gli animali hanno il loro telos, non solo per noi, "per sé" (coscienza), ma "in sé". Per questo la perdita di una specie, che non avremmo mai veduto nella nostra vita, ci rende tristi. Teleologia significa spiegare fenomeni naturali in modo antropomorfico - ma solo l'antropomorfismo ci può liberare da ogni forma di distruzione antropocentrica. Pensare infine che solo l'uomo agisce con tendenze (verso un telos), mentre tutto l'essere a lui circostante sarebbe frutto di evoluzione casuale, è una forma di "miracolismo", di fronte al quale i miracoli sono estremamente razionali.

Questa problematica filosofica ha una dimensione politica, che Spaemann presenta senza cadere in nessuna forma di "teologia politica" , di destra, di sinistra o verde. La coscienza ecologica fa parte della "vita buona" - Spaemann è stato uno dei pensatori cattolici con più forte coscienza ecologica, anche se ci ha reso attenti a forme di "dittatura verde". Per quanto riguarda destra e sinistra, egli vede il problema legato alla questione della "teleologia" - la destra tende all'inversione teleologica, cioè la riduzione della teleologia a salvaguardia di un sistema: ma la pura salvaguardia di un sistema (nazione...), senza un attenzione ai contenuti della "vita buona", è "nichilismo": anche ciò che vi è di positivo nel "conservare" vive del "nuovo". La sinistra rappresenta quel progetto emancipatorio che non vede alcuna "misura" nella natura teleologica. Ma senza misure il nuovo diventa rivoluzione che si suicida, per parlare con Augusto Del Noce.

Per quanto riguarda i "bisogni": non siamo felici perché tutti i nostri bisogni estetici vengono esauditi (anche a costo delle esigenze di generazioni future), come non siamo religiosi in forza di un bisogno religioso. Il senso religioso non è un bisogno religioso - quest'ultimo è l'inversione del senso religioso, ridotto a "funzione". Il progetto emancipatorio di sinistra tende ad assolutizzare i bisogni, il progetto restauratore di destra invece li nega. Dovremmo trovare anche a questo livello una via di mezzo. E per far ciò abbiamo bisogno sia del concetto di natura teleologico, sia del "diritto naturale", di cui si serve anche la "Laudato si" di Papa Francesco quando al numero 94 afferma: "Il ricco e il povero hanno uguale dignità, perché «il Signore ha creato l’uno e l’altro» (Pr 22,2), «egli ha creato il piccolo e il grande» (Sap 6,7), e «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45). Questo ha conseguenze pratiche, come quelle enunciate dai Vescovi del Paraguay: «Ogni contadino ha diritto naturale a possedere un appezzamento ragionevole di terra, dove possa stabilire la sua casa, lavorare per il sostentamento della sua famiglia e avere sicurezza per la propria esistenza. Tale diritto dev’essere garantito perché il suo esercizio non sia illusorio ma reale. Il che significa che, oltre al titolo di proprietà, il contadino deve contare su mezzi di formazione tecnica, prestiti, assicurazioni e accesso al mercato». Papa Francesco usa il termine "natura" nello stesso modo del filosofo cattolico Spaemann. 

(31.07.20 - Ignazio di Loyola) Perché le pecore che vivono e mangiano sull'argine del mare del Nord sono più "felici" di pecore che venissero allevate in uno spazio ristretto, solo (!) per trarne lana e latte?
Alla domanda si può rispondere solamente se si tiene conto di una natura teleologica. "La discussione del problema teleologico è antica quasi quanto la filosofia. Questo concetto che traiamo dal contesto umano di un azione riguardante una meta o scopo promuove la nostra conoscenza della natura? Così potremmo approssimativamente porre la domanda: Empedocle e Democrito rispondevano ad essa in modo negativo. Platone ed Aristotele in modo affermativo" (Robert Spaemann, Teleologia della natura ed azione, in "Saggi filosofici", ibidem, 41). "Felice" è un antropomorfismo, come lo è in riferimento ad un gatto che gioca con la sua pallina, ma senza questo antropomorfismo ci è difficile spiegare e comprendere un fenomeno del genere. Il "telos" di cui parliamo fa di una pecora sull'argine del mare del nord un soggetto teleologico, che ha insomma un scopo in sé e non solo per noi. Quando questa mattina ho visto una delle tantissime pecore morte sul margine, irrigidita, ho sentito dolore, perché vi è una analogia tra la sua morte e la nostra, in cui diventiamo dapprima cadaveri irrigiditi. Quando le vedo mangiare "tranquille" non posso non pensare ad una "analogia" o "similitudine" con il nostro mangiare: se esiste una natura teleologica, indipendente dal grado di coscienza, allora tutti gli esseri non stanno solo a nostra disposizione, non possono essere solo funzionalizzati per il nostro paradigma tecnico, ma hanno senso in sé.

L'inversione teleologica, cioè la riduzione dell'idea di telos a funzione, si occupa solamente della sopravvivenza o dell'auto-conservazione - ma la pecora irrigidita di questa mattina mi faceva vedere che il suo telos è più di offrirci latte e lana. In quella pecora (che per contrasto ne meditavo la cessazione della vita) si era concretizzato il dono dell'essere e ciò non in modo avaro - quando Dio dona, dona realmente, dona una vita, una sostanza vivente. Le sostanze viventi non sono donate solo per un'auto-conservazione o per lo sfruttamento. Che poi per una "giustizia" (Anassimandro) ciò che nasce deve anche morire non cambia nulla a ciò che sto dicendo. Il senso necessario dell'essere di cui parla Ferdinand Ulrich si concretizza anche nella pecora ed essa partecipa a quell'interezza del dono dell'essere. Robert Spaemann e Ferdinand Ulrich si arricchiscano a vicenda, come ho già detto: la metafora del dono sarebbe senza il termine di "teleologia" debole, perché non sarebbe espressione di una libertà in sé, ma solo dipendente dal donatore, ma come ha spesso spiegato Ulrich il donatore non dona nella modalità di un si e di un no, ma dona così che il dono stesso è "similitudo divinae bonitatis" - la pecora come dono partecipa alla bontà del donatore ed è questo il motivo per cui è bene per la pecora, per il tempo che vive, di vivere sull'argine e non in una gabbia.

L'uomo è più importante di una pecora o di un virus, che possiamo esperimentare come nemico, ma il suo vero rapporto con gli altri esseri non è quello del dominio, ma quello di una simbiosi, in un certo senso reciproca. Questo significa la filosofia teleologica di Platone, Aristotele fino a Spaemann. La filosofia dell'essere come dono arricchisce questo pensiero nel senso che la metafora del dono, presa dall'esperienza quotidiana, ci permette di illuminare anche una discussione "troppo" filosofica e che di per sé sarebbe difficile da comunicare nella sua valenza universale. Il cantico delle creature di Francesco, per usare un altro paragone, ci aiuta ad aprire il cuore e non solo la mente al problema teleologico di cui stiamo parlando.


(Mare del Nord, Bensersiel - foto mia, 31.07.20)



(30.07.20) Emancipazione dalla natura? Una riflessione su tecnica e natura.

La tesi sul tema di Robert Spaemann è la seguente: "Laddove l'emancipazione dalla natura diventa scopo autonomo, nella modalità di un dominio progressivo sulla natura stessa, li accade una ricaduta nel naturale puro" (ibidem, 33) - quindi per Spaemann il naturale puro non è lo scopo dell'agire umano. Il leone che mangia l'antilope è naturale puro, come lo è la zanzara che ci infastidisce. Spaemann è, come abbiamo già detto, interessato alla natura teleologica, non alla natura pura: "Solo dove la natura nell'azione viene conservata nella memoria come misura dell'agire, accade un'autentico sorpasso della natura". Quando Papa Francesco nel punto 90 della "Laudato si'" ci ricorda che non dobbiamo "divinizzare la terra" e che dobbiamo mantenere la gerarchia ontologica, con l'uomo come essere più importante e con più responsabilità, afferma quello che Spaemann intendeva dicendo che la natura pura non è lo scopo ultimo dell'agire dell'uomo. L'uomo si trova e si è sempre trovato in un rapporto di simbiosi responsabile con la natura: una simbiosi che non divinizza la natura, che sa che essa è donatrice di beni, ma anche nemica. Quello che sia per Papa Francesco che per Spaemann è decisivo è il superamento di ogni forma di dominio arbitrario: "amplificazione del dominio sulla natura è anche sempre allo stesso tempo amplificazione del dominio sull'uomo" (Spaemann, 35) - come Francesco ci ha fatto vedere nella sua "Querida Amazonia".

In questo senso tecnica e natura non sono un alternativa: "il tecnicismo compiuto è allo stesso tempo naturalismo perfetto" (ibidem, 36) - con un fucile si può cadere in una dipendenza dalla natura. La natura teleologica di cui parla Spaemann ci aiuta a compiere quell'atto di vera emancipazione dal naturalismo e dal tecnicismo, come libertà - il grande tema della modernità - di rinunciare ad ogni dominio arbitrario, "in un atto del lasciar essere" - insomma la libertà è risposta adeguata al dono dell'essere gratuito, che non viene manipolato per i propri interessi. Dono (Gabe) dell'essere e compito (Aufgabe) nell'agire sono due parole che dipendono intimamente l'una dall'altra La tecnica per questa filosofia cattolica (Spaemann, Ulrich) non è uno spaventapasseri, ma si fa giudicare dalla natura teleologica dell'uomo e della "casa comune", per evitare Hiroshima e Nagasaki e Chernobyl. Abbiamo bisogno di una "nuova simbiosi", che viene "stabilizzata non attraverso l'impotenza dell'uomo, ma piuttosto attraverso la memoria cosciente delle premesse naturali dell'esistenza umana" (ibidem, 37). Il superamento del paradigma tecnocratico e del suo funzionalismo, di cui parla la "Laudato si'" sarà possibile solamente se l'uomo troverà nuovamente quel compasso dell'agire che da Aristotele a Spaemann porta il nome di teleologia: l'uomo non agisce in modo arbitrario e manipolatore, ma al servizio della sua umanità (anche quando agisce in modo tecnico) e

(29.07.30) Hans Blumenberg (cfr. Massimo Borghesi, La terza età del mondo. L'utopia della seconda modernità, Roma 2020) ) ci presenta una „legittimità“ della modernità, che rifiuta o perlomeno problematizza l’idea di secolarizzazione come trasposizione di temi giudeo-cristiani e che si vuole „autoaffermazione di sé“ alternativa a ciò o che al massimo vede la fase della storia passata come un punto di partenza da cui si vuole rivoltare.

Augusto Del Noce e Massimo Borghesi pensano una „legittimità critica“ della modernità che sa ereditare ciò che vi è di positivo in essa - il superamento delle guerre di confessione e l’idea di libertà. 

Robert Spaemann vuole invece difendere l’illuminismo contro l’interpretazione che da di sé (cfr. ibidem, 14) - in un certo senso questo è anche un tentativo di legittimità critica - solo che nel pensatore tedesco l’aspetto critico è molto più forte che, per esempio in Massimo Borghesi. Il progetto di emancipazione illuminista viene visto come un tentativo fortemente errato di comprendere cosa sia l’umano. 

Credo che tutti i grandi filosofi cattolici da me qui citati siano amanti della libertà e non auspicano nessuna forma di fanatismo religioso (in questo senso sono tutti per una „legittimità critica“), ma credo che tutta la questione della legittimità o meno della modernità dovrebbe essere precisata anche in relazione allo „stato di vita del cristiano“ (Hans Urs von Balthasar). I tre consigli evangelici sono in un certo senso la dimostrazione più evidente della falsità del progetto emancipatorio moderno. L’obbedienza versus la riduzione della libertà in libertà di scelta (quella che usiamo in un supermercato); la povertà versus forme di dominio del denaro che creano come contraccolpo la miseria di tanti poveri; la verginità versus l’uso pornografico del corpo. Il merito della „teologia del corpo“ (Giovanni Paolo II) è stato di farci riflettere sul valore sacramentale del matrimonio e sul concetto di responsabilità erotica. Nei miei tentativi di filosofia dei sessi ho espresso forse in modo marcato la dimensione della legittimità moderna, sempre in dialogo interiore con lo stato di vita del cristiano (Balthasar) che con la teologia del corpo (GPII), ma cercando di esprimere la legittimità di un vissuto erotico e sessuale, complementare ma diverso da qualsiasi forma monacale e matrimoniale. La dimensione erotica supera la dimensione monacale e matrimoniale: lo dico senza senza voler legittimare il tradimento o la pornografia. 


Mi sembra certo che la rivoluzione francese e l'illuminismo abbiano contribuito a ridimensionare il potere clericale, ma credo che il vero ridimensionamento sia dovuta allo "stato di vita del cristiano" (Balthasar) che vede una duplicità tra laicità e consigli evangelici e non primariamente tra laici e clerici. Anche la "teologia del corpo" (Giovanni Paolo II), e non solo Papa Francesco, ci hanno offerto gli strumenti di critica del clericalismo, che in verità dovrebbe essere criticato, con Charles Peguy, nelle doppia dimensione di clericalismo clericale e laicale. 


Il progetto emancipatorio della modernità, se non corretto da una critica seria (cosa che tra l'altro hanno tentato di fare anche autori come Theodor W. Adorno e Max Horkheimer), porta con sé un totale attacco allo stato di vita del cristiano e alla vita matrimoniale - nei "Minima moralia" Adorno stesso ha tentato di fare, a suo modo, come critica della spontaneità nel capitalismo, una difesa della virtù della "costanza" (numero 110). 




(28.07.20) Da certo punto di vista si potrebbe pensare che vi sia una differenza grande tra la filosofia dell'essere gratuito di Ferdinand Ulrich e quella della natura teleologica di Robert Spaemann, ma io non penso sia vero; anzi credo che le due filosofie siano del tutte complementari e fanno vedere un sguardo veramente metafisico di entrambi gli autori. In entrambi non vi è nulla di amareggiato, ma un grande tentativo di discernimento nel primo e di comprensione nel secondo. Entrambi sanno che non solo di Dio, ma anche della filosofia, si può dire che il successo non è una categoria garantita. Bisogna anche precisare che gratuità non è arbitrio: il dono dell'essere gratuito ha un suo "senso necessario" (Ulrich). 

Entrambi sono lontanissimi da un tentativo reazionario o restauratore di un tempo felice andato perduto. Per Spaemann la filosofia della restaurazione dopo la rivoluzione francese è speculativamente più forte, ma di fatto si muove nelle gabbia modernista. La filosofia dell'essere come dono, con la sua attenzione alla filosofia della libertà presente, non ha nulla di reazionario. Reagire significa saltellare nella rete dell'altro.  

In un certo senso entrambi fanno resistenza a quel progetto emancipatorio moderno dell'illuminismo, ma entrambi cercano di salvare l'illuminismo senza rimanere fissati nella trappolo della dialettica dell'illuminismo di Adorno ed Horkheimer. Le premesse di questa dialettica sono quelle stesse dell'illuminismo (una natura non teologica dell'uomo) dice Spaemann e le conseguenze sono fatalistiche ed utopiche, pur intuendo il vero: l'illuminismo non basta a se stesso. Lo sguardo di Ulrich è del tutto ontologico, insomma non reagisce all'abolition of the man, ma cerca di discernere cosa è in gioco in essa. Spaemann non è meno metafisico e con la sua idea normativa della natura teleologica sa che solo essa può farci uscire dal dramma di un non potere "rimanere" nella natura, perché la natura è in se "trascendenza", come ha sottolineato Adrian Walker in un dialogo intergenerazionale che stiamo svolgendo in questi giorni con mio figlio Ferdinand. 
(27.07.20) Spaemann non comprende il termine "natura" né in modo naturistico né come "natura pura", ma come un tendere della natura al di là di sé e quindi come criterio per discernere la differenza tra buono e cattivo, falso e giusto, etc. "Dove l'agire si intende conseguentemente come naturale, come può avere la natura la funzione di una norma per discernere il bene dal male, il falso dal giusto, il sano dal malato? Allora succede semplicemente ciò che succede. E al cospetto di ciò repressione o rivolta sono ugualmente naturali. De Sade lo ha espresso per primo in modo conseguentemente radicale" (Robert Spaemann, Saggi filosofici, ibidem, 29). Non possiamo neppure scomodare il tema evangelico della "grazia" per giustificare le nostre azioni cattive e la nostra non voglia di giudicare. Il NT non contiene una filosofica della natura come norma; esso ci ricorda solamente che il nostro desiderio di bene non dipende solo da noi, ma certamente anche da noi: come risposta alla gratuità della grazia.

Facciamo ancora un passo: "La natura la si comprende nel suo andare oltre di sé. Il rifiuto di andare oltre di sé, il richiamarsi alla propria natura per spiegare la propria azione è una contraddizione, se deve trattarsi di una giustificazione. Azioni possono essere giustificate, in quanto esse sono azioni e non un accadimento naturale. Il cosciente rimanere nella natura viene definito da Hegel il "male"" (Spaemann, ibidem 33). Se non si parla in modo filosofico stringente come fa Spaemann, la spiegazione di una certa azione con: "è la natura", può essere forse accettata per dire che noi non possiamo agire in modo tale da poterci dimenticare totalmente che siamo esseri con esigenze corporee. Quale è il dilemma, però, di cui ci sta parlando qui (nella sua citazione) Spaemann? In primo luogo dobbiamo comprendere che "la soddisfazione dell'istinto umano non accade istintivamente, ma deve accadere un'azione cosciente" (a volte certe abitudini ci fanno dimenticare ciò). Nei miei tentativi di teologia dei sessi ho cercato di prendere sul serio il carattere polimorfe della sessualità - dicendo polimorfe dico non "teleologico". Eppure per una crescita spirituale, prima o poi si deve fare un passo oltre la dimensione polimorfe: non quello che mi eccita per natura (ma stiamo parlando ora di una natura non teleologica e che non aiuta a distinguere il bene dal male), ma solo un vero amore gratuito corrisponde al dono gratuito dell'essere e mi permette di amare in modo del tutto gratuito. Non ci si deve scandalizzare della dimensione polimorfe e forse non è neppure necessario confessare sacramentalmente di continuo questi istinti non regolati (o fissarsi su di essi), ma l'azione che segue ad essi, per esempio rapporti sessuali che sono solo soddisfazione di questa dimensione non sono "umani", come non lo è guardare un film pornografico per soddisfare la dimensione polimorfe. La pornografia si serve della dimensione naturale polimorfe, ma non non è "

Una dieta prolungata troppo a lungo può sfociare in una mangiata del tutto non sana; giustificandosi di ciò dicendo che è colpa dalla natura è ridurre la natura a quello che non è. Una natura solo naturale non è la natura di cui stiamo parlando qui. "Che il rimanere nella natura è contro la natura, questo paradosso lo si risolve solamente se si comprende la "natura" in modo teleologico e si comprende l'uomo come un essere costituito dal fatto che per natura sorpassa la natura" (ibidem 32-33).

Con questi pensieri non stiamo giustificando un certo cattolicesimo sessuofobo anni 50 del secolo scorso; credo che non abbiamo bisogno di fissarci solo sulla questione o sulle questioni sessuali, ma credo che necessitiamo più che mai un concetto normativo di natura che non ci renda succubi di quella che (anche) il mio amico Adrian Walker chiama la "dittatura della spontaneità". Alcune spiegazioni psicologiche sono certo d'aiuto per comprendere per esempio un fenomeno come l'onanismo, ma credo che come filosofi dobbiamo accettare la sfida di Spaemann, perché senza un concetto teleologico di natura andiamo con certezza verso ciò che C.S. Lewis chiamava "the abolition of the man".

Questa possibile eliminazione ha a che fare anche con la natura politica dell'essere umano (e non solo con dimensioni individuali). La sfida di Aristotele rimane attuale e secondo me più feconda dell'alternativa di Rosseau, cioè che l'uomo può essere unicamente o un uomo o un cittadino, perché per quest'ultimo natura e storia sono entità incommensurabili. Di fatto la modernità oscilla tra una natura solo cattiva (Hobbes: homo homini lupus est) e una natura solo buona (Rousseau). Anche se si dovrà precisare che per "Hobbes lo stato di natura è già la figura storica della società borghese che vive di concorrenza e non è per nulla naturale" (Spaemann, 31), di fatto, comunque, pur precisando rimane il giudizio: "Dappertutto c'è già una natura depravata" (31). Ovviamente si può allora cadere nella pseudo giustificazione che l'egoismo collettivo stesso sia una tendenza di questa natura inevitabile, ma per nulla "teleologica". Di fronte alla depravazione o al nichilismo dilagante "anche lo Stato non serve più la vita buona, ma salva la vita nuda" (29). Il concetto di natura teleologica è al servizio della "vita buona", non della pura sopravvivenza.

(26.07.20) Non possiamo rinunciare al termine "natura" anche se oggi sembra che essa non abbia alcuna evidenza. Il dibattito, come faceva vedere Robert Spaemann
Non possiamo rinunciare a questa parola, perché senza essa non è possibile definire cosa sia adeguato o non lo sia all'agire o al omettere umano. Lasciar morire migranti nel Mediterraneo non corrisponde alla natura sociale dell'uomo, come non lo è l'uccisione di bambini non ancora nati in un clinica. Etc.

I sofisti, spiega Spaemann hanno insistito sul carattere repressivo della legge ed hanno fatto vedere che la discussione sul rapporto tra natura e legge implica sempre una determinazione del dominio di interessi. Aristotele si è opposto a questa idea, come già si oppose ad essa Platone. Aristotele ci fa comprendere che l'uomo per natura è una animale politico, che sa parlare e comprendere cosa gli altri dicono. Non l'espansione e la affermazione dei propri interessi, ma la comprensione reciproca degli altri uomini è la meta del suo agire.

"Naturale è ciò che non è stato fatto dagli uomini. Ma tutto ciò che fanno gli uomini, in un modo che deve essere precisato, è anche naturale" (Spaemann). Naturale è la nostra inclinazione alla gioia ontologica, cioè alla comprensione che tutto l'essere è dono. Ciò che ci è donato con la nascita è la cosa essenziale (cfr. Friedrich Hölderlin: Das meiste nämlich vermag die Geburt.).

La rinuncia al termine "natura" significa permettere che la natura, cioè per esempio la nostra cosa comune, venga usata e manipolata secondo i nostri interessi. Ciò vale anche per il nostro corpo e per il corpo degli altri. Cosa ciò significhi per l'Amazonia e per il mondo intero l'ho a spiegato in modo radicale e preciso Sua Santità Papa Francesco.

Per quanto riguarda i teologici, però, Spaemann fa far loro una confessione importante: "La spiegazione meccanica della natura, che più tardi sarà accusata di essere atea, ha un origine teologica", (Spaemann, ibidem 23). Se si pensa che "telos" e "coscienza" sono inseparabili, allora solo l'uomo può fare un azione con un telos e solo Dio può dare un telos all'intera natura, che di per sé sarebbe naturale solo in un senso "naturalistico" o "meccanico".

Anche l'opposizione tra natura e grazia, non può sostituire la differenza tra ciò che non è stato fatto da noi e la nostra azione. Il dono dell'essere non è stato fatto da un Dio avaro, che da e non da. La sua creazione è un dono radicale e nel dono stesso vi è la presenza stessa del suo volere, delle sue intenzioni: nei muscoli degli uomini, per fare un esempio, è presente il "telos" senza che Dio o l'uomo pensi a cosa essi servano.

C'è una sovra accentuazione della polarità grazia e natura che ottenebra il fatto che l'uomo è capace di gioia e di amore, di bontà e bellezza. Che non lo sia di fatto non ha che fare con la "natura", ma con la "storia" - la storia del suo coinvolgimento con determinati interessi.

Si tratta ancora di una riflessione come "work in progress", ma volevo fissare alcuni pensieri che sono nati in dialogo con il mio amico americano, Adrian Walker e con mio figlio Ferdinand

martedì 7 luglio 2020

Incontrare l'Islam - in dialogo con Padre Paolo Dall'Oglio SJ

In questo post raccolgo alcune mie meditazioni apparse su Facebook sul libro di Padre Paolo Dall'Oglio (in ordine cronologico inverso), "Innamorato dell'Islam, credente in Gesù", Milano 2009. Si tratta di un lavoro "in progress", con cui cerco di mantenermi unito al gesuita rapito in Siria il 29.7.2013  Aggiungo anche alcune riflessioni su "Collera e Luce", Bologna 2013. L'ordine cronologico è inverso. 




(25.4.23) „Nel battesimo di Gesù si incrociano un avvenimento verticale ed uno orizzontale“ (Balthasar, Antologia-Servais, 206-207). La profondità dell’acqua nell’AT sta per il caotico nell’uomo, che per la Bibbia non è solo „inconscio“, ma anche „peccato“. Balthasar dice che tramite questa azione Gesù solidarizza con il peccato; è interessante che dica con il peccato, non con il peccatore, che viene salvato con il „battesimo di conversione“; il battesimo di Gesù sta all’inizio dei misteri della vita  pubblica di Cristo. Con esso comincia il „movimento di finitizzazione“ (Ulrich) e di „exinanitio“ di Cristo: quel movimento che lo farà essere peccato, senza aver mai peccato. La vita pubblica di Cristo, pur essendoci alcuni momenti trionfali, è fondamentalmente un movimento di finitizzazione, che viene confermato dall’alto, dal Padre: „„Tu“ che cominci la tua discesa fino nella profondità più profonda, „sei il mio Figlio amato“; tu che cominci il tuo percorso di solidarietà e sofferenza vicaria, nella modalità del „Servo di Israele“, che ti porterà a scendere all’inferno, rivelerai così cosa sia l’amore-gratis: frustra et gratis! In questa apertura verticale del cielo su di lui discende lo Spirito: „lo Spirito dell’unzione messianica di  Cristo, lo Spirito dei sette doni, lo Spirito della missione, lo Spirito che porta al Figlio la volontà del Padre: è sospeso su di lui, l’obbediente, ed abita  allo stesso tempo dentro il suo cuore“ (Balthasar) - per quanto riguarda la parola „sospensione“, Balthasar la usa in modo diverso da Ulrich, per quest’ultimo essa è astrazione, per Balthasar è un movimento oscillatorio che non può essere fissato nella res. Fino a qui abbiamo parlato del movimento verticale, ma è necessario anche quello orizzontale, per comprendere l’entrata di Gesù nella storia del mondo. Balthasar considera qui il rapporto tra l’AT e il NT è dice con chiarezza, che „ La fede e il desiderio di Israele cooperano all’arrivo del Patto nuovo e definitivo“ (Balthasar); questo è senz’altro vero, ma alla scuola di Padre Dall’Oglio SJ aggiungerei che ciò vale anche per l’Islam: anche questa fede è donata per comprendere il Patto nuovo e definitivo. Con Cristo l’acqua che Abramo da ad Agar diventa vino (cfr. 21, 14) e con l’Islam, discendente di Ismaele, si ritorna al pane e all’acqua che Abramo ha dato ad Agar; l’Islam non deve forzare nulla in direzione del „pane e vino“ che sono i segni definitivi di Cristo, ma deve essere disponibile, nella propria tradizione, di tenere conto di quella singolarità che il Corano attesta a Cristo stesso (Wael Farouk). Il cristiano potrà festeggiare la Santa Messa con pane e vino ed anche nella vita di ogni giorno, gioire per la possibilità di bere il vino, a cui dovrà rinunciare durante la quaresima, per ricordarsi che il „movimento di finitizzazione“, per il quale la simbologia di pane ed acqua è più adeguata, è ancora in corso. Già e non ancora! E lo Spirito come fuoco si muove comunque dove vuole!  


(27.11.22) Ho letto un articolo molto informato di William Van Wagen, proposto da Aaron Maté nella sua bacheca Twitter, sulla „dirty war“ in Siria e precisamente sul ruolo dei servizi segreti dell’UK, a riguardo del sequestro e l’uccisione del giornalista americano James Foley (il video dell’uccisione del giornalista americano è datato 19.8.2014). L’articolo è apparso il 25.11.22 in „The Cradle“. Questo giornalista aveva con delle sue ricerche fatto vedere che gran parte del popolo siriano non era per nulla contenta dell’opera degli estremisti islamici contro il governo di Assad (per esempio ad Aleppo). Il giornalista Van Wagen riassume così il contenuto del suo articolo: „In breve, James Foley è stato rapito, tenuto prigioniero e poi ucciso da militanti di un gruppo armato che ha ricevuto il sostegno diretto dei servizi segreti britannici. Questi militanti hanno combattuto in una guerra sporca per rovesciare il governo siriano orchestrata da pianificatori statunitensi, tra cui l'ambasciatore Ford. 

Le armi inviate da Ford e dalle sue controparti della CIA sono state date a un altro gruppo armato, Liwa al-Tawhid, che condivideva una prigione con l'ISIS durante il periodo in cui Foley era detenuto lì, e che ha venduto alcune di queste armi al comandante dell'ISIS che allora deteneva Foley. 

Non solo Foley, ma centinaia di migliaia di siriani sono stati uccisi a causa della sporca guerra in Siria condotta da Stati Uniti e Regno Unito. L'assassinio di James Foley è solo un'atrocità tra le innumerevoli di cui Washington e Londra sono responsabili a causa dei loro sforzi per ottenere un cambio di regime in Siria“. Anche Padre Paolo Dall’Oglio SJ è uno di queste persone sequestrate e probabilmente uccise; il padre gesuita riteneva si dovesse fare un discernimento tra gli estremisti islamici, per vedere chi fosse, tra di loro, davvero interessato ad un cambio democratico in Siria. Il giudizio di Padre Paolo su Assad era chiarissimo: Assad è un criminale. Vero è anche però, che, se la narrazione di Van Wagen è corretta,  il modo con cui i servizi segreti statunitensi e britannici hanno operato in questa assurda guerra è altrettanto criminale o per lo meno „dirty“. Ancora una volta mi sembra molto saggio che nel dialogo preferenziale con il mondo islamico Papa Francesco scelga persone come il Gran Imam Al Tayyeb che si sono schierate completamente per la pace ed anche per un dialogo con i sciiti, interno al mondo islamico stesso. 


Nel marzo del 2013, poco prima di venire rapito, Padre Paolo ha cercato di „prefigurare l’avvenire“ (Collera e Luce, 127) ed ha esposto in questo modo le sue previsioni: „Dopo due anni di guerra fratricida, come abbozzare una prospettiva allorché l'esito è ancora incerto? È possibile che la rivoluzione siriana precipiti nell’islamizzazione e si allontani dalla speranza rivoluzionaria democratica dell'inizio. Fino a che punto essa rischia di essere fatta a pezzi e finire schiava dell'islamismo radicale, impantanandosi per lungo tempo nel conflitto civile? Non si tratta di una constatazione, per il momento, ma di un timore. Tuttavia spero di mantenere una mentalità sufficientemente positiva e mi sforzo soprattutto di armonizzare il principio dell'autodeterminazione di un popolo con la difesa della democrazia e dei diritti umani. Preferisco che un popolo si autodetermini e che, in seguito, la comunità internazionale gli intimi di rispettare e di mettere in atto, in maniera saggia e progressiva, i diritti umani. Ma non si può negare già in partenza la possibilità dell'autodeterminazione perché si dà per scontato che, una volta al potere,  quel popolo non rispetterà tali diritti. Credo anche che l'armonia sia fatta di una comunione di differenze. È nell’ interesse della collettività mondiale promuovere piuttosto le tendenze alla federazione, a salvaguardare l'unità regionale, a proporre costituzioni pluraliste per proteggere un popolo che si è configurato a mosaico, com'è il caso, al massimo grado, della Siria“. La differenza tra ciò che scriveva Padre Paolo (che tra l’altro è cosciente della debolezza della sua proposta federale) e ciò che dicono giornalisti come Maté e Van Wagen, a parte il fatto che quest’ultimi li possiamo ascoltare ancora ora, consiste nel fatto che il gesuita giudica come possibile sia l’esperimento democratico sia la caduta nell’islamizzazione. La domanda che mi pongo leggendo padre Paolo è se egli non abbia una stima troppo grande della „comunità internazionale“, quasi che quest’ultima sia un soggetto del tutto neutrale e non un soggetto pieno di interessi, canalizzati in modo „sporco“ dai servizi segreti, come si può leggere nell’articolo del giornalista olandese.


(18.9.22) Mi fido di più del padre gesuita Dall’Oglio che dello stimato giornalista canadese Maté, quando si parla della Siria. Il testo che ho letto e meditato questa mattina del padre gesuita, che risale all’anno del suo rapimento, il 2013, „A rischio di islamizzazione“ (in Paolo Dall’Oglio, Collera e Luce. Un prete nella rivoluzione siriana, Bologna 2013, 109-126) è molto articolato, anche se ovviamente da nove anni non sappiamo più nulla di ciò che direbbe oggi su questi argomenti Padre Paolo, mentre il giornalista canadese può seguire gli eventi attuali. Nella sua bacheca in Twitter (14.9.22) per esempio ci fa riflettere sul fatto che le sanzioni contro la Siria fanno soffrire più il popolo che la gerarchia politica e dittatoriale e ci fa riflettere in oltre su un attentato di Israele al maggior aereo porto siriano, che ha danneggiato le infrastrutture in modo tale che hanno sofferto gli aiuti umanitari. (Sulla questione delle sanzioni con ragione Sahra Wagenknecht ci fa riflettere sul fatto che le sanzioni contro la Russia stanno facendo soffrire i popoli ben più che i potenti). Allo stesso tempo devo dire che mi ha fatto riflettere molto questa frase di Padre Paolo sulla capacità di Bashar al-Assad di „ricongiungersi all’anti-imperialismo di estrema sinistra. Quest’ultimo una volta convinto che l’islamismo radicale sia una invenzione sionista e americana, è pronto a vedere nell’alleanza di Asad e della Russia il fronte di resistenza essenziale, storico, contro l’iperpotenza globale statunitense“ (ibidem, 124). È questo secondo me è il punto debole delle argomentazioni di Aaron Maté e Rania Khalek - fanno bene, cosa che tra l’altro fa anche padre Paolo, a criticare l’iperpotenza statunitense, ma il loro marxismo li porta ad una visione in cui nella notte tutte le vacche sono nere: quindi non vi è più alcuna differenza tra i regimi statunitense, siriano o israeliano. Ed anche l’islamismo radicale viene eliminato in blocco come „fascismo“, invece padre Paolo voleva fare un lavoro di discernimento, per vedere quali forze e quali persone che si sono radicalizzate, sarebbero potute essere coinvolte in un reale lavoro democratico. Gianni Valente, qualche giorno fa aveva parlato di un gruppo islamista, I miliziani islamisti di Tahrir al Sham, che ha fatto un grande lavoro di democratizzazione. Padre Paolo ci ha sempre anche avvertito sul „pantano“ di corruzione e mafia in cui tutti questi avvenimenti e gruppi sono inseriti, ma ha creduto davvero possibile una rivoluzione democratica (trasparenza e solidarietà) in Siria.


Vi è un anima di „estrema sinistra“ anche in Padre Paolo, ancor più accentuata della mia, quella che viene fuori nel mio dialogo interiore con Elena Ferrante. Io nell’11.9., avevo, però,  visto un attacco al nostro mondo, anche se non ho mai creduto alla logica di Bush jr. (o con noi o contro di noi), mentre Padre Paolo si esprimeva così: „L’11 settembre 2001 mi trovavo in macchina tra Damasco e Beirut, quando è arrivata la notizia dell’attacco a New York. Devo confessare che qualcosa dentro di me mormorava: gli  Stati Uniti si meritano quello che hanno provocato. Nelle mie viscere di estrema sinistra, riconoscevo in quell’evento anche una logica conseguenza all’aggressione al mondo arabo-mussulmano esercitata nel Vicino Oriente dagli Stati Uniti, con la complicità di Israele. In quel momento, io condividevo i sentimenti di un’immensa massa arabo-mussulmana, che si sentiva vendicata, pur cogliendo la portata e l’orrore di quel crimine e gli effetti disastrosi che ne sarebbero scaturiti“ (ibidem,111-112). 

Le viscere di  estrema sinistra di Padre Paolo e le mie sono temperate dal fatto che non siamo marxisti: il punto di vicinanza con il socialismo è per me Charles Peguy e non Karl Marx, con la sua radicale critica della religione come presupposto di ogni critica. Non sono per „il pluralismo religioso“, come non lo era padre Paolo, perché tentato dalla debolezza e non serietà della postmodernità, ma in forza di „una conoscenza spirituale della benevolenza di Dio, il Misericordioso“ (ibidem, 113). Il grido „Allahu Akbar“ significa per me che Dio è più grande, perché misericordioso, è „più grande dell’ingiustizia, della morte, del tradimento, della sconfitta, della nostra paura, dei nostri interessi meschini“ (ibidem, 125), più grande del pantano di corruzione e mafia in cui ci troviamo ad agire e con padre Paolo e padre Hans Urs, con Adrienne, riprendo la grande lezione di un Dio che è amore, la grande lezione di una „speranza per tutti“, nel senso della seconda lettura di questa domenica (canone romano: 1 Tim 2,1-8). E con le parole radicali di padre Paolo, di cui vi è traccia anche in Adrienne ed Hans Urs, anche senza cadere nell’eresia della passione del Padre: „Penso la santità divina come l’effetto di un desiderio, non un punto di partenza. Che Dio sia santo perché non può peccare, un Dio condannato all’onnipotenza per me è inaccettabile. Dio soffre tutta l’evoluzione del mondo per divenire il Padre del nostro Signore Gesù Cristo“. Rivedo quell’immagine del Medioevo in cui Dio Padre porta sulle braccia la croce, dove è appeso suo figlio. Il Dio che non può soffrire, il Dio dei filosofi non ci interessa“ (ibidem, 125). In vero in questa formula Padre Paolo fa una concessione troppo grande al Dio del filosofo Hegel (Dio soffre l’evoluzione del mondo), ma ha ragione a rinviare all’immagine medievale. Adrienne scrive da qualche parte che non ci si può immaginare un Dio sereno mentre uccidono suo Figlio. Ci troviamo qui nel mistero del Dio sempre più grande e sempre più misericordioso, che è la nostra speranza, la speranza che egli non cessa mai di donare gratuitamente l’essere, il suo amore! 


La misericordia di padre Paolo gli permette di dialogare anche con un saggio mussulmano, Mohammad Ramadan al-Buti (ammazzato in un attentato), anche se quest’ultimo pensava che „la profondità della ricchezza dell’Islam di Damasco, della Siria, tradizionalmente aperta al ragionamento“, fosse protetta da Bashar al-Asad, mentre padre Paolo ha pensato che la dipendenza da questo dittatore sarebbe costata alla Siria dieci anni di guerra, con tantissimi morti e profughi (cfr. Ibidem, 119-120). 


Padre nostro…


(24.4.22Ho ripreso in mano ed in vero nel cuore „Collera e Luce. Un prete nella rivoluzione siriana“ di Padre Dall’Oglio SJ, leggendo da pagina 87 alla pagina 100 del capitolo: „operare per la mediazione“, che parla di eventi accaduti nel maggio-giugno del 2012. Ovviamente la conoscenza che ha il padre gesuita della Siria, in cui ha vissuto per trent’anni, è superiore di quella che hanno giornalisti attenti come Aaron Maté e Rania Khalek. Padre Dall’Oglio ha una posizione diversa di quest’ultimi e ritiene che il regime di Assad non è il meno peggio, ma è il peggio e riteneva il percorso democratico in Siria importante, anche se era cosciente che la sua intenzione era fallimentare. Non agisce solo e principalmente come politico, ma davvero come sacerdote che celebra la Santa Messa, i funerali, etc. La sua posizione è nonviolenta: „Fino al settembre 2011, ho reclamato una forza di interposizione nonviolenta dell’Onu e la venuta di cinquantamila attori nonviolenti della società civile mondiale, i quali avrebbero potuto, in certi casi con l’aiuto della polizia siriana, garantire l’espressione della libera opinione dei siriani. Le cose sono andata di male in peggio e quindi ho dichiarato il diritto delle persone a difendersi e a ricevere armi e ugualmente il dovere della comunità internazionale di venir in loro soccorso. Non ho mai proposto un intervento massiccio o un’occupazione militare“ (92-93). Le forze anti regime non sono per lui solamente dei terroristi; conosce la „deriva estremista“ di cui parlano Maté e Khalek, ma conosce anche „l’incredibile distanza tra la manipolazione di stato che li descrive come terroristi e la pietà, la profondità, l’umanità di questo uomo“, che gli fungeva da autista, ed aggiunge. „Non è la stessa cosa morire per un dittatore o per la libertà“(98). Come per don Milani, così per padre Dall’Oglio, l’obbedienza cadaverica non è una virtù. Il silenzio e l’obbedienza sono una virtù se vissuti come servizio al Padre e non come servizio ad un dittatore.

Come hanno fatto Katie Halper e Aaron Maté, che hanno intervistato l’esperto militare Scott Ritter che diede le dimissioni per non essere d’accordo con la gestione dell’amministrazione statunitense di allora, durante la guerra contro l’Irak, sarebbe interessante intervistare il generale norvegese Robert Mood, „capo della missione di Kofi Annan“ in Siria, di cui parla Padre Dall’Oglio, e che „darà le dimissioni (2012), prima ancora della fine della missione, in segno di protesta, perché secondo lui la missione stessa era stata utilizzata dal regime siriano per guadagnare tempo“ (92). 


Ho letto più tardi fino in fondo il capitolo sopra citato „operare per la mediazione“ (100-108) e ne ho parlato a lungo con mia moglie; qui solo alcune annotazioni. Il padre Dall’Oglio è un contemplativo-attivo e il mistero della croce lo riflette, parlando con un terrorista che è contro il dialogo inter religioso e contro la teologia della croce, guardando l’esperienza di giovani terroristi morti, che vengono seppelliti con il sangue - e il terrorista gli spiega che è una questione di gloria; il sangue come porta della gloria, la morte come porta della gloria, aggiunge il padre gesuita. Ecco un reale dialogo interreligioso sul mistero della croce. La missione di Padre Paolo è escatologia pura, ma è anche lotta per la democrazia contro il regime ed in questa dimensione profetica è lasciato da solo, perché pochi possono comprendere il suo punto di vista: „Criminalizzare gli altri ci viene facile, ma difficilmente riconosciamo i nostri crimini“ - e questo è il secondo punto che porto con me nel paragone della situazione che si è creata nell’Ucraina con la sua di allora. Il paragone può essere  fatto solo mutatis mutandis, perché le due situazioni possono essere paragonate solo parzialmente e perché Bashar al-Assad non è paragonabile completamente con Vladimir Putin. Insomma i due punti sono questi: non ci si può richiamare all’eredità di padre Paolo per sostenere un intervento massiccio o un’occupazione militare; secondo: non si può criminalizzare solo l’altro; tanto meno si può farlo in Chiesa. Al Papa è riuscito sempre, anche quando ha usato parole dure contro l’aggressore ultimo, di parlare di pace; certo anche di giustizia, ma in una prospettiva di pace. Infine per portare fino in fondo la lotta contro un regime, bisogna viverci dentro, le altre sono solo parole, parole, parole…


Chiaro è che quando sostieni cose che contraddicono il mainstream sei da solo, sei dai solo con la tua povertà di comprensione, ma anche con la tua forza profetica. 




(19.7.21) Sul battesimo e sulla profezia di Maometto 

Non avendo minimamente la competenza e l'esperienza del padre Dall'Oglio non posso permettermi un ultimo giudizio su ciò che lui afferma a riguardo del battesimo dei mussulmani che rimangono, in trasparenza discreta, in un atteggiamento di solidarietà con la Umma mussulmana e sulla profezia di Maometto. Le pagine che ho letto sul tema (Innamorato dell'Islam, 84 seguenti) sono molto differenziate. Vorrei in dialogo con lui cercare di formulare alcuni punti che mi sembrano di notevole importanza. 

1. Quello che il Padre Dall'Oglio dice non ha nulla a che fare con un'esperienza di valori aperti globali, come quelli difesi dal liberalismo di sinistra di cui parla in modo critico Sahra Wagenknecht, ma è un'esperienza di fratellanza vissuta in modo esemplare per più di trent'anni nel convento ospitale di Deir Mar Musa. 

2. Le regole della Chiesa, per quanto riguarda battesimo e comunione, non sono messe in discussione. Il Padre Dall'Oglio ha dato in forma straordinaria la comunione anche ad una beduina che non poteva essere battezzata, senza che questo atto finisse in una tragedia, ma normalmente a Deir Mar Musa non si dava l'eucaristia a chi non era cristiano. La beduina aveva un grande desiderio di appartenenza a Cristo.

3. Anche se in modo diverso da san Newman, padre Dall'Oglio non è per "conversioni" (il termine non gli piace, perché riguarda il passaggio dal peccato a Dio), o "adesioni" spettacolari. Newman diventa cattolico nel momento in cui ha esaurito ogni possibilità di mediazione all'interno della sua confessione. Dall'Oglio non ama conversioni che nascono da un'idealizzazione della Chiesa e da un'esperienza solo negativa della propria religione (tanto meno se queste sono, come spesso quelli in Francia, frutto di un'appetenza ideologica e non religiosa all'Islam). 

4. L'assenso alla novità radicale di Cristo è secondo me l'assenso radicale all'amore gratuito di Dio e quindi conciliabile con letture nuove (che lo Spirito Santo fa sorgere), non aggressive e non reazionarie-dogmatiche della religione degli altri (quindi pseudo dogmatiche, perché non hanno a che fare con l'amore). Non si può fermarsi alle letture che fissano l'Islam nel contesto delle grandi dispute sulle eresie dei tempi in cui esso è sorto (per esempio quella di san Giovanni Damasceno). 

5. "Le questioni di fede devono essere trattate all'interno del circolo ermeneutico della fede" (Padre Dall'Oglio, ibidem 99) - ciò significa secondo me, incontrare in modo dinamico l'Islam (nel modo per esempio proposto da von Stosch e da Dall'Oglio), ma anche di pensare alla singolarità di Cristo in modo dinamico, visto che la seconda venuta del Signore non si è ancora avverata e che certamente Egli avrà anche una spiegazione per la nascita di una religione con più di un miliardo di credenti dopo la Sua prima venuta e in in certo senza definitiva (cfr. quanto ho detto sulla  singolarità di Cristo come "trampolino", qui sotto). 


(7.7.21) Sulla singolarità di Cristo come "trampolino"

"Se questo concetto ( = ciò che è essenziale nell'opera salvifica divina è compiuto interamente e definitivamente in Cristo e nella Chiesa, cosa che ci è insegnata dalla Bibbia ispirata da Dio e dal magistero pontificio) cattolico è male inteso le migliaia e i milioni di anni del futuro umano si trovano bloccati ed imprigionati, nel loro sviluppo spirituale, dalla pretesa della Chiesa cattolica, poiché essa fonda il suo carattere non riformabile sul definitivo rappresentato dalla persona di Gesù Cristo, Ma Gesù Cristo, grazie a Dio, non rappresenta solo il punto finale della storia, ma piuttosto un trampolino. Egli è definitivo nel suo atto di aprire ad ogni persona, in ogni luogo e in ogni tempo, a ogni gruppo umano e alla comunità umana universale infinite prospettivi di partecipazione libera e geniale all'opera divina" (Padre Paolo DallOglio, Innamorato dell'Islam..., 71-72). Questo è quello che normalmente esprimo con la formula che il Logos universale e concreto è inclusivo, non esclusivo. Un'enciclica come la "Fratelli tutti" può nascere solamente se si prende sul serio una singolarità inclusiva per cui si cerca di fare scelte di "fraternità" e non di competizione, contrapposizione e conflitto. 

Non credo che la seconda venuta di Cristo accada in "migliaia o milioni di anni", anche se ovviamente non lo so, ma anche solo il bloccare i prossimi cento anni, come spiegato da Padre Dall'Oglio, è già grave. Penso che l'esperienza del monastero di Mar Musa come l'amicizia tra don Giussani e il professore buddista Shodo Habukawa o quella tra Papa Francesco e il Gran Imam Al-Tayyeb abbiano carattere esemplare, proprio per evitare il pericolo di cui parla Padre Dall'Oglio. 

Allo stesso tempo, però, ritengo che la bellezza, libertà, bontà e verità di Cristo nel rinviare al Padre siano davvero singolari per la Sua radicale exinanitio ( tramite una vita nascosta, pubblica, la morte in Croce e la discesa all'inferno) la quale, però, non può essere primariamente verificata nei libri di teologia, ma nell'esperienza; per me come insegnate per l'appunto quando un allievo ti "nullifica", ti rifiuta - allora in questo allievo, forse ateo, Cristo mi chiede se davvero credo alla Sua singolarità per la mia salvezza.  

In seconda istanza un lavoro "critico e storico" come quello del padre de Lubac sul rapporto tra Buddismo ed Occidente, fa vedere che non sempre e non primariamente siamo confrontati con una storia non conflittuale di fraternità. L'impegno di fraternità non può renderci "ingenui" nello studio del rapporto tra l'islam e il cristianesimo o tra il cristianesimo e il buddismo. La tolleranza ed ecletticità  di un sovrano cinese del XIII secolo "che venera insieme Gesù, Maometto, Mosè e Sakyamuni ( = Buddha)" (De Lubac, Buddismo ed Occidente, Milano, 1987, 42) non sono identificabile con il rapporto dei monaci di cistercensi in Algeria con l'islam o con l'esperienza trentennale del monastero di Mar Musa in Siria. Certo il padre Dall'Oglio non considera la dimensione eclettica in modo solo negativo, ma per evitare forme di fanatismo. Con la sua idea della singolarità di Cristo come trampolino ci offre un modo teologico preciso (non eclettico) di comprensione sia di Cristo che di tutto ciò che è accaduto dopo la sua venuta. Uno sguardo "critico" del rapporto tra le religioni è a sua volta in aiuto in modo che l'idea della "fratelli tutti" sia espressione della bontà divina e non di un'ingenuità ignora della complessità storica.  

(14.03.21) Amore gratuito e giudizio politico 

Si tratta di un paragone delle "mie letture", un giudizio storico politico, implicherebbe un'analisi storico- politica che non mi è possibile fare qui. Ritengo, però, questo paragone espressione di una polarità feconda. Da una parte Etty Hillesum con il suo: "Io non odio nessuno, non sono amareggiata", scritto il 14.7.42, poco prima del suo trasporto ad Auschwitz e dall'altro la "collera" di padre Paolo Dall'Oglio SJ contro il criminale siriano Bashar al-Asad.

Etty non crede che si possa sopravvivere ad un "destino di massa" con speranze solo politiche (per esempio la liberazione degli ebrei da parte degli inglesi o con integri a danni degli altri; il suo problema è come prepararsi a questo destino devastante, senza essere prigioniera di Hitler, sebbene questi possa distruggere il suo corpo ed anche la sua psiche. Il compito che si pone Etty è di salvare Dio, di giustificare Dio, nel senso della grandiosa preghiera della domenica mattina del 12.7.42: "voglio o Dio che Tu stia bene con me. E tanto per fare un esempio: se io mi trovassi rinchiuso in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola infuriata, allora ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza" (edizione integrale italiana, 715)

Padre Paolo sa che deve sopportare un fallimento personale, ma nella sua riflessione usa categorie politiche e religiose che a lungo tempo diverranno o potranno divenire realtà: per esempio "l'educazione alla cittadinanza democratica" e il dialogo tra Islam e cristianesimo (quello che abbiamo visto in atto nell'ultimo viaggio del Papa, quello in Irak). La sua analisi della collaborazione di tanti cristiani con il dittatore siriano è spietata, certo lascia uno spazio all'opera di caritativa dei cristiani, quando non possono cambiare il regime, ma dice chiaramente che c'è una pseudo neutralità che è collaborazione con Asad. E considera certe forme di terrorismo islamico "come una ferita nella carne, non un con un corpo estraneo" (Collera e Luce, 66), ma quello che concede ai "terroristi" non lo concede al dittatore. 

Il discorso sarebbe lungo, ma vorrei aggiungere ancora un paragone: il recente conflitto armeno-azero. Una delle argomentazioni degli armeni è stata: una pseudo neutralità diventa colpevole di legittimare il dittatore Erdogan (il vero attore del conflitto, più che il dittatore azero, Ilham Aliyev)  che vuole procedere con il genocidio degli armeni. La cosa non è così semplice, come nel cado della guerra civile siriana, perché il dittatore Asad ha computo crimini che sono terribili contro il suo popolo, mentre nel conflitto armeno-azero, cosa conferma anche da Antonia Arslan, sono stati fatti errori da entrambi i popoli; questo sia detto sebbene  gli armeni siano stati, nell'ultimo conflitto, più "da soli" che gli azeri. La differenza comunque tra una guerra civile e una tra popoli rende il conflitto armeno-azero molto più complesso da giudicare, sebbene il mio cuore sta del tutto con gli amici armeni. 

Comunque anche laddove la "collera" è legittima, non è mai legittimo l'odio di qualcuno. Collera ed odio non sono due parole che si possono usare per un medesimo significato. Interrompo qui, pur essendo cosciente di quanto ci sarebbe da dire. 


(26.08.20) Una missione "giovannea"? Sul "noi" nel pensiero di Padre Dall'Oglio 

Mi sembra di vedere nel pensiero di padre Paolo anche almeno due elementi di quella che Balthasar chiama la "tradizione giovannea". Rimando per la comprensione di questa "tradizione" anche ad un post nella mia bacheca in Facebook: 

Giovanni non si trova mai in un alternativa a Pietro, ma non si muove in primo luogo nella dimensione dei pastori che parlano e dei fedeli che ascoltano (cfr. Hans Urs von Balthasar, La percezione della forma, edizione tedesca, 344-349). La tradizione giovannea non è quella dello spirito che si assolutizza (Gioacchino da Fiore e Lessing), proprio per la sua fedeltà a Pietro, ma è reale presenza profetica ed apocalittica nella chiesa, nella modalità di un "noi", che vive sia sulla terra che in cielo e sa trovare il cielo nella terra e la terra nel cielo. È una profezia che non solo vede, ma che viene vista. Gli angeli delle diverse chiese vedono le comunità e ne conoscono il peccato e le debolezze. Tutta la realtà e manifestazione di Dio, dall'angelo più importante fino a una piccola pietra sulla spiaggia, senza per questo essere panteista. In Giovanni non è in gioco una gnosi, ma solo l'amore. Tutto parla di questo amore e per questo essa (la tradizione giovannea) non ha bisogno di un apocalittica come bisogno (Walker Percy). 

Il "noi" in Padre Paolo si dilata ad includere la comunità islamica. In oltre vi è in esso un forte senso del Cristo dell'Apocalisse "come dominatore dei re di questa terra" (cfr. Balthasar, ibidem, 345): il suo giudizio stroncante del dittatore Assad non è solo una questione politica, ma anche "cristologica". 


(24.08.20) Una missione "paolina"? Sulla libertà verticale di Padre Paolo Dall'Oglio

Negli ultimi tempi anche per gli attacchi violenti contro Pietro, ho insistito molto sulla fedeltà alla dimensione "petrina" nella Chiesa - ma ovviamente essa non è l'unica dimensione e a parte questo vale ciò che ha sottolineato la domenica scorsa il cardinal Christoph Schönborn: l'unico fondamento della Chiesa è Cristo: quindi né Maria, né Pietro, né Paolo, né Giovanni lo sono da soli. 

Per quanto riguarda il padre Paolo Dall'Oglio credo che si tratti di una "spiritualità paolina", che accetta la grande sfida del confronto e dell'obbedienza con Pietro, ma che va per cammini voluti direttamente dal cielo. Le cose che il padre gesuita dice sull'islam e sull'esclusione di Ismael, che Abramo stesso include nella sua grande missione, sono con grande probabilità quello che Padre Balthasar chiama un intervento "verticale" dal cielo (Cfr. La percezione della forma, Einsiedeln 1961, edizione tedesca, 341-344) - mentre la traduzione petrina lavora più ad un livello orizzontale. Come San Paolo non è passato per Gerusalemme dove erano i dodici, cosÍ per quanto riguarda Padre Paolo non è passato per Roma, ma ha accolto nel cuore suo questa particolare, ma di rilevanza imparagonabile, missione che gli veniva direttamente dal cielo. Come san Paolo padre Paolo accetta la comunione con Pietro e i dodici come elemento di autenticità del suo operare, ma di fatto esso mi sembra essere un' "irruzione verticale ed imprevista", regolata dall'ordine gesuita, ma non pianificata da Pietro. 

Altri elementi mi sembrano molto importanti per questa mia tesi: questo tipo di dimensione paolina accade ad uomini liberi, come lo era san Paolo (vedi Galati 2), uomini che hanno una "gnosi amorosa" che diventa una esigenza etica e che non si limita ad ascoltare il Kerygma, ma che lo assume in modo interiore e fecondo. Infine queste persone diventano uno spettacolo "davanti agli uomini e agli angeli". Ed anche il rapimento di padre Paolo non cambia nulla di ciò. È stato e spero che sia uno spettacolo per i suoi rapitori - preghiamo per lui. Una missione del genere vive della nostra preghiera e questo mio lungo post sulla sua persona e sulla sua missione vuole essere visto come preghiera. Tutti gli uomini liberi, proprio perché liberi non vogliono interiorizzare comandi e dogmi, in modo incosciente, ma come "gnosi" assimilarli dall'interno così che quando agiscono, parlano, ascoltano non vivono più loro, ma Cristo in loro. 

(21.08.20) Trasparenza nella Chiesa

"Credo che la Chiesa abbia il diritto e il dovere di vegliare sulla norma di fede, ma mi piacerebbe che ciò potesse manifestarsi all'interno di una maggiore capacità di dialogo aperto e pluralista".
Padre Paolo Dall'Oglio, Collera e Luce, 2013 - in un capitolo del suo libro qui citato, "comprendere e perseverare", Padre Paolo ci presenta una reale educazione alla libertà e alla trasparenza che egli chiama "democrazia". Con la metafora del "sacco di patate" ci fa comprendere, in modo più chiaro di quando usa il termine "meccanismo democratico", cosa gli stia davvero a cuore, sia a livello politico che ecclesiale: "la democrazia sta in piedi solo se ci impegniamo ed investiamo in essa" (53) - ciò significa valorizzare non solo il sacco, ma anche le patate, senza le quali il sacco non sta in piedi. Ecco le patate: "i valori, la profezia, la cultura, l'educazione, anche le nostre opinioni" (53).
Anche se ritengo che l'educazione di Comunione e Liberazione sull'autorità sia giusta, vedo che in essa manca molto questo amore per l'autenticità che vedo in Padre Paolo, per cui il discernimento ignaziano ha come telos ultimo il "medesimo uso delle parole obbedienza e libertà" ed il superamento di ogni forma di "interiorizzazione incosciente" (44) di "dettati" che rivelano un'analogia tra la "struttura dittatoriale" e la "struttura del potere religioso" (48).
Quando io ho messo (nel mio blog e in Facebook) il dito nella piaga di un uso corrotto della presenza politica, passata e presente in CL o quando ho chiesto trasparenza nella questione dei Memores, era in gioco la mia autenticità nell'appartenenza - sono troppo poco importante perché si faccia un processo contro di me, ma di fatto tutta la mia esistenza - molto esposta nella diaspora tedesca - non è mai stata degnata di un'attenzione pubblica. Ci sono persone singole che dialogano con me, ma appena dico cose che loro pensano essere stravaganti, scende il mutismo assolutamente non trasparente. Padre Paolo in questo capitolo spiega tutti questi meccanismi nel contesto ben più pericoloso della sua presenza in Siria, ma credo sia una dimensione su cui dovremmo riflettere a livello di tutta la Chiesa. Papa Francesco con la sua insistenza sulla via sinodale ha fatto passi nella direzione giusta, ma in primo luogo non ho mai messo in dubbio la sua autenticità e sincerità, quando dice anche a cardinali cosa pensa - nei discorsi e nelle sue decisioni. E proprio di questo si tratta: di autenticità e sincerità, personale e pubblica.


(15.08.20 Maria Assunta) La mancanza di attenzione nella vita quotidiana è altrettanto foriera di disastri che le prese di posizione sbagliate da parte dei responsabili del mondo. (Padre Paolo Dall'Oglio, Collera e luce, ibidem, 35)

Padre Paolo nasce nel 1954 ed io nel 60: quindi ci sono 6 anni differenza; nell'anno del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro avevo 18 anni, mentre lui ne aveva 24. Per parlare con il linguaggio dell'Apocalisse, lui è un grande ed io un piccolo - ma entrambi cerchiamo di essere al servizio di Dio. Pur essendo la "politica" un fattore importante della sua vita, la "mistica" è più importante. Il monastero di Mar Musa è la sua "Sendung" (missione) che è risposta anche al massacro di Hama e ad altri massacri del dittatore brutale Bashar al- Assad. Ovviamente non sappiamo se Padre Paolo viva e che cosa significano per lui questi sette anni di rapimento: sono un modo per farla finita con Assad (37) o sono una sconfitta (34)? Una sconfitta nella logica del Cristo crocifisso non è un disastro, ma pur sempre una sconfitta. Anch'io sono andato su una via "mistica" - perché il mio matrimonio, l'amicizia con Ferdinand Ulrich e certamente anche le mie fonti (Adrienne, Hans Urs) sono tali. Il suo contatto con il comunismo e il socialismo nella sua fase giovanile hanno solo qualche punto di aggancio con la mia vita: certamente l'interpretazione del caso Moro di un comunista sui generis come Leonardo Sciascia mi è più vicina di qualsiasi posizione cattolica. I miei 18 anni nei territori della ex DDR, oggi Repubblica federale tedesca, mi sono stati anche possibili, perché avendo vissuto in un paese con un forte partito comunista, la mentalità degli ex cittadini della DDR non mi è del tutto estranea. Finalmente sia la mia famiglia (fuga dalla Jugoslavia di Tito) che quella di mia moglie (fuga dall'Ungheria comunista) non mi hanno mai permesso uno spensierato giudizio positivo della storia comunista. 

VI è infine una certa somiglianza di giudizi tra padre Paolo e me su questioni come le guerre del Golfo, che sono differenziati e non del tutto a senso unico. Hussein era per Padre Paolo ed anche per me: "un folle megalomane". Quindi credo che sia più giusta la condanna di Padre Paolo: la guerra del 2003 è stata un "errore di calcolo" piuttosto che un "errore su tutta la linea". Certo non ha fatto bene al mondo mussulmano né all'idea della fraternità di tutti gli uomini (Abu Dhabi, 2019)

Il giudizio sulla "democrazia" di Padre Paolo non è comprensibile senza il suo no radicale alla dittature di Assad e alle sue conseguenza, che già nel 2013 il gesuita aveva profetizzato in tutta la sua drammaticità: "cinquecentomila morti, due milioni di profughi e il mantenimento del regime" (37). Vivendo io in una democrazia consolidata posso permettermi più di lui una riflessione filosofica critica sul meccanismo democratico (cfr. il NB dell'ultimo post). 

"La paura di non morire là dove si dovrebbe, quando si dovrebbe e per le giuste ragioni" (26) ed un senso generale di "sconfitta", che neppure l'appartenenza di grazia alla fraternità di CL ha saputo superare la sento molto vicina. Fra cinque anni, Deo volente, sarò in pensione e la mia vita non ha una forma vera e propria, anche se ha - Dio sia lodato - alcune amicizie importanti. Sono poi d'accordo con il Padre Paolo che la "piccola via" della quotidianità e le decisione sul "grande palcoscenico del mondo" abbisognano di una stessa "cura".  "I grandi drammi degli stati sono stati sempre in concorrenza, sul piano dell'intensità con i piccoli avvenimenti della vita quotidiana" (35) - per sapere cosa davvero desideriamo non possiamo pensare che "le questioni familiari, le ferite dell'amicizia, le pene d'amore" siano meno "gravi che i problemi del mondo intero" (35). Il senso della nostra vita si gioca anche e forse in primo luogo per la cura che abbiamo delle persone che ci vengono affidate: in famiglia, nella scuola e in rete. 


(12.08.20 115. compleanno di Hans Urs von Balthasar) 
"Se credi di poter essere esclusivamente cristiano, allora, in qualche modo, sei un cattivo cristiano" (Padre Paolo Dall'Oglio, Collera e Luce, Bologna 2013, 19)

Nella sua "Lettera ad un giovane europeo" Padre Paolo coglie alcuni momenti decisivi dei problemi che ci troviamo ad affrontare nel nostro tempo, tra cui quello che ho messo come titolo di questa meditazione - vorrei precisare che la confessione della singolarità di Cristo, come Logos divino concreto ed universale, non può essere ridotta ad un credere di poter essere "esclusivamente cristiano". Abbiamo bisogno di giovani che non abbiano paura della "differenza", tanto più che l'alternativa alla differenza è sempre la morte, come abbiamo visto il secolo scorso con la Shoah. I "contadini di Peguy" già da anni, esaminando ciò che diceva Steve Bannon, sono convinti che in questo secolo le forze reazionarie cercheranno di trovare nell'Islam un altro nemico assoluto, come hanno fatto, nel secolo scorso con l'Ebraismo. Anche se non dobbiamo perdere di vista le persecuzioni dei cristiani, che come dice il Papa sono molto maggiori di quelli dei primi secoli del cristianesimo. 

Con Padre Paolo sento anch'io due forze: la collera e la luce. Con una riflessione sulla collera comincia la cultura europea (prime pagine dell'Iliade). La collera può degenerare in un "blocco" come in Achille, ma può essere trasformata dalla luce, da una luce profetica, che, però, non so se possa essere identificata con quel meccanismo democratico di cui parla Padre Paolo: è davvero "la democrazia che ci permette di vivere senza versare sangue ad ogni angolo di strada"? Io non credo in meccanismi sociali neutri, né tecnici né politici - anche se forse è vero che la democrazia ha una certa familiarità con la gestione politica delle differenze. La democrazia è una forma di potere, tra altre, e se questa forma non si impegna con la verità, cioè con Cristo, invece che inclusiva e pacifica, può diventare fonte di terrore  - come quelle guerre del golfo contro cui Giovanni Paolo II combatté come un leone, se pur malato. 

Sono invece d'accordo con Padre Paolo che la soluzione di dittatori violenti come "male minore" non è accettabile. 

NB: Anche se considero padre Dall'Oglio una figura di spicco nel dialogo con l'islam, e anche se penso con lui che Assad non sia il male minore tollerabile, penso che si esprima in modo molto problematico,  nella sua analisi filosofica del meccanismo democratico. In un messaggio vocale personale, il mio amico californiano Adrian ha raccolto importanti argomentazioni contro di esso: I meccanismi non possono creare circostanze migliori. Le persone non si comportano in modo neutrale per vivere in pace (tanto meno lo fanno attraverso un meccanismo). Mettendo eccessivamente in evidenza il meccanismo, c'è uno sbiadimento della verità (poiché la verità è sempre personale) e questo sbiadimento non favorisce la convivenza pacifica. Il fanatismo è un pericolo, ma lo svanire della verità è un pericolo maggiore. Anche tenendo conto della distinzione tra misticismo e politica di Peguy, possiamo dire a livello politico che lo sviluppo della democrazia è stato pacifico? Esempio: La guerra in Iraq come atto di democrazia. Non esiste una procedura pura, né lo è la democrazia. La democrazia non è solo coesistenza pacifica, ma anche sangue e lati oscuri. Infine il meccanismo minimo si capovolge nel suo opposto: La democrazia come utopia che ci porterebbe alla pace eterna. Questo è un pensiero piuttosto magico. Le conquiste della democrazia devono essere valutate in modo realistico: quindi dobbiamo offrire una visione più umile della miscela di istituzioni ed etica che la democrazia porta con sé: considerando sia la luce che il buio. Solo meditando Platone e Aristotele possiamo mettere la democrazia nel giusto contesto filosofico.



(7.8.20) Nel capitolo quarto sulle relazioni abramitiche (Innamorato dell'Islam e credente in Gesù, a partire dalla pagina 67)  Padre Paolo ci offre un strumentario importante per il dialogo tra umili di cui ho parlato ieri. Non si tratta di fissarsi su una visione comune di Abramo, che con grande probabilità non esiste, ma di ereditare l'essenziale della figura di Abramo e la sua complessità giudaico, cristiana e islamica. Per far ciò è necessario lasciarsi toccare dalla "sincerità musulmana" - un irrigidimento identitario non serve a nessuno. 
A livello filosofico Padre Paolo rinvia al filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer: "la coscienza della determinazione storica" senza la quale non si arriva da una reale ermeneutica del dialogo e d'amore. Tante affermazioni nella Bibbia e nel Corano sono un mischio tra famigliarità ed estraneità - quello che conosciamo pregando i salmi. Certe frasi sono datate ed anche Maometto incontra il cristianesimo e l'ebraismo in un certo periodo storico. Uno sguardo di simpatia che riconosce nell'altro la sua sincerità gli permette di crescere nel suo processo ermeneutico. Anche noi cristiani non vogliamo essere fissati ad un certo periodo di tempo ed ad una certa interpretazione che abbiamo dato dei testi sacri e degli avvenimenti. Il Gesù che ritornerà alla fine della storia sorprenderà i nostri fratelli mussulmani, ma sorprenderà anche noi, pur avendo una posizione dogmatica più precisa. 

Il Vaticano II ha fatto un passo gigantesco in questa ermeneutica dell'amore, sottolineando elementi in comune: "la fede di Abramo professata dai mussulmani, il comune monoteismo, la comune esperienza della misericordia divina e la comune prospettiva escatologica" (69). Ora si tratta di applicare questa ermeneutica dell'amore anche per tutto ciò che è in moto verso l'eschaton. 

(06.08.20 Trasfigurazione) Dialogo fra umili

Non è un dialogo fra umili quello in cui si vede solo il negativo della propria storia (per esempio quello che vede nella storia degli USA solo un'espressione di razzismo), ma è un dialogo fra umili quello che propone padre Paolo: si tratta di un dialogo che prende sul serio "lo statuto teologico dell'alterità". Ciò significa evitare ogni "assimilazione reciproca": l'altro è sopportabile solamente se prima o poi lo potrò fagocitare. Bisognerà evitare anche ogni forma di "equivoche misture" - insomma né la "rigidità ereditaria" né il "meticciato globale" permettono un reale dialogo fra umili. 

Il dialogo fra umili prende sul serio l'altro come altro: sia esso ateo o agnostico o facente parte di una religione. Vi è un "mistero della separazione" che va preso sul serio anche nell'innamoramento. L'altro non è solo un tu per me, ma è un egli, una lei e così vale anche "per " l'ostinazione di una parte di Israele" che rifiuta di riconosce il Cristo come messia o della irriducibilità dell'Islam a Cristo. In Rom 11, 25-26 vi è una prospettiva escatologica che afferma che "tutto Israele sarà salvato". Per quanto riguarda l'Islam dobbiamo prendere sul serio questa speranza di tutti e di tutto l'Islam. Questa prospettiva escatologica ha un senso anche per l'oggi: "Questo muro irriducibile fra Islam e Cristianesimo protegge la Comunità mussulmana da una prematura assimilazione che spegnerebbe il suo carisma, e protegge la Chiesa dalla tentazione imperialistica"(Paolo Dall'Oglio, Innamorato dell'Islam, credente in Gesù, ibidem 64). Il dialogo fra umili è un dialogo in cui persone hanno priorità sui sistemi, ma sa comprendere anche il senso dell'alterità del sistema stesso. Un dialogo che per esempio pensa a Lutero solamente come ad un eretico o a Maometto solamente come ad uno che si è sbagliato non è un dialogo e non è per nulla umile.

Infine umiltà è anche saper confessare le difficoltà con il propio testo sacro o con la propria visione del mondo. Non solo nel Corano e nei testi degli ateisti ci sono problemi, ve ne sono anche nella Bibbia, problemi che richiedono una libertà profetica di interpretazione ed azione: "Cosa farne delle numerosissime pagine (nella Bibbia) sul genocidio ordinato da Dio al suo popolo al momento di entrare nella Terra promessa" (Ibidem, 63-64). 

(23.07.20) Né con Lessing né con Hegel, con Paolo Dall'Oglio

Avverto subito che la lettura di Lessing è quella che ho imparato da Barbara Gerl-Falkowitz e Massimo Borghesi. L'idea di tolleranza in forza del non sapere la verità (Gerl-Falkowitzt interpreta così Lessing) e quella dell'educazione del genere umano in forza del superamento dell'AT e del Nuovo Testamento (Borghesi legge così Lessing), cioè  in forza di un "vangelo eterno", mi è del tutto estranea, e cosa bene più importante, corrisponde ad un'idea di cultura che è falsa. Così come la considerazione dell'ebraismo e dell'Islam come un passo indietro o un passo rimasto indietro nei confronti della "religione perfetta" cristiana (Hegel) non ci conduce all'idea di fratellanza universale, ma nelle astrazioni di quel "progetto emancipatorio" (Robert Spaemann, 1973) che è "la teoria della modernità". Non nego che vi sia anche una "legittimità critica del moderno" (Del Noce, Borghesi) a seconda della lettura della modernità che si segue, ma vi è un progetto emancipatorio che ritiene la dialettica nuovo/antico come più opportuna di quella vero/falso, che non mi ha mai convinto, non solo come lettore di Spaemann, ma anche come lettore di Augusto Del Noce ( Il suicido della rivoluzione). E ripeto, a parte il fatto che non convince me, non corrisponde a ciò che permette all'uomo di essere tale. 

Il dialogo esistenziale di Padre Paolo con l'Islam (e con l'ebraismo) invece ci conduce alla verità che è amore! Amore assoluto e concreto, che è e rimane l'unica cosa credibile. Né la gnosi hegeliana né l'educazione di Lessing corrispondono al desiderio di verità dell'uomo, ma sono o pura astrazione o  "quel non credere a ciò che si crede" con cui Charles Peguy definisce il "modernismo", che può presentarsi nel suo volto reazionario (oggi) o rivoluzionario (ieri). 

(18.7.20) Il giornalista italiano Riccardo Cristiano, amico ed erede spirituale di Padre Paolo Dall'Oglio, nel suo libro "Bergoglio o Barbarie. Francesco davanti al disordine mondiale", ed in modo particolare nel capitolo: " Vivere insieme come fratelli e sorelle o perire tutti come folli", ci pone due grandi sfide "francescane": la fratellanza universale e il concetto di "cittadinanza" versus "protezione" dei presupposti non-cittadini a titolo pieno da parte di una certa comunità religiosa dominante. Secondo  me il disordine mondiale ha un nome: tecnicizzazione dell'umano, non in servizio dell'umano, ma come sostituzione ad esso. Ciò si può esprimere nell'attacco violento e chimico di un dittatore come Assad contro il proprio popolo e nelle forme soft della nostra società occidentale; tra il mondo mussulmano, cui vale l'attenzione principale di Cristiano, e quello europeo o americano vi sono ovviamente differenze e nel suo discorso al parlamento europeo del 2014 Papa Francesco insiste anche sul fatto che la questione europea non si gioca solamente o principalmente nella questione della cittadinanza, ma nella perdita del senso del rapporto tra umano e trascendenza. Insomma nel dettaglio ci sarà da distinguere tra i due mondi e tra i tanti mondi nel mondo, ma vale la pena di soffermarsi almeno su un punto essenziale del documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana, firmato da papa Francesco e dal grande imam Al-Tayyeb: le religioni e l'umanesimo, cannes se agnostico, possono aiutarsi a porre la fratellanza umana nel centro dell'attenzione politica e culturale oppure saremmo confrontati con una serie di "barbarie" terribili. La fratellanza umana dovrà essere connessa  con una opzione preferenziale per i poveri, con una difesa della cittadinanza di tutti i cittadini di un paese a prescindere dallo loro appartenenza religiosa, sessuale, etc. ed infine con una riscoperta della tendenza interna della natura umana alla trascendenza, in direzione di un amore assoluto e misericordioso. Una amore che ha voluto la "pluralità" delle espressioni umane - preferisco questo termine a quello di "pluralismo", che può essere abusato in senso "relativista". 


(13.07.20) "Cristiani e mussulmani libanesi sono una straordinaria chance gli uni per gli altri. Per i cristiani, l'Islam è un bastione inespugnabile contro il relativismo mortale venuto dall'Occidente; per i mussulmani, i cristiani sono la porta aperta alla ragione critica che permetterà loro di riannodare i legami con un glorioso passato".
Samir Frangieh (un amico libanese di Padre Paolo), citato in Riccardo Cristiano, Bergoglio o Barbarie, Roma 2020, 99. Nel capitolo di questo libro: "Vivere insieme come fratelli e sorelle o perire tutti come folli", Riccardo Cristiano tocca un tema decisivo per l'eredità di Padre Paolo Dall'Oglio. Indica tre pericoli ideologici che non permettono all'idea di fratellanza (e di cittadinanza) di svilupparsi come dovrebbe e come in modo esemplare è accaduto nel documento: "Documento sulla fratellanza umana, per la pace mondiale e per la convivenza comune" (4.02.19 in Abu Dhabi), firmato dal Papa e dalla "principale autorità dell'Islam sunnita, Ahmad al-Tayyeb. I tre pericoli sono: l'essenzialismo, cioè l'altro con un essenza così specifica da essere quasi un nemico; il determinismo: gli autori sul palcoscenico del mondo agiscano senza alcuna libertà interiore e sempre in forza di un'identità irrigidita; il pensiero elitista: riduzione dell'altro a "slogan di pochi e atti di pochissimi". 
Con un amico americano, Adrian Walker , stiamo discutendo da alcune settimane sul senso dell'Europa. Il mio amico pensa che si è tedeschi, italiani, etc. e non europei e fonda la sua affermazione a livello ontologico: l'essere come dono non è astratto, ma concreto e per lui concretezza significa, per esempio, la lingua e la cultura tedesca, italiana, etc. Questo è certamente vero: l'esperanto, pur con tutto il rispetto per questo tentativo, non è certo una lingua che possa costituire una "cristallizzazione identitaria" (il termine viene usato da Paolo Dall'Oglio anche in modo positivo), eppure credo che il concetto di "cittadinanza" e "fratellanza" siano importanti anche a livello europeo e non solo nazionale. Il "noi" europeo è un compito, non un problema, per lo meno non solo un problema. Riccardo Cristiano dice che anche "i sovranisti più duri non usano il termine "extraitaliani", bensì quello "extracomunitari"" (ibidem 104).  Bene io credo che dobbiamo pensare una cristallizzazione identitaria europea come compito, nel senso descritto dal presidente italiano Mattarella in una sua vita in Slovenia: "Insieme possiamo fare di più e meglio, come dimostra la scelta di mettere in comune il futuro con il percorso di integrazione europea che ha assicurato pace e promosso prosperità senza eguali nella storia del nostro Continente – dice il presidente Mattarella - L'anima profonda di questa Europa sta proprio nel dialogo fra popoli, fra culture, fra esperienze diverse che, insieme, la fortificano e le consentono di raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi. In questo modo le aree di confine non sono più motivi di contrapposizione ma divengono cruciali; e si manifestano come le cerniere del tessuto connettivo dell'Unione Europea". Il presidente Mattarella ha messo in luce che "al di qua e al di la' della frontiera, il cui significato di separazione e' ormai per fortuna separato per effetto della comune scelta di integrazione nell'Unione europea, italiani e sloveni sono decisamente per la strada rivolta al futuro "in nome dei valori oggi comuni: liberta', democrazia e pace" (https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-07/incontro-mattarella-pahor-foiba-basovizza-caritas-memoria.html?fbclid=IwAR2Wo2w0_PG0BvqiX2Ok2SxqIeauPYnBP2adoERwUYeIcvPRZ5mt_8rgq4U). 
Anche per quanto riguarda i rapporti con la Turchia, io credo sia necessario, per i motivi indicati dal politico tedesco, Norbert Röttgen (CDU) di non esasperare il conflitto; Röttgen ha rinviato ad un epoca dopo Erdogan e ci ha ricordato le persone turche  che sono ora nel carcere del dittatore. Anche nella Turchia vivono "fratelli" che possono arricchirci. Etc.  
(11.7.20 San Benedetto) Sul principio ermeneutico dell'amore

Tra le tante cose che si stanno dicendo sulla decisione turca di ritrasformare Santa Sofia in una moschea, tra le più sagge le ho sentite dal patriarca Bartolomeo, che aveva consigliato "ponderazione" in una tale decisione, ma che al cospetto della possibilità di rendere Santa Sofia nuovamente luogo di culto aveva proposto di consentire anche la Santa Messa nelle festività più importanti. Di più in questa decisione politica non voglio entrare, ma ritengo che anche essa debba essere vista con quel principio ermeneutico dell'amore, superiore alla logica del principio di non contraddizione, tanto caro a Padre Paolo.

Non solo le decisione storiche, ma anche i testi sacri sono in movimento e devono essere interpretati con una logica capace di comprenderne il movimento. Questo significa che non ci si può richiamare alla lettera dei testi sacri per legittimare nostre eventuali posizioni, politiche o meno che esse siano. 

Non è compito di noi cristiani vivere di rivendicazioni, ma si tratta sempre e solamente "di dare testimonianza del mistero di Gesù di Nazareth a favore dei mussulmani nell'oggi drammatico, doloroso e contraddittorio del mondo dell'Islam" (Innamorato dell'Islam, credente in Gesù, 62). Dopo le guerre del golfo, dopo quasi dieci anni di guerra in Siria, queste contraddizioni hanno messo in luce anche le contraddizioni di noi occidentali. 
Non è possibile per un cristiano interpretare l'esistenza storica senza considerarne la dimensione escatologica e in questo senso anche "apocalittica". Ciò significa: "escatologicamente, vale a dire ai fini del compimento finale della storia umana, il mistero della Chiesa non può che fondersi in uno con quello dell'Islam: tutta l'armonia dell'opera di Dio, in ogni tradizione, verra alla luce del Sole dell'ultimo giorno" (ibidem, 62). 

Questo vale appunto per "ogni tradizione", anche per quella ebraica - ma ampliando lo sguardo sul palcoscenico del teatro del mondo, vale per tutte le tradizioni religiose ed umaniste. La storia si muove verso quel Sole che metterà in evidenza il nostro cuore. 

PS Questa posizione conciliante espressa non nega ciò che dice l'amico Riccardo Cristiano: "Erdogan è un criminale che violenta il levante" e le sue decisioni non hanno nulla a che fare con il cuore dell'Islam. 


(7.7.20) Identità che non assolutizza una forma religiosa o etnica 

Il dono dell'essere come amore gratuito non è una formula astratta: il dono dell'essere accade sempre in una cristallizzazione identitaria: la propria lingua madre, il proprio popolo, il proprio monastero, la propria famiglia, etc. 

Ovviamente si può sentire la liturgia ambrosiana (come esempio) come quella che ci da la sensazione di "casa", ma non è bene assolutizzare la propria liturgia come l'unica possibile.  In un certo senso neppure come l'unica possibile per noi. Anche la propria identità etnica non è un "problema", ma un "dono", diventa un problema quando essa si comprende solamente come conflittuale. In generale si può dire che un'identità è dono e diventa pericolosa solo quando "si rifugia in dottrine chiuse, autoconservatrici e facilmente fondamentaliste, sulla difensiva e spesso aggressive" (61).  

La nostra storia particolare stessa è dono, ma dobbiamo aver fiducia nella storia come luogo in cui il Dio, che dona l'essere, gratuitamente si rivela: "Noi non abbiamo un'idea conservatrice della storia...Siamo appassionati dell'ininterrotta capacità di novità della storia, che è il modo più fecondo di essere conservatori" (60). 

(6.7.20) Sulle identità dialogali e non conflittuali - in dialogo con Padre Paolo Dall'Oglio SJ
Con l'esempio della Chiesa siro-cattolica Padre Paolo ci fa vedere come è possibile costruire la propria identità in modo dialogale o conflittuale (Innamorato dell'islam, credente in Gesù, 59-60) - come no ai siro-ortodossi, ai bizantini, ai mussulmani, agli ebrei, etc. oppure come "si" alle "nostre radici ebraiche e pagane, alle nostre radici semitiche" e come riscoperta della "fertilizzazione della grande cultura ellenistica... della nostra identità nazionale, della nostra partecipazione alla civiltà arabo-mussulmana". 
Non è possibile vivere e pensare senza una "cristallizzazione identitaria" e forse non è possibile neppure farlo evitando di dire alcuni "no", come spiega in modo magistrale Hans Urs von Balthasar nella presentazione della figura di Goethe e del suo "no" alla emancipazione moderno idealistica dalla natura dell'uomo (in modo particolare nella rivoluzione francese) e dalla natura ambientale (sopravvalutazione del paradigma tecnico-scientifico), ma è anche vero che questi "no", non devono essere assoluti e che i "si" devono aver un peso più grande, perché la polarità: "cristallizzazione identitaria" e "universalità" devono rimanere in un equilibrio di fecondità. Si dovrà evitare ogni forma di "autoreferenzialità" ed i evitare i due poli di una dilazione della nostra identità o della sua comprensione solo conflittuale.

(1.7.20) 
Le religioni di fronte alla mondializzazione - in dialogo con Padre Paolo Dall'Oglio 
Con mondializzazione non si intende lo spirito di "mondanità ecclesiale" criticato giustamente dal Santo Padre. DI cosa si tratta? "A mio avviso, il sincretismo mondiale, la pietà popolare o la globalizzazione simbolica, anziché condannati, devono essere riequilibrati dall'autocoscienza delle grandi tradizioni religiose" (Innamorato dell'Islam, credente in Gesù ( 56). Nella regione altamente secolarizzata in cui mi trovo a vivere ed agire vedo che anche senza confessioni le persone non sono "atee", forse "agnostiche", ma piuttosto si sono fatte una loro fede, "un mix culturale e religioso". 

Una delle figure teologiche che stanno per questo "mix" è il Padre Anselm Grün, che io ho guardato sempre con sospetto, ma non tanto per una questione apologetica e dogmatica di contrapposizione tra vero e falso, ma per una questione di "discernimento degli spiriti"; sono stato influenzato in questo dal giudizio di Ferdinand Ulrich, che non amava il padre benedettino tedesco. Lascio sospeso il giudizio su Padre Grün, visto che lo conosco appena, ma credo che si possa imparare da lui un atteggiamento più sereno nei confronti di questo mix simbolico religioso di cui stiamo parlando e sono d'accordo con il Padre Dall'Oglio che dobbiamo abbandonare ogni "rabbia" che nasca da una "contrapposizione", senza per questo diventare "concordisti", "cosa in verità impossibile. La Chiesa deve saper dire di no, ma sempre in vista di una valorizzazione delle storie degli uomini. Il mix culturale e religioso avviene anche contro la nostra volontà, perciò è meglio volerlo" (57). 

Questo sincretismo culturale di cui stiamo parlando accade per esempio anche in "spazi educativi" come "Netflix" - per questo io mi rifiuto di non vederlo per nulla, anche se mi prendo dei momenti di deserto, per non essere del tutto sommerso. Netflix è l'unico "libro di testo" dei giovani tedeschi a cui insegno e conoscerlo, almeno un po', è un occasione per dialogare con i giovani di cose che interessano loro e che di fatto son un mix di atteggiamenti culturali e religiosi che formano la loro fantasia (anche quella erotica - in un mix tra libertà della fantasia e bisogno di essere protetti) e il loro giudizio sul mondo. Certo vi sono missioni ecclesiali che richiedono una clausura dal mondo, ma non credo che essa sia richiesta a tutti. A tutti è richiesta l'autocoscienza cristiana che è sempre "relazionale" (56) - il Verbo di Dio, l'amore gratuito di Dio si è incarnato nel mondo, non in un salotto elitario. I suoi amici erano dapprima dei "pescatori", poi si è conquistato anche un fariseo con stile (Paolo).



(30.6.20) In difesa del sincretismo 



La difesa del sincretismo di padre Paolo Dall'Oglio SJ non è banale, ma si fonda sull'idea "che non esiste una cultura originale, pura, che nessun elemento esterno ha fertilizzato o inquinato" (Innamorato dell'Islam, credente in Gesù, 55); quindi senza disconoscere il valore di Parola di Dio della Bibbia, il padre gesuita sa distinguere in essa, "pratiche odiose (volute) come provenienti da Dio, di natura nettamente genocidaria" 55). Non si tratta di evitare ogni riferimento identitario o di non prendere sul serio la critica agli idoli o alla contaminazione superficiale con altre culture. Invero il padre Dall'Oglio diffida "di un tipo di sincretismo equivoco e pericoloso, che paradossalmente riunisce pretesa universalistica e spirito settario" (56). Ma la difesa della propria identità non deve avere nulla a che fare con la paura "di perdere il proprio gregge e il proprio posto di potere". Il processo di meticciato culturale e religioso è sempre una chance. Virgilio lo sapeva bene: mentre esalta la grandezza di Roma, la fa discendere da un eroe che veniva da Troia. Le "sintesi gnostische" nei primi secoli del cristianesimo sono state una tentazione a cui i grandi padri della Chiesa si sono opposti, ma non bisogna mai dimenticare che il movimento ultimo dell'essere come dono non ha nulla da difendere come "privilegio", perché ciò che sempre è in gioco è l'amore gratuito che si fa per l'appunto cultura, missione, carne...ed è questo amore gratuito l'unico vero bastione contro la barbarie dilagante.

(29.6.20) 
I rischi dell'evangelizzazione diretta - in dialogo con Padre Paolo Dall'Oglio 
Non solo per il contesto mussulmano, ma anche per quello in cui vivo io con 2 % di cattolici (le uscite dalla Chiesa a livello nazionale sono state in questo ultimo anno molto forti, sia per la Chiesa evangelica che per quella cattolica) l'evangelizzazione diretta non porta molti frutti. Non metto in dubbio in genere che alcuni facciamo del proselitismo sincero, ma il metodo del proselitismo, come ha spiegato tante volte il Papa, è sbagliato. Sia nei confronti delle altre religioni ed ancor più nei confronti di altre confessioni. Anche nei confronti di chi non ha confessione. 
Il motivo specifico del contesto mussulmano di un'evangelizzazione diretta e cioè l'unione tra religione cristiana e diritti umani ovviamente non è presente da me, visto che tutte le confessione cristiane e quelle secolari, nella nostra regione, sono per i diritti umani. Ma ciò che vale per il contesto mussulmano e cioè che un'interiorizzazione dei diritti dell'uomo deve accadere nell'Islam e non contro di esso, vale in genere per tutta la verità: il cammino di interiorizzazione della verità non può essere imposto. 
L'idea di una "cittadinanza condivisa" come cammino per vivere insieme è utile anche nel contesto secolarizzato in cui vivo: di fronte alle sfide del bene comune è meglio pensarsi come con-cittadini che come coloro che la sanno sempre meglio degli altri.

(26.06.20) Nel dialogo con Padre Paolo Dall'Oglio riguardante la domanda: mussulmani cristiani? (Innamorato dell'Islam, credente in Gesù, ibidem 50, 51), vi è un idea che mi tocca il cuore. Quella di una "chiesa mistica", da non confondere con una "chiesa clandestina", che si può offrire "in ostaggio d'amore come lievito della pasta" (51). Si tratta di un modo non esclusivo di vivere l'appartenenza alla propria chiesa. "Penso che che ormai oggi vi sia uno spazio spirituale sia cristiano sia mussulmano per anime che sintetizzassero sin d'ora armonie future" (ibidem, 51)

(25.06.20) Cinque gruppi di cristiani arabi

Padre Paolo ci presenta nel libro che stiamo presentando (Innamorato dell'Islam, credente in Gesù) cinque gruppi di cristiani arabi (49-50). Qui ne presento una tabella sintetica. 
1. Gli arabi cristianizzati prima dell'avvento dell'Islam.
2. Cristiani di madre lingua siriaca, greca, copta o altra che si sono "arabizzati nel contesto mussulmano".
3. Cristiani arabi come nella Siria di origine armena, caldea...
4. Cristiani che scelgono di diventare arabi come padre Paolo, "inviati a manifestare la dinamica dell'incarnazione del Verbo e dell'inculturazione del Vangelo"(49).
5. Mussulmani che credono in Gesù senza voler dimenticare la "loro appartenenza culturale e religiosa mussulmana" (50).
(23.6.20) Per padre Dall'Oglio il "buon vicinato" è quasi un sacramento. 
L'innamoramento per l'Islam non impedisce a padre Dall'Oglio di vedere quali e quanti discriminazioni subiscono i cristiani nei paesi a maggioranza mussulmana (cfr. Innamorato dell'Islam e credente in Gesù, ibidem 46-49) - citiamo la più importante: "tutti sono liberi di diventare mussulmani, ma nessuno è libero di abbandonare l'Islam". 
Nonostante ciò il padre gesuita ritiene il "buon vicinato" con i mussulmani di vitale importanza, tanto più che vi è movimento di pensiero nell'Islam (in modo particolare nei mussulmani europei); il concetto di cittadinanza e la disponibilità a discutere e dialogare in "un quadro diplomatico e pluralistico" crescono tra i mussulmani. Non bisogna poi dimenticare che anche nell'ambito cristiano occidentale, dietro le facciate, ci sono situazioni famigliari che non hanno nulla di democratico e pluralista. Ed in genere bisogna tenere conto che il connubio occidente e cristianesimo non fa bene al buon vicinato. Padre Paolo cita gli ambiti di questa colonizzazione occidentale: "leggi alimentari, calendario, eredità, monogamia, leggi sull'abbigliamento". Aggiungerei poi la nostra "doppia morale" - per esempio nella questione di una monogamia che è solo "apparenza". 
Quale è la via che propone padre Paolo: una libertà di coscienza che nasca "da una riflessione religiosa mussulmana, e non malgrado e contro la religione stessa" 48). Il documento di Abu Dhabi è ovviamente un grande paso nella direzione giusta.

(20.06.20) Come "incorporare" tutto in Cristo, senza smettere di essere ecumenici? - in dialogo con 
Per quanto riguarda la missione in terra mussulmana di padre Paolo Dall'Oglio questa quesitone è di vitale importanza, ma in un certo senso non lo è di meno per me, nella mia missione in terra luterana e di maggioranza non confessionale. Vorrei riflettere su due punti, tenendo conto che "il problema non è quello di un'espressione, a cui non sono attaccato, ma di una missione alla quale sono consacrato" (Innamorato dell'Islam, credente in Gesù, ibidem 46).

1. "Nella prospettiva finale del Regno di Dio si tratta nel linguaggio teologico cristiano di incorporare nel corpo di Cristo tutto l'universo" (ibidem 45) - quindi ovviamente anche ogni religione ed ogni confessione, ancor più: ogni uomo, credente o non credente. Solo che "incorporare" non significa "divorare" - "non si tratta di divorare l'alterità per assimilarla, al contrario, si tratta di innamorarsi dell'alterità", che nel caso di padre Paolo è quella "mussulmana" con cui egli vuole "Interagire per partecipare alla gioia e alla gloria del suo compimento e del suo sviluppo" (46). 

2. "La Chiesa è sempre contestuale e il cattolicesimo è una comunione di contestualità plurali" (45). Non posso che essere Chiesa nel contesto luterano e ancor più non confessionale in cui mi trovo. La mia appartenenza "romano cattolica" è la modalità in cui io interagisco con le altre "alterità". Così sono chiesa anche con altri cristiani, come "comunità riunita" - non come "comunità cristiana" . L'espressione "chiesa cristiana" è ridondante. Questo è un problema che ho io, più che il padre Paolo. Il suo problema è questo la "Chiesa per l'Islam", etc. come comunità riunita anche con mussulmani non significa "comunità cristiana": " se la "Chiesa" significasse "comunità cristiana", l'espressione "chiesa cristiana" sarebbe ridondante" (44). 

Per il mio contesto: quando i fratelli e le sorelle luterane pregano nel "Credo": credo la "Chiesa cristiana", invece che "cattolica", lo fanno suppongo solo per distinguersi da quella "romano cattolica", cosa non necessaria e che proietta nel "Credo" una conflittualità impossibile da legittimare in nome di Cristo (Gv 17). Non necessaria perché "cattolica" non significa necessariamente "romano cattolica", ma "universale". Penso sia necessario pregare nel "Credo": "credo la chiesa una, santa, cattolica ed apostolica" tenendo conto che solo in Cristo, nel Cristo, in cui tutto viene "ricapitolato", la Chiesa è "una, santa, cattolica ed apostolica". Il fatto che noi cattolici crediamo che nella Chiesa romana cattolica sia "realizzata" (Concilio Vaticano II) questa pienezza di fede non significa che noi non siamo capaci ad amare l'alterità come tale e come spiegato nel punto uno qui sopra.



(18.06.20) 

Per un superamento di ogni cristallizzazione identitaria rigida - cosa è necessario al futuro metafisico dell'umanità? In dialogo con Paolo Dall'Oglio 
Come disse Hans Urs von Balthasar ai suoi confratelli nel 1950: "Oggi nessun santo è forse più attuale, più vivo, attivo di lui (Ignazio), capace di far saltare, ancora una volta, le incrostazioni di secoli. Chissà, egli forse nasconde nel suo cuore un bel segreto ancora invisibile." Questo è certamente vero come profezia dell'attuale pontefice, ma anche per una figura come Padre Paolo! 
Forse uno dei segni più grandi della fecondità del carisma di don Luigi Giussani è stata la sua amicizia con il maestro buddista giapponese, Shodo Habukawa - questa rende il Movimento di Comunione e Liberazione, pur in tutte le sue contraddizioni, uno delle grandi mosse dello Spirito Santo per supere ogni forma di "cristallizzazione identitaria rigida". (Non è un caso che il libro su cui stiamo lavorando sia uscito per i tipi della Jaca Book.) 
Padre Paolo ritiene necessario per il "futuro metafisico dell'umanità", comprendere "la grande profondità dell'esperienza spirituale asiatica", come hanno incominciato a fare grandi gesuiti come Matteo Ricci, Roberto de Nobili, Vincent Lebbe e Henri Le Saux. Sia il cristianesimo che l'Islam si sono spesso bloccati di fronte alla grande esperienza spirituale asiatica (indiana e cinese) perché hanno identificato "missione" con "espansione imperiale". Dobbiamo purificarci da questa identificazione. Noi cristiani, alla sequela di Gesù di Nazareth. E i mussulmani nella sequela "della sincerità del Profeta" (40).
Ciò che deve accadere è l'avvento dell'Unico, del Mistero non una qualsiasi forma di "teologia politica". Non vi è alcuna predisposizione del solo Islam alla violenza. Il lavoro missionario in Indonesia, "il paese con la popolazione mussulmana più numerosa del mondo", non è accaduto come in altri luoghi (Asia centrale) con le armi, ma con il commercio. Comunque noi (cristiani) dobbiamo purificarci da tutte la nostra storia colonialista, prima di dare lezioni agli altri. 
Credo che abbiamo bisogno di un ecumenismo della bellezza e della coerenza in modo che l'"amore gratis" dell'Unico misericordioso sia ciò che guida il nostro cuore. E per questo, come per padre Paolo, ciò significa per me: "Proclamo qui la mia apparenza alla Chiesa cattolica guidata dai successori dell'apostolo di Pietro. Proclamo inoltre la necessità per ogni generazione di partecipare alla lotta per purificare la Chiesa dalle strutture idolatriche di potere" (Innamorato dell'Islam, credente in Gesù, 40). Ecumenismo significa una priorità del silenzio e dell'ascolto su ogni forma di proselitismo.
Come scriveva Balthasar: "Missione, per di più qualitativa, la «grande» missione avviene nel tu a tu con Dio, quindi nella solitudine, a volte nell'estasi (come mostrano ad esempio le vocazioni di Isaia e di Geremia). E perché la missione possa avere successo, è richiesto lo spogliamento massimo in questo incontro solitario, la disposizione «indifferente» a tutto ciò che Dio vuole. In questa totale disponibilità c'è l'autentico analogo cristiano all'annichilamento dell'io nella meditazione orientale." (HUvB, Neue Klarstellungen, 96-97; Nuovi punti fermi, 95)

(17.6.20) 

Crisi della coscienza cristiana di fronte all'Islam 
"Questo dramma della contraddizione fra il fatto di essere discepolo di Gesù di Nazareth e quello di appartenere alla Chiesa del potere ha condotto l'anima evangelica di Charles de Foucauld a purificare la sua fede cattolica dalla sua apparenza alla civiltà occidentale, dal suo nazionalismo francese ed anche dalla sua aristocrazia, nel profondo del deserto mussulmano" (Padre Paolo Dall'Oglio, Innamorato dell'Islam, credente in Gesù, 37).
A livello "petrino" Papa Francesco (anche un gesuita!), dalla tradizione del popolo fedele latino americano, più che dalla "teologia della liberazione", insomma dalla tradizione incarnata da Oscar Romero (cfr. il modo in cui ne parla padre Paolo, ibidem 39), con il suo viaggio iniziale a Lampedusa e con tutto il suo pontificato rappresenta questa "purificazione" di cui parla il gesuita italiano. 
Anche senza la radicalità monacale di Padre Paolo e di Charles de Jesus è possibile condividere questo bisogno di purificazione dall'identificazione tra cristianesimo ed imperialismo economico liberista, tra cristianesimo e il modello consumistico secolarizzato, ed infine tra la versione americana di questa identificazione del cristianesimo con il "capitalismo petrolifero", senza per questo voler giudicare nessuno e certamente nessuno in modo unilaterale, come di fatto non vuole neppure padre Paolo. Egli vede nell'Islam "la massa di contenimento più efficace e più scioccante" (39) a questa identificazione di cui stiamo parlando. 
Una conversione ecologica integrale (Laudato si', Querida Amazonia, Sinodo amazzonico) implica una critica anche dall'interno del sistema economico e giuridico liberista che di fatto è la forma di vita dell'occidente attuale e che ha un suo momento di verità innegabile, se l'Europa o gli USA vogliono venire raggiunti da così tanti migranti. 
Per quanto riguarda il potere io distinguere tra la variante "Constantino" che permette alla religione cristiana di svilupparsi come "cristianità" - con opere d'arti, giuridiche, filosofiche che nessuno di noi vuole sul serio dimenticare senza per questo voler cadere in un'ideologia cristianista. E la versione "Teodosio" che fa del cristianesimo la religione dell'impero con tutte le tentazioni che conosciamo nella storia del Cristianesimo e di cui parla padre Paolo: in primo luogo la grande tentazione della sacralizzazione del potere e della violenza.

(16.06.20) 

"Non mi converto all'Islam, perché ci si converte a Dio" (Padre Paolo Dall'Oglio, ibidem 2009). 

Nelle pagine che ho appena meditato (Innamorato dell'Islam, credente in Gesù, 32-36) il padre gesuita fa alcuni affondi che toccano la mia coscienza nella sua sorgente viva, come "esserci nel mistero".
1. "L'immenso merito dell'Islam è di avere messo in scacco il progetto politico cristiano imperiale" (35) - dapprima quello bizantino ed ora quello identitario. Ovviamente tenendo conto delle differenze, in primo luogo che l'impero americano stesso è una democrazia e i tentativi di mettere in dubbio con pseudo argomenti (il falso caso Russia, come ha fatto vedere Aaron Maté) le elezioni del 2016 non sta mettendo in crisi Donald Trump - per questo, grazie a Dio ci pensa lui stesso - ma il sistema democratico americano. 
2. Un altro merito della meditazione sincera sulle religioni abramitiche (sto con Padre Dall'Oglio nell'uso di questo termine e non più con Remi Brague) è quello di mettere in dubbio la considerazione dell'altro, del nemico "come un essere subumano". Pur con i grandi meriti della mitologia di Tolkien e di C.S. Lewis qui credo che tocchiamo un punto che deve essere approfondito: l'altro non è mai un "orco" o un "nazgul". 
3. Non bisogna fare delle idealizzazione della storia mussulmana, come d'altronde della propria storia, ma in una "reciprocità critica" riflettere sulla violenza: "Le nostre tradizioni religiose hanno da sempre giustificato l'uso della violenza. Ogni comunità farebbe meglio a riconoscere in se stessa le radici di queste deriva violente, sempre possibili all'interno della propria tradizione" (33). Quindi pur nella legittimità dell'analisi storica sui terroristi in Europa non serve a nulla dire che i terroristi non sono veri cristiani o veri mussulmani!

(15.06.20) 

"Ma questo è proprio il metodo che più mi disgusta: paragonare per giudicare!" (Padre Paolo Dall'Oglio SJ, 2009)
Ho appena finito di pregare la preghiera di Elisabetta della Trinità del 21 Novembre del 1904, una consacrazione della propria vita alla Trinità - insomma nel mio confronto serrato con l'Islam, alla scuola di Padre Paolo, non rinnego proprio nulla della mia fede cattolica, anzi lascio, come il gesuita stesso, l'ultimo giudizio su queste cose alla Chiesa stessa. 
Ma sono certo che la "conoscenza" biblica non ha nulla a che fare con il "paragonare per giudicare". Nelle "Affinità elettive" Goethe ci confronta con un atto sessuale vissuto pensando ad un'altra/o. Coì ovviamente non si conosce l'altro. Questo adulterio compiuto con la propria moglie o proprio marito è una sorta di "paragone per giudicare". La conoscenza biblica è amorosa. Quando si legge il Corano si legge appunto il Santo Corano e quando si legge la Bibbia si legge la Santa Bibbia. L'esistenza come "esser-ci" impegnato in un mondo di conflitti mi spinge ad avvicinarmi all'Islam senza alcun atteggiamento di proselitismo e apologetico. Sono conscio delle difficoltà dogmatiche per un dialogo tra queste due religioni, ma credo che padre Paolo sposti l'attenzione teologica all'Islam nell'ambito che rende questa religione, l'ultima delle grandi religioni abramitiche, un vero richiamo per noi tutti. Mentre Israele incarna la virtù teologica della speranza, il cristianesimo quella dell'amore, l'Islam ci chiede se crediamo davvero nel Dio sempre più grande e misericordioso (ci interroga in un certo senso a livello di "senso religioso"). Ci pone una domanda che ci possiamo porre in ogni momento della nostra giornata. Chi è il nostro Dio? Crediamo nel Dio misericordioso?
Solo in questo senso "naturale originale" vale che l'Islam può essere inteso come "compimento della rivelazione", senza negare nulla della singolarità di Cristo e del mistero della Trinità. Da giovane ho subito il fascino della "terza età del mondo", nella linea che andava da Gioachino da Fiore fino ad Ernst Bloch: la terza età del mondo come "spirito dell'utopia" quindi sono vaccinato contro ogni forma di "terza età dello Spirito" che si sostituisca al Padre e al Figlio. L'islam invece mi sembra essere un aiuto per il mio esser-ci nel mondo, a livello spirituale personale e storico sociale. Con Padre Dall'Oglio sto cercando di approfondire questa intuizione che è nata dapprima con la lettura del testamento di padre Christian de Chergé.

(14.06.20) 

La grande sfida della doppia appartenenza islamo-cristiana (1) 
Padre Dall'Oglio SJ nel suo "Innamorato dell'islam, credente in Gesù" ci sfida con la sua proposta di una doppia appartenenza, che il padre gesuita non vede come "una mia personale alchimia di sincretismo", perché lui è "in uscita" non individualmente, ma "nella Chiesa che vive del movimento di Gesù, con curiosità e attenzione per l'opera dello Spirito di Dio nella Umma, la Comunità mussulmana". Direi così: padre Dall'Oglio può essere innamorato dell'Islam, solo perché è Gesù è innamorato di noi (cfr. predica del Papa per il Corpus Domini del 2020). E per questo vuole dialogare con tutti, anche con le "tendenze gnostiche" (29). 
Mutatis mutandis ho lo stesso atteggiamento come cattolico romano nella terra di Lutero: non ho mai sentito il bisogno di abbandonare la mia identità romano cattolica, ma non ho sentito neppure il bisogno (forse solo all'inizio dei mei incontri con luterani) di "determinare in modo esclusivo i criteri di appartenenza" - questo piuttosto lo vedo nei mei confratelli luterani e neppure con tutti. Alcuni di loro hanno bisogno di dirmi che non sono cattolici. Tanto più in quella formula teologicamente strana in cui professano il Credo: Credo la Chiesa cristiana. Mi sono chiesto come mai lo fanno, visto che "cattolico" significa "universale": perché si tolgono con questa formula dall'universalità della Chiesa? 
In un certo senso non ho neppure bisogno di distinguermi in modo univoco neppure dai fratelli uomini, che sono senza una confessione cristiana (più dell'80 % nella zona in cui vivo). Vorrei approfondire questo punto leggendo "ancora una storia della filosofia" di Jürgen Habermas e "la terza età del mondo"  di Massimo Borghesi con il suo serrato confronto con Lessing ed Hegel. 
Per quanto riguarda la Umma, la Comunità mussulmana, l'idea di un'identità esclusiva di chi appartiene al Logos universale e Concreto mi sembra del tutto assurda. Non solo per la quantità, ma anche per l'intensità della fede mussulmana, che ho conosciuto nella ragazza mussulmana (su di lei la preghiera e la pace di Dio) di cui ho parlato l'altro giorno e per la disposizione al dialogo dell'amico Wael Farouk (su di lui la preghiera e la pace di Dio), non mi verrebbe mai in mente di sentire una Comunità di più di un miliardo di persone come a me estranea. Qui in Germania poi i fratelli mussulmani sono più del cinque percento. 
"Un'autentica capacità di inculturazione dei discepoli di Cristo, tuttavia, può aiutarli a ritrovare integralmente la fede nel Redentore di tutti gli uomini e di tutte le realtà umane. Il contrario invece, vale a dire il ripiegamento su forme religiose ereditate, considerate come non rivisitatili, indebitamente cristallizzate, e persino fossilizzate, provoca in molte persone, soprattutto giovani, la perdita della fede in Cristo e ne impedisce la riscoperta" (Padre Paolo, ibidem 29). 
Con la Santa Messa, con L'Eucarestia, con il breviario etc. non ci si ripiega "in forme religiose ereditate", ma si va incontro a Colui che è innamorato di noi! Come ha sottolineato con ragione Lucio Brunelli tutto il lavoro di inculturazione di Papa Francesco lo si capisce meglio se abbiamo partecipato alla Santa Messa del mattino alle sette. 
Avviciniamoci a Gesù innamorato di noi, così come siamo con i nostri ormoni e con la voglia di sesso, etc.
(1) "Si tratta dunque dell'apparenza di fede dipendente dall'assoluto, alla Chiesa; e di un'apparenza derivata e subordinata, apostolica - dovuta alla carità di Cristo - a coloro ai quali si è inviati" (Dall'Oglio, ibidem 29)

(13.6.20) Il cristianesimo è un movimento (Padre Paolo Dall'Oglio) 
Come Charles de Jesus anche Padre Paolo "vuole conquistare tutto il mondo a Cristo" (Innamorato dell'Islam, credente in Gesù, ibidem 25). La Chiesa che va verso l'Islam non è per lui una chiesa che va contro Gesù. Essere introdotto nella vita di Gesù di Nazareth", attraverso la "mediazione della Chiesa" è il suo intento "missionario". 
Non vi è nessuno "proselitismo" in Padre Paolo, perché egli vede il"Cristianesimo come un movimento": "Gesù non ha fondato immediatamente una religione. Ha iniziato una comunità in movimento all'interno del mondo religioso giudaico" (24) - si è mosso anche in modo "polemico" (sula questione dello shabbat, per esempio) all'interno di questo mondo: "il suo atteggiamento era una reinterpretazione ebraica della sua stessa tradizione ebraica" (25). Da qui parte quel movimento di "trasformazione del mondo" che va "al di fuori dell'ebraismo" - quindi la "Chiesa in uscita" non è un'invenzione di Papa Francesco, ma un'idea concreta guidata dallo Spirito di Gesù dei primi cristiani.
Tutta la libertà di Gesù, a differenza di quanto pensava Ernst Bloch, risiede nella Sua relazione con il Padre! Con il sacramento del battesimo (e con gli altri sacramenti), che con ragione i Vespri della tradizione ambrosiana ricordano ogni giorno, noi abbiamo una via oggettiva per partecipare alla logica salvifica "cattolica" del Logos concreto ed universale che è Cristo.


(12.6.20) 

Non posso che leggere Padre Dall'Oglio  che nella modalità e nel desiderio della conversione, mia. 
Non sono un rāheb (monaco) come lui, anche se ho almeno un amico "monaco", con cui mi confronto regolarmente. Sono un laico, che non si astiene dalla relazioni sessuali, per quanto lo possa un uomo di sessant'anni, ma che vive abbastanza interiormente come un "eremita", per quanto sia ciò possibile nella vita sociale di lavoro e in quella matrimoniale. La preghiera e la pace di Dio sono per me un abito che fa parte della mia personalità. Nel canto degli uccelli e nello scorrere dell'acqua, nei boschi tedeschi e nella riva dei fiumi o di fronte al mare cerco di riconoscere, "in modo stupito il Dio unico e creatore", che Cristo ci ha rivelato in modo singolare, ma che il Profeta - salla Allahu 'alyhi wa sallam, su di lui la preghiera e la pace di Dio - ha ricordato ai suoi e poi dopo a tutto il mondo. L'amicizia con una ragazza mussulmana, anche se di breve durata (ha dovuto cambiare città), mi ha fatto vedere il suo senso di santità per il libro del Corano ed ho desiderato avere lo stesso atteggiamento per la Bibbia. L'incontro con questa ragazza è stata la mia "iniziazione mussulmana". 
La mia fede romano cattolica "vuole essere ortodossa, totale e fedele alla sua specifica dinamica", in modo particolare nella sua dimensione eucaristica. L'abbraccio al mondo musulmano, che devo in primo luogo a cattolici: Padre Christian de Chergé, Padre Paolo Dall'Oglio, Charles de Jesus, si fonda, per citare l'espressione di Sante Bagnoli che ho ricordato ieri qui nella mia bacheca, "in quello che Ildegarda di Bingen vedeva da parte di Cristo nei confronti del cosmo e dell'umanità".
Perché ho parlato di conversione all'inizio di questo post? Perché io credo che la pace sia un dono che possiamo accogliere solamente con una radicale conversione e questa accade quando "sia l'assoluto che il contingente sono inclusi nella Misericordia dell'Unico che abbraccia tutto" (Padre Dall'Oglio, ibidem). 
Non so l'arabo e così i miei gesti di "appartenenza mussulmana" sono piccoli gesti di preghiera. Quando prego l'intercessione di Abramo, penso anche a quella del profeta Maometto, su di lui la pace e la benedizione di Dio. Da quando Papa Francesco ha sottoscritto il documento sulla fraternità universale prego anche "per e con" il gran Imam Al Tayyeb, su di lui e su tutta la Umma (la comunità di tutti i mussulmani) invoco la pace e la benedizione di Dio come la invoco su tutto il popolo fedele cristiano di Dio. Non si tratta per di vivere per organizzare la pace nel mondo, ma per invocare quell'Unico che davvero la può donare.
"Gesù e gli apostoli con lui erano giudei, ma hanno interpretato la loro appartenenza e alla religione della Bibbia nella libertà dello Spirito e non nel fondamentalismo della legge" (Padre Dall'Oglio, Innamorato dell'Islam e credente in Gesù, ibidem, 24) - abbiamo bisogno di questa libertà dello Spirito per vivere come fratelli dell'unico Dio - la mia fede trinitaria non è politeista.

(11.6.20) 

Deir Mar Musa - un monastero al servizio di Dio e dell'uomo, nel dialogo islamo-cristiano 
"Lo sforzo è quello di rendere sempre più teologica la nostra dimensione ecclesiale...cioè l'appartenenza della Chiesa centrata sula fede in Gesù Cristo...La testimonianza della carità (anche verso la nostra casa comune: l'ambiente; RG) è più importante ed efficace della dimostrazione di una grande capacità di adattamento culturale...Il criterio dell'apertura cordiale e dell'obbedienza sincera ai pastori della Chiesa, sia locale che universale, è quello che ci garantirà, nel tempo, che stiamo lavorando per il Regno e non per le nostre illusioni... Mi sembra opportuno sottolineare il valore teologico della convivialità in senso alla cultura araba locale , dialetticamente comune, nel suo essere islamo-cristiana. Al di là di ogni considerazione dogmatica, vi è il semplice fatto di vivere insieme. La dimensione dell'umano, come valore che tutti partecipano a riconoscere e a costruire, resta ciò che vi è di più immediatamente disponibile alla buona volontà di ognuno".
Padre Paolo Dall'Oglio SJ, 2009