mercoledì 24 febbraio 2021

Pensatore e filosofo Per il novantesimo compleanno di Ferdinand Ulrich (1931-2020) Di Manuel Schlögl

Fonte tedesca: Klerusblatt 101 (2021) N.2

Per il 90esimo compleanno di Ferdinand Ulrich (23.2.21) offro nella traduzione di Giacomo Pomponio l’introduzione, semplice e profonda, alla figura del filosofo tedesco, di Manuel Schlögl, che sotto la guida di Stefan Oster, vescovo di Passau, lavora nell’archivio di Passau che si occupa dell’eredità scientifica e spirituale di Ferdinand Ulrich. Non sono  riuscito a trasportare nel mio Blog la traduzione altrimenti. Le note si trovano a pie di pagina del manoscritto, quindi tra il testo del blog. Comunque la lettura non dovrebbe essere complicata. RG





Un grande sconosciuto

“Per chi si occupa di Ferdinand Ulrich deve essere chiaro che ha a che fare

con un grande sconosciuto, nel doppio senso della parola – egli è

ugualmente grande come sconosciuto” – così disse una volta il filosofo di

Monaco di Baviera P. Gerd Haeffner SJ riguardo al suo collega e amico di

molti anni. I molti che conobbero Ferdinand Ulrich come professore

universitario o come intimo o come consigliere furono impressionati dalla sua

grandezza umana, intellettuale e spirituale. Per alcuni, tuttavia, egli rimase

oscuro, poiché il suo pensiero e anche i suoi lavori pubblicati richiedono

molta pazienza e attenzione riguardo la loro ampiezza e stile personale.

Comunque, una generazione di giovani ricercatrici e ricercatori negli USA,(1) in


Francia (2) e in Germania (3) sta scoprendo questo filosofo per sé, la sua eredità

scientifica e spirituale viene raccolta in un apposito archivio di Passau e lentamente resa disponibile, il suo novantesimo compleanno – il 23 Febbraio

1 Vedi i lavori di David C. Schindler, Adrian Walker, Reinhard Hütter e Rachel M. Coleman, così come i contributi della conferenza: Being as an Image of Divine Love, 2019, tenuta a Washington D.C., pubblicata in: Communio (US) 46 (2019), N.1.

2 Vedi Pascal Ide, Une théologique du don. Le don dans la Trilogie de Hans Urs von Balthasar, Paris, 2013 (con molti riferimenti a Ulrich); Marine de la Tour, Gabe im Anfang. Grundzüge des metaphysischen Denkens von Ferdinand Ulrich, Stuttgart, 2016.

3 Vedi Stefan Oster, Mit-Mensch-Sein. Phänomenologie und Ontologie der Gabe bei Ferdinand Ulrich, Freiburg-München, 2004; il med., Person-Sein vor Gott. Theologische Erkundungen mit dem Bischof von Passau, pubblicato da Bernhard Klinger, Freiburg i. Br., 2015, specialmente pp. 43-105; Ikamarina Kuhr, Gabe und Gestalt. Theologische Phänomenologie bei Hans Urs von Balthasar, Regensburg, 2012, specialmente pp. 171-183.

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Pagina 1 del manoscritto 

2021 – offre un buon motivo per avvicinarsi un poco a questo “grande sconosciuto” e, a partire dalla forma della sua vita, per capire meglio anche i temi principali del suo pensiero.4

Patria perduta

Ferdinand Ulrich venne al mondo il 23.02.1931 a Odrau (oggi: Odry, Repubblica Ceca) e crebbe a Fulnek/Mähren, figlio unico, in una piccola comunità contadina. I genitori offrirono al figlio, che ha capacità eccellenti, spazio per lo sviluppo: per il gioco, per la riflessione, per la preghiera, poiché “Ferdy” era un bambino molto religioso, che già presto sperimentò la Madre di Dio Maria e santa Teresa di Lisieux come realtà viventi. Sempre di più arrivavano le notizie della guerra e l’ideologia nazista in questo luogo nascoto: con la fine del conflitto la patria si trasformò all’improvviso in una terra nemica, da abbandonare il più velocemente possibile. Il quindicenne Ferdinand arrivò con sua mamma nel 1946 presso il lager Mettenheim/Obb, uno straniero tra stranieri, e così alla “Oberrealschule” di Mühldorf, che con grossi sacrifici poté frequentare e concludere nel 1950 con la maturità, come migliore del suo anno. L’esperienza della peregrinazione e dell’estraneità, nonché il ricordo per la sua patria perduta accompagnarono Ulrich lungo la sua vita, come per molti della sua generazione. E come molti, trovò anch’egli nella chiesa cattolica una nuova casa e una prospettiva di vita. Così entrò nell’autunno 1950 nel seminario di Frisinga (Freising9 e studiò quattro semestri presso l’università locale. Joseph e Georg Ratzinger si preparavano lì, nello stesso tempo, per la loro ordinazione al diaconato e sacerdotale. Quando Ulrich volle cambiare il proprio corso di studi per l’università di Monaco, una infida epatite lo costrinse sul letto di malattia. Dopo era così indebolito che non poté essere più accettato nel seminario cattolico. “Così studiai semplicemente ancora quello che già avevo studiato, principalmente Filosofia”, disse più tardi.

Ricerca di una propria strada

Soprattutto tre accademici divennero importanti per Ulrich a Monaco: Henry Deku, uno specialista di Agostino e Tommaso d’Aquino, convertitosi dall’Ebraismo al Cattolicesimo, il quale capì bene Ulrich e che fece lunghe passeggiate con lui; Gottlieb Söhngen, maestro di Ratzinger, un gioviale renano nonché geniale pensatore, il quale leggeva con gli studenti classici

4 Nel prosieguo mi baso soprattutto su miei appunti da colloqui con il Prof. Ulrich, che ho avuto tra il 2006 e il 2019. Vedi inoltre il necrologio di Leo Jagwitz scaricabile dal sito www.johannes-verlag.de.

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antichi e moderni di storia della teologia; infine, su un piano più personale, Romano Guardini. Spesso Ulrich fu ospite del famoso filosofo della religione al sabato pomeriggio a Bogenhausen e venne trattato con assoluta serietà da costui, più anziano di quasi cinquanta anni. La relazione con il suo relatore, Aloys Dempf, si rivelò al contrario problematica: due progetti di una tesi, a cui il giovane pensatore lavorò in tempi molto brevi, vennero rigettati. Il terzo lavoro infine, su un argomento neoscolastico, fu magnanimamente fatto passare da Dempf.5

A ventiquattro anni Ulrich era dottore in Filosofia, senza però una professione. Dovette quindi proporsi come supplente presso un collegio a Tegernsee e nel ginnasio delle “Englische Fräulein” a Passau-Niedernburg über Wasser. Trovò poi una opportunità per potersi abilitare alla libera docenza nel 1958 a Salisburgo, presso P. Beda Thum: questo scritto accademico, necessario per la l’abilitazione, uscì nel 1961 con il titolo “Homo abyssus. Das Wagnis der Seinsfrage”. (Le prime sessanta pagine, tradotte e commentate, si trovano nel Blog di Roberto Graziotto che ospita questo articolo. La traduzione è proprietà della Johannesverlag. NdT) Coloro che si sono già occupati da vicino dell’opera la porterebbero sicuramente e senza alcun dubbio su un’isola solitaria, per studiarla sempre di più con profitto. Poiché in questa opera, che Ulrich scrisse in appena poche settimane di totale ritiro e poi, successivamente, fornì di note, si tratta effettivamente del “tutto”. Egli spiega come essere e nulla, uomo e cosmo, corpo e anima, tempo ed eternità stiano in relazione fra di loro, cosa sia la verità e cosa sia la vera libertà e come ad ogni uomo si ponga innegabilmente la domanda dell’essere, cui egli deve rispondere nel corso della sua vita: principalmente, se egli riconosca la verità della sua vita nel considerare sé stesso come dono derivante dall’amore incondizionato del Dio-Creatore, oppure se egli si chiuda a questa „sfida“ dell’essere donato e quindi sprechi in ultima istanza la propria vita. Ulrich parla di “ movimento di finitizzazione (“Verendlichungsbewegung”) dell’essere”,6 di un totale donarsi, che rappresenta il motivo di ogni realtà e quindi è una „similitudine“ di Dio stesso, il quale dona sé stesso, in modo trinitario, dall’eternità e ciò rende la più

5 Su questi primi lavori di Ulrich vedi Martin Bielers, Einleitung in Ferdinand Ulrich, Homo abyssus. Das Wagnis der Seinsfrage, Einsiedeln-Freiburg, 21998, pp. XIII-XXVIII.

6 Vedi Ulrich, Homo abyssus (n. 5), specialmente pp. 99-117, 216-219, 239-247, 397-483. Una dettagliata interpretazione del pensiero si trova in Martin Bieler, Freiheit als Gabe. Ein schöpfungstheologischer Entwurf, Freiburg-Basel-Wien, 1991, pp. 245-376.

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intima essenza (di Dio) evidente in Gesù Cristo nella forma di una vita umana. “Homo abyssus” contiene dunque nient’altro che il messaggio evangelico in linguaggio della filosofia. Più esattamente: in un insegnamento sull’essere sviluppato a partire dall’uomo. Si tenta anche una coordinazione tra l’ontologia classica di Tommaso d’Aquino e la moderna filosofia trascendentale, nella misura in cui Ulrich mostra, col suo approccio, che l’apparentemente astratta domanda riguardante „l’essere dell’essente“ diventa evidente nella più concreta delle domande sulle condizioni di possibilità della libertà umana. Alcuni commentatori riconobbero già allora lo straordinario potenziale di questo giovane filosofo;7 tuttavia molti colleghi ebbero e hanno difficoltà nei confronti di quest’opera, così profonda e incommensurabile che, se si accettasse senza riserva ciò che vi è affermato, il proprio pensiero e anche il proprio atteggiamento verso la vita dovrebbero cambiare.

Dovettero concretizzarsi molte e fortunate coincidenze, affinché Ulrich fosse

chiamato nell’autunno 1958 presso la Scuola superiore di pedagogia

(Pädagogische Hochschule) di Regensburg e potesse insegnare lì all’incirca 8

trentottoanni. Nellostessoannosisposòedivennepadreditrebambini.

Insegnante accademico

Accanto agli impegni di docenza a Regensburg, Ulrich insegnò molti anni presso l’Università di Salisburgo e alla scuola superiore di Filosofia dei Gesuiti a Monaco. Negli anni ’60 e ’70 partecipò pressoché annualmente a congressi a Gallarate, all’Istituto Rosmini di Bolzano e ai Colloqui Castelli di Roma. Conobbe Paul Ricoeur ed Emmanuel Lévinas a Parigi nel corso delle sessioni della “Fritz-Thyssen-Stiftung” per la filosofia della religione. In occasione dei leggendari “Brunnenhof-Gesprächen”, organizzati a Zurigo dal dotto ebreo Friedrich Weinreb, ebbe occasione di conversare con famosi filosofi giapponesi e discusse con loro riguardo Cristianesimo e Buddismo Zen. Tenne regolarmente corsi per gli studenti del Collegio Germanico a Roma o a San Pastore, dove vi furono tra i suoi ascoltatori anche attuali vescovi.

7 Tra questi si contano, tra gli altri, il filosofo francese Claude Bruaire (1932-1986), il filosofo spagnolo Adolfo Munoz Alonso (1915-1973) e il filosofo tedesco nonché collega di studio di Ulrich Heinrich Beck (*1929).

8 Ulrich divenne assistente nel 1958, rappresentante di cattedra nel 1959, professore straordinario di Filosofia nel 1961 presso la scuola superiore di pedagogia di Regensburg e, dopo l’accorpamento della scuola superiore nell’Università di Regensburg, professore universitario di Filosofia.

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Inoltre, il filosofo di Regensburg pubblicò molti volumi e dettagliati saggi, analizzò le rilevanti correnti spirituali del suo tempo – il marxismo, l’esistenzialismo, la psicologia del profondo9 – trattò nelle sue lezioni anche di fiabe10 o parabole bibliche11 e rimase un professore anticonformista, che non voleva trasferire ai suoi studenti in prima battuta “sapere”, bensì “vita” e infine la “domanda dell’essere”, che lo impegnava continuamente. Benché non gli fosse sconosciuta, a Ulrich rimase estranea la gestione accademica. Cercava un’altra via, con cui potesse comprendere ancora più approfonditamente e vivere più concretamente quanto era stato già individuato nell’”Homo abyssus”.

Amicizia con Hans Urs von Balthasar

Lo svizzero Hans Urs von Balthasar divenne un importante interlocutore in questo percorso interiore – anche egli uno spirito eccezionale, riconobbe da subito il talento dell’altro, più giovane di lui di venticinque anni, e lo sostenne incessantemente.12 Bisogna essergli riconoscenti anche per la pubblicazione di libretti di Ulrich così importanti, come quello sull’essere bambino13 o quello sulla preghiera,14 nati dall’insistenza con cui sono stati richiesti all’autore. La loro corrispondenza, comprendente molte centinaia di lettere, contiene un tesoro di saggezza umana e perspicacia spirituale. Il filosofo divenne, da parte sua, consigliere e fidato di Balthasar, in riferimento alla produzione di quest’ultimo negli anni ’70 e ’80, specialmente per la

9 Vedi Ferdinand Ulrich, Gegenwart der Freiheit, Einsiedeln, 1974.
10 Per l’interpretazione delle fiabe vedi Ferdinand Ulrich, Erzählter Sinn. Ontologie des Selbstwerdung in

der Bilderwelt des Märchens (Schriften III), Einsiedeln-Freiburg, 22002.
11 Vedi l’interpretazione della parabola del figliol prodigo (Luca 15, 11-32) in Ferdinand Ulrich, Gabe und

Vergebung. Ein Beitrag zur biblischen Ontologie (Schriften V), Einsiedeln-Freiburg, 2006.

12 Vedi su questo argomento le indicazioni di Stefan Oster, Person-Sein vor Gott und Kuhr, Gabe und Gestalt (vedi nota 3); Manfred Lochbrunner, Hans Urs von Balthasar. Die Biographie eines Jahrhunderttheologen, Würzburg, 2020, pp. 427-428, 481, 485.

13 Ferdinand Ulrich, Der Mensch am Anfang. Zur philosophischen Anthropologie der Kindheit, Einsiedeln, 1970. Una riuscita continuazione da un punto di vista pedagogico offre Udo Schreyer, Kind-Sein und Lebensalter. Eine pädagogisch-anthropologische Untersuchung, Würzburg, 2006.

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14 Ferdinand Ulrich, Gebet als geschöpflicher Grundakt, Einsiedeln, 1973.

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“Theodramatik” (Teodrammatica, Jaca Book), ma anche in riferimento a questioni riguardanti la Comunità di San Giovanni, che il teologo considerava come la “propria opera”.15

Un piccolo fratello pellegrino di Gesù

Durante gli anni ’80 Ulrich si ritirò sempre di più dalla solita vita di un professore universitario, rifiutava di tenere conferenze o di visitarle e non pubblicava più alcunché di nuovo. Alcuni colleghi scossero il capo. In quel momento, cominciò a definirsi, prima nelle lettere e poi anche in discorsi in prima persona, un “piccolo fratello pellegrino di Gesù”. Con ciò è da intendersi in primo luogo il suo collegamento con i “piccoli fratelli e sorelle di Gesù”, la fondazione di San Charles de Foucauld, con cui entrò in contatto per la prima volta a Roma e per i quali tenne molte volte corsi in periodo festivo, nonché la sua profonda nostalgia per uno stile di vita contemplativo e per una comunanza spirituale con Charles de Jesus. In secondo luogo, il pellegrino fa riferimento a un motivo originario della spiritualità cristiana: che la nostra vita terrena non è ancora lo scopo, bensì solo la via per lo scopo, dal momento che la nostra vera patria non è da trovarsi in questo mondo. Sarebbe da considerare anche il “rapporto del pellegrino” e la figura di Sant’Ignazio, cui Ulrich si sentiva molto legato. Questa nuova e vera identità si fondava per lui solamente nel rapporto con Gesù – poiché Gesù è qui “la nostra via e la nostra patria”, come il filosofo diceva volentieri.16 Tanto più Ulrich sembrava diventare sconosciuto nella scienza della filosofia, quanto più fruttuoso diventava il suo influsso spirituale nel suo accompagnamento personale in qualità di “maestro della chiesa”:17 aveva contatti con gli ordini e con singole personalità entro questi, con preti e laici, con filosofi, con teologi, con scienziati. Nel 1996 andò in pensione, continuò tuttavia il suo “essere insegnante” o la sua “paternità spirituale”, come formulò un suo allievo, il vescovo Stefan Oster,18 spesso in qualità di ospite presso i francescani e le

15 Vedi Hans Urs von Balthasar, Unser Auftrag. Bericht und Weisung, Nuova edizione, Einsiedeln-Freiburg, 2004.

16 “Christus hic via, ibi patria”. Ulrich ha attribuito la citazione ad Agostino, proviene però da Ludolf von Sachsen, Vita Jesu Christi: “hic in spe, ibi in re, hic in via, ibi in patria”.

17 Vedi Oster, Person-Sein vor Gott (nota 3), pp. 69-70. 18 Vedi Oster, Person-Sein vor Gott (nota 3), pp. 59-72.

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francescane di Armstorf, Baviera superiore, o presso i missionari e le missionarie del preziosissimo sangue a Regensburg.

Morire per vivere

Al “piccolo fratello pellegrino” furono regalati ventiquattro anni di pensione. Fu un periodo spesso solitario, nonché caratterizzato da molte malattie e momenti bui. Eppure proprio quello fu un periodo di grazia, in cui Ulrich provò a rispondere alla domanda dell’essere non solo per vie intellettuali, ma anche in maniera concreta, “con carne e sangue”, come diceva. Già nel 1969 aveva pubblicato una propria meditazione sul segreto della morte, più tardi apparsa

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come libro – “Leben in der Einheit von Leben und Tod” – per molti, anche

per Balthasar, il lavoro più compiuto proveniente dalla penna del pellegrino.20 È in ultima istanza l’interpretazione filosofica della parola di Gesù sul grano (Giovanni 12, 24-26), che deve essere fatto cadere, deve morire, deve essere sepolto, affinché si diffonda, affinché possa prima di tutto vivere o portare frutti. Questo morire per amore, questo lasciarsi andare per amore di Gesù era già stata per lungo tempo parte della vita di Ulrich. Dopo una brutta caduta nella sua casa, il filosofo trascorse le sue ultime settimane in una casa di riposo a Regensburg, ed è morto lì l’11.02.2020, giorno dedicato alla Beata Vergine.

L’eredità spirituale

Già in vita Ferdinand Ulrich aveva affidato la sua eredità al vescovo Stefan Oster. Egli protesse eprotegge un grosso tesoro per la scienza e la chiesa in cinquantasei scatoloni ricolmi presso la piazza del duomo di Passau – accanto alla biblioteca privata e alla corrispondenza vi sono soprattutto manoscritti per lezioni universitarie e presentazioni seminariali, provenienti dal periodo del suo lavoro da professore universitario, nonché parecchi appunti spirituali degli anni più tardi. Parecchi ex-studenti ed amici del “pellegrino” hanno già messo a disposizione preziose lettere e altri testi, tra questi foto e propri appunti di lezioni universitarie. Le numerose testimonianze personali su Ferdinand Ulrich costituiscono una particolarità, dal momento che per molti, che hanno avuto contatti con lui, questi contatti

19 Ferdinand Ulrich, Leben in der Einheit von Leben und Tod (Schriften II), Einsiedeln-Freiburg, 1999.

20 Vedi Hans Urs von Balthasar in una lettera a Ulrich del 04.07.1980, citata da Kuhr, Gabe und Gestalt (nota 3), p. 173: “Caro amico, in questo periodo leggo con attenzione il Suo libro sulla vita e sulla morte e rimango assolutamente rapito. L’avessi fatto prima, avrei scritto meno cose irrilevanti. Però rivedo in Lei i miei propri limiti”.

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hanno lasciato tracce durature e per alcuni hanno avuto persino un significato tendenzialmente esistenziale.

Ciò che caratterizza un uomo al suo interno – così affermava Ulrich sempre – rimane per lui stesso un segreto, di cui si deve rendere partecipe silenziosamente l’amore di Dio. E tuttavia solamente ciò che si può dire già oggi riguardo lui, il suo pensiero come filosofo, la sua peregrinazione nella fede è sufficiente per riconoscere la sua persistente grandezza.

Traduzione di Giacomo Pomponio

Sull’autore: Manuel Schlögl è nato nel 1979, 2005 ordinazione a Passau, 2013 Dr.theol. all'Università di Münster ("Misticismo-Ateismo-Notte oscura“ ("Mystik-Atheismus-Dunkle Nacht“), un esame dell'ateismo moderno), lavoro nella cura pastorale e nella formazione sacerdotale, studi post-dottorali all'Università di Vienna, “Cristologia e interpretazione scritturale in Massimo Confessore“( "Christologie und Schriftauslegung bei Maximus Confessor“), 2020 nomina a professore di dogmatica e dialogo ecumenico all'Università di Teologia Cattolica di Colonia.

Dal 2006 in contatto con il Prof. Ulrich, dal 2020 libero professionista nel Ferdinand-Ulrich-Archive Passau.

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domenica 21 febbraio 2021

"Abolita l’immagine dell’uomo, la legge nella legge si specchia." In Dialogo con Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

 Ci sono certo alcuni richiami "religiosi" nel grande scrittore siciliano, che nel 1960 scriveva, nell'ambito letterario, un primo racconto non apologetico sulla Mafia, Il giorno della civetta, ma quello che mi ha sempre colpito in lui, è la sua umanità, espressa nella frase che ho messo come titolo a questo post: "Abolita l’immagine dell’uomo, la legge nella legge si specchia". Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Milano 1993, 101. Durante il rapimento di Aldo Moro nel 1978 lo scrittore siciliano è stata la persona che più seppe esprimere il mio desiderio di trattativa con le Brigate Rosse, per liberare il politico democristiano, il desiderio di un giovane di 18 anni. 



Non vi è nessuna apologia della Mafia nel racconto, che tra l'altro proprio come racconto è molto bello: in esso la "mafia è un 'sistema' che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel 'vuoto' dello Stato (...) ma 'dentro' lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende, ma soltanto sfrutta", scriverà nel 1972 Sciascia, in un'Avvertenza, in occasione dell'uscita del racconto nella collana "Letture per la scuola media" dell'editrice torinesi Einaudi.  Non vi è nessuna apologia, ma uno sguardo di uomo su altri uomini, per usare la formula che il mafioso don Arena usa per il capitano Bellodi, che originario di Parma, si trova in Sicilia, come rappresentante dello stato. Il capitano, ex partigiano, è un uomo che tratta anche i mafiosi come uomini, pur sentendo tutta l'impotenza dello Stato nei confronti della mafia. Ma Sciascia stesso o se si vuole il narratore (non credo che la precauzione di distinguere tra narratore ed autore serva molto per questo racconto) ha uno sguardo da "discernimento degli spiriti" (Ignazio di Loyola) sui suoi personaggi. 

Ascoltiamo per esempio come nel racconto si parli della "famiglia" per i mafiosi e non solo, per tutti i siciliani: "la famiglia è l'unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo Stato del siciliano (...) Dentro quell' istituto che è la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta, in una sofistica contrattualità di rapporti alla convivenza" (Il giorno della civetta, ibidem 101-102). Su tutte le parole usate si potrebbe scrivere un libro di filosofia, ma mi limito all'inversione che viene qui espressa: il mafioso è "giuridico" nelle sue scelte famigliari e d'amore, mentre il capitano, è "naturale e sentimentale", sia per il modo con cui guarda le donne, per esempio la ragazza di Parma nell'ultimo capitolo, Livia, sia per come guarda quella donna che è la Sicilia stessa: "Ma prima di arrivare a casa sapeva" - nella lunga passeggiata in una Parma ricoperta di neve -  "lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato. "Mi ci romperò la testa disse ad alta voce" (ibidem, 129). Insomma non ci tornerà per mettere in galera i mafiosi, ma perché ama la Sicilia e perché non vuole "abolire l'immagine dell'uomo", così che alla fine rimanga solo la legge, che nella legge si rispecchia. Per quanto sia importante la legge, se rimaniamo solo con questa "icona", alla fine non si la serve neppure, ma si contribuisce a quello che C.S. Lewis ha chiamato "the abolition of the man". 

Certo è impressionante che Sciascia andasse ad ascoltare in parrocchia le conferenze su padre Pierre Teilhard de Chardin SJ, il grande gesuita che ha cercato di armonizzare Vangelo e evoluzione, o che si chieda se "Dio abbia gettato la spugna" in Sicilia (ibidem, 91), perché significa che lo scrittore siciliano aveva un senso di quella "lotta e sconfitta di Dio nel cuore umano", che è il grande tema della teologia del Sabato Santo di Adrienne von Speyr; dicevo è importante tutto ciò, come è importante che ci ricordi, indirettamente, a noi credenti, che non ci si va a confessare solo per paura della morte (ibidem, 97), ma il suo sguardo tutto umano sulla donna del mafioso "nuda e bellissima" (ibidem, 90)  ed ancor più per quella osservazione di don Mariano sul rispetto per l'uomo che rende un uomo tale (ibidem, 110), mi rendono questo scrittore della mia giovinezza un compagno di viaggio che riprenderò, Deo volente, di nuovo in mano.  

martedì 26 gennaio 2021

Zum Gedächtnis der Befreiung von Auschwitz - Marlen Fleischer und Roberto Graziotto

Die heutige Besinnung entstammt einer Zusammenarbeit von Frau Fleischer und Herrn Dr. Graziotto. Frau Fleischer hat sich mit Menschen beschäftigt, die Auschwitz überlebten (Teil 1), Herr Dr. Graziotto mit Etty Hillesum, die in Auschwitz ihr Leben verlor (Teil 2).



Teil 1:

Was ist ein Mensch imstande zu ertragen?


Manchmal können wir es nur schwer ertragen, wenn im Supermarkt unser Lieblingsjoghurt ausverkauft ist, oder wenn das Auto vor uns zu langsam fährt. Wenn wir einmal genau darüber nachdenken, sind das Banalitäten, die uns unnötig Kraft rauben und Dankbarkeit vermissen lassen, für das, was man besitzt. 


Es gibt Menschen, denen wurde jeglicher Besitz genommen: Haare, Wertsachen, Kleidung, Familie und schlussendlich ihre Würde. Sie wurden ihrer Menschlichkeit beraubt und ich frage mich: Welcher Mensch ist imstande, das zu ertragen? 


Wir wollen heute an die Menschen denken und erinnern, die imstande waren Unbeschreibliches zu ertragen. Die nichts mehr besaßen, aber unsere Welt reicher machen, indem sie darüber sprechen. Es sind Menschen, die den Holocaust erlebt haben, Menschen, die das Konzentrationslager Auschwitz überlebt haben. Heute, am 27. Januar, dem Gedenktag an die Befreiung von Auschwitz möchte ich euch die Begegnung mit Menschen ermöglichen, denen ich in den letzten Jahren begegnet bin – literarisch, in Podcasts und auch persönlich. Überleben – war das der Sinn in der Sinnlosigkeit für diese Menschen?


Auschwitz war die totale und systematische Entmenschlichung. Schon oft bin ich auf die Worte Primo Levis gestoßen, der einst sagte: „Es ist geschehen und folglich kann es wieder geschehen: darin liegt der Kern dessen, was wir zu sagen haben.“ Primo Levi war nicht imstande zu ertragen, was ihm angetan wurde. Er nahm sich 1987 das Leben, weil ihm Auschwitz 1944 das Leben genommen hatte.


Ganz anders Hédi Fried. Sie wurde 1944 nach Auschwitz deportiert. Sie überlebte. In Ihrem Buch „Fragen, die mir zum Holocaust gestellt werden“ beantwortet sie ehrlich und direkt Fragen, die uns alle beschäftigen: „Waren Sie die ganze Zeit hungrig?“, „Haben Sie nachts geträumt?“, „Gab es auch freundliche SS-Männer?“, „Was hat Ihnen geholfen zu überleben?“, „Können Sie vergeben?“ Gerade durch Frieds Erzählen im Konkreten wird das Grauen ein Stück weit greifbarer, rücken die unvorstellbaren Ereignisse näher an uns heran. Ihr zuzuhören ist ein Privileg. Sie selbst trieb viele Jahre die Frage um, warum sie überlebt hatte. Sie beantwortet sie mit den folgenden Worten: „Irgendwann wurde mir klar, dass ich überlebt hatte, damit jemand vom Holocaust erzählen konnte.“

Hédi Frieds Lehre aus dem Holocaust lautet: Gewöhne dich nie an Ungerechtigkeiten. 


„Das Überleben war irgendwann für mich ein Spiel geworden, das ich gegen Hitler, die SS und die Krematorien spielte. Ich wollte gewinnen.“ Nur zehn Jahre war er alt, da hatte Thomas Burgenthal bereits zwei Ghettos, Auschwitz, einen Todesmarsch und das KZ Sachsenhausen überlebt. Nach einer wahren Odyssee ist Thomas Buergenthal heute einer der weltweit angesehensten Juristen auf dem Gebiet der Menschenrechte. In seinen Erinnerungen erzählt er mit großer Wärme und Menschlichkeit von dem Schrecken, aber auch von dem Glück das ihn als Kind Mal um Mal überleben ließ. 


1943 verschleppten die Nazis die Jüdin Esther Bejarano nach Auschwitz. Sie überlebte, weil sie im Orchester mitspielte. Am 15. Dezember ist Bejarano 96 Jahre alt geworden. In einem Podcast mit Sandra Maischberger erzählt sie über ihre Zeit in Auschwitz: "Ich bekam die 41948. Namen wurden abgeschafft, wir waren nur noch Nummern." Sie wird gefragt, ob sie im Lager-Orchester mitwirken kann. Gesucht wird eine Akkordeonspielerin. Obwohl sie das Instrument gar nicht beherrscht, sagt sie zu. Es gelingt ihr, die richtigen Töne zu treffen. Das ist ihre Rettung. Bejarano erzählt auch, wie sie am Tor stehen und Musik machen mussten, wenn neue Opfer für die Gaskammern angeliefert wurden. "Als die Menschen die Musik hörten, dachten sie sicher, wo Musik spielt, kann es ja so schlimm nicht sein. Das waren die Momente, die ich kaum ertragen konnte.“

Bis heute setzt sich Esther Bejarano ein: gegen das Vergessen und für das Erinnern. 


Heinz Jakob Schumann überlebte Auschwitz, Dachau und den Todesmarsch. Schumann selbst zögerte lange, über seine Erlebnisse während der NS-Zeit zu sprechen. Zum einen stellten sie für ihn nach wie vor aufwühlende Erlebnisse dar, zum anderen wollte er immer als Künstler und Musiker, nicht jedoch als ehemaliger KZ-Häftling wahrgenommen werden. Schumann betonte immer wieder: „Ich bin ein Musiker, der im KZ gesessen hat. Kein KZ-ler, der Musik macht“.



Diese Menschen ertrugen Exzesse der Entwürdigung, hausten unter katastrophalen Lebensumständen und sahen die tägliche Vernichtung. Heute sind die Überlebenden um die 95 bis 100 Jahre alt und wir bewegen uns immer näher auf eine Zeit zu, in der es keine Überlebenden mehr geben wird. Aber was geschieht dann? Der Friedensnobelpreisträger und Auschwitz-Überlebende Elie Wiesel hat diese Frage so beantwortet: „Jeder, der heute einem Zeugen zuhört, wird selbst ein Zeuge werden.“ Das Wissen um Auschwitz muss also von Generation zu Generation weitergegeben werden. Wissen heißt allerdings nicht verstehen. Denn wer sich als Zuhörer oder Leser tief in das Innere dieser Mordmaschine begibt, steht am Ende wieder vor einem Rätsel.  


Liebe Schuldgemeinde, wir möchten heute zu Menschlichkeit aufrufen. Ein Überlebender sagte im letzten Jahr im Rahmen des Gedenkens an die Befreiung des Vernichtungslagers vor 76 Jahren, Auschwitz habe vielleicht das elfte Gebot hervorgebracht: „Seid nicht gleichgültig!“ Auch nach 76 Jahren sollten wir uns unserer Vergangenheit bewusst sein und den Frieden fördern. Die Wunde, vor allem bei den Überlebenden, ist auch noch nach Jahrzehnten offen und offene Wunden tun weh. Was hat all das mit mir zu tun? Es hat mit unserer Verantwortung gegenüber anderen Menschen heute zu tun. Was können wir dagegen tun? Erziehen zur Achtung und Wahrung der Würde jedes einzelnen Menschen. 



Teil 2:


„Trotz allem ist das Leben voller Schönheit und Sinn.“ (Etty Hillesum)


Die Begegnung mit Etty Hillesum, ein jüdischen Mädchen, das in Auschwitz umgebracht worden ist, die Begegnung mit ihrem 900 Seiten langes Tagebuch, ist die Begegnung mit einer der strahlenden Gestalten dieser schrecklichen und furchtbaren Geschichte, die eben den den Namen Auschwitz trägt.


In Wikipedia kann man in synthetischer Form einigen Daten Ihres Lebens nachlesen: „Etty Hillesum (geboren am 15. Januar 1914 als Esther Hillesum in Middelburg; gestorben am 30. November 1943 im KZ Auschwitz-Birkenau) war eine niederländisch-jüdische Intellektuelle. Während der deutschen Besetzung der Niederlande führte sie in den Jahren 1941 bis 1943 ein Tagebuch und hinterließ Briefe, worin sich ihre menschliche und spirituelle Entwicklung unter den Bedingungen von Krieg und Verfolgung widerspiegelt. Eine erste Auswahl aus dem Tagebuch wurde 1981 veröffentlicht und fand großes, auch internationales Interesse. Eine Gesamtausgabe ihrer Schriften erschien 1983.“


Etty ist voll des Lebens, auch des erotischen Lebens; sie kennt das Rauf und Runter der menschlichen Seele, aber je größer die Gefahr wird, desto lebendiger wird auch die Hoffnung, die aus ihrer Gestalt ausstrahlt und die nicht einmal ein geschlossenes Konzentrationslager aufhalten kann: das Licht, das ihrem Wesen am meistens entspricht,  lässt sich nicht von einem Stacheldraht erschrecken und bändigen. 


Und das wachsende Bekenntnis zu Gott - in dem Tagebuch entwickelt sich peu a peu ein intimes Dialog mit Ihm -  ist kein Bekenntnis zu einem Deus ex machina, sondern Bekenntnis zu dem Herzen der Wirklichkeit, die sie bejahen will, damit ein Ja, nicht ein Nein das letzte seinsmäßige Wort der Weltgeschichte und darüber hinaus sein möge: "Ich bin bereit für alles, für jeden Ort auf dieser Erde, wohin Gott mich auch schicken mag, und ich bin bereit, in jeder Situation und bis in den Tod hinein zu bezeugen, dass das Leben schön und sinnvoll ist und dass es nicht Gottes Schuld ist, dass die Dinge so sind, wie sie jetzt sind, sondern unsere eigene.". 


Und die Wirklichkeit ist für sie bunt und lichtvoll, geborgen und herzlich, frei und ungehindert:  „Es gibt Augenblicke, in denen ich mich wie ein kleiner Vogel in einer großen schützenden Hand geborgen fühle. Gestern war mein Herz ein in der Falle gefangener Vogel. Jetzt ist der Vogel wieder frei und fliegt ungehindert über alles hinweg. Heute scheint die Sonne. Und jetzt packe ich mein Brot ein und mache mich auf den Weg.“


Sie lernt in ihrem Leben ja zu sagen, zu der aufreibenden Suche nach dem Sinn des eigenes Ichs; des „Wir“, in dem sie lebte und entsteht peu a peu eine strahlende, stets überzeugende Bejahung des eigenen Selbst, der Wirklichkeit und schliesslich Gott selbst.  


Als junges Mädchen hat sich auch mit sehr starken Depressionen zu kämpfen gehabt, aber sie lernt damit umzugehen und schliesslich schreibt sie: „Pessimistische Depressionen sind als schöpferische Pausen zu betrachten, in denen sich die Kräfte wieder herstellen. Wenn man sich hiervon bewusst ist, so werden die Depressionen schneller vorübergehen. Man sollte sich nich deprimiert fühlen über eine Depression.“


Etty hegt keinen Hass, nicht eimal gegen Deutschen: „Und wenn es auch nur einen einzigen anständigen Deutschen gäbe, noch wäre er es Wert beschützt zu werden gegen die ganze barbarische Bande ,und diesem einen anständigen Deutschen zuliebe sollte man unterlassen seinen Hass über ein ganzes Volk auszugießen“, schreibt sie in Ihrem Tagebuch. 


(Quelle der Zitaten auf Deutsch: https://beruhmte-zitate.de/autoren/etty-hillesum/)


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Hier der Link zur Audiobesinnung von Frau Fleischer:


https://cloud.cjd.de/s/dP9yWF3x5W3s2BT


und eine weitere Variante:


Besinnung: Auschwitz-Gedenktag

domenica 24 gennaio 2021

Racconto di una malattia condivisa - di Giulia De Angelis

Proseguo con la pubblicazione dei brevi, ma intensi, qualitativamente significanti racconti di Giulia De Angelis, da cui imparo il mestiere di vivere


Quando la persona con la quale vivi si ammala di una malattia mentale, tutti i tuoi punti di riferimento vengono sballati, vanno in tilt. Tutto scompare amici, parenti, familiari e rimani tu e la malattia è entri nel panico. Poi ti rendi conto che tocca a te aggredire la malattia per poi imparare a convivere con essa, perché dietro la malattia c'è un uomo con il quale hai condiviso mezzo secolo di vita. Superi la malattia e come per incanto impari a rivivere, forse a rinascere con un uomo la cui mente si è consumata, affievolita, è tornata indietro e i suoi gesti sono mangiare e dormire, camminare, non poter usare la macchina per gli psicofarmaci che ingoia giornalmente. Vedi i suoi occhi tristi e impauriti quando sopraggiungono crisi di panico e il nostro vivere è diventato quasi una bolla di aria, una realtà ovattata e segreta dove ci siamo adagiati e accomodati e viviamo tenendoci per mano la nostra quarta età. 

Racconto di una malattia condivisa, 23 gennaio 2021, 

Giulia De Angelis

giovedì 21 gennaio 2021

Virginitas foecunda. Presepe e croce - verginità feconda. Un piccolo fratello pellegrino di Gesù

Dono questa mia traduzione (che compirò un po' alla volta) del piccolo libro sulla fecondità della verginità di Ferdinand Ulrich all'editore pro manuscriptu. Ferdinand Ulrich chiamava se stesso: Piccolo fratello pellegrino di Gesù. Prego Gesù che renda fecondo questo lavoro per me e i miei cari, per i miei amici e le persone che mi sono affidate. Questa mia traduzione e la meditazione della lettera apostolica di Papa Francesco su san Giuseppe, sono il mio modo di prendere sul serio questo anno dedicato a lui.  Roberto, un piccolo amico di Gesù. 

NB: Ho appena (16.2.21) ricevuto la notizia che questo testo verrà pubblicato dalla Johannesverlag, quindi dono la ventina di pagine tradotte all'editore. Interrompo la traduzione pubblica di queste pagine alla pagina 27 dell'attuale testo tedesco. Continuerò a tradurre in privato. Comunque le pagine tradotte fanno vedere lo spesso spirituale del piccolo fratello pellegrino di Gesù



Nascita di Gesù - Miniatura, 15. secolo Libro delle Ore di Besançon, Francia

Premessa 

Il testo presente nasce da una lettera del Natale del 2017, che originariamente non era inteso come "working in progress". Chi ha ricevuto la lettera espresse il desiderio che l'autore potesse sviluppare il tema centrale della lettera: "la fecondità dell'amore gratuito nel presepio e nella croce, con un approfondimento tematico, senza trasformare i pensieri nati dalla contemplazione in una forma differenziata, riflessa fino in fondo ed organizzata in modo del tutto coerente. 

Con grande fatica causata dalla malattia l'autore ha cercato di essere all'altezza di un lettore maturo e capace di "ascoltare nel silenzio". Questa accadde con tante interruzioni. 

Per questo, sia a causa della sua genesi  sia a causa delle condizioni di vita nelle quali questo testo è nato, esso è rimasto del tutto frammentario. 

Il Signore possa accogliere questi frammenti della lettera e dei pensieri per la Sua sempre più grande gloria e per il servizio ai suoi fratelli e sorelle: come panze spezzato. EGLI lo benedica attraverso il mistero della sua presenza eucaristica, in e tra di noi. Egli lo renda fecondo - unicamente e solamene come vuole Lui - anche e proprio nel senso che EGLI, attraverso la Sua grazia lo con-formi nella morte e lo lasci sparire sotto la terra: nel Suo essere sepolto, nel grembo della Sua tomba, che tra tutti i "luoghi" spazio temporali di questo mondo è, in un certo senso, più "prossimo" alla Sua Resurrezione, che è Egli stesso.

Ancora prima, però, che Gesù crocifisso e morto, è stato consegnato al grembo terreno della tomba, si è trovato già nel grembo-cuore vivente, nella grotta-tomba vivente, nella "terra immaculata", come la chiamano alcuni Padri della Chiesa, di sua Madre, Maria, di cui è il "frutto del grembo". Lei, la "Pietà", da cui è nato, lui, il Dio-uomo. Lei è la Dei genetrix e per questo non separabile neppure da colui che è stato sepolto. La sua com-passione (com-passio) e il suo con-morire con Gesù (una lancia trafigge la sua anima) giunge spiritualmente all'essere morto e sepolto del suo figlio. Lei, la nostra "madre, colei che è libera" è la più prossima al suo figlio, "Colui che è libero tra i morti", non solamente dal punto vista spazio-temporale, ma ontologico, personale. 

Per questo motivo sant'Ignazio di Loyola SJ può dire, che il Risorto "è apparso dapprima alla Vergine, anche se ciò non è detto esplicitamente nella Sacra Scrittura" (EB, 299) 

A voi è consegnato con cuore sincero questo frammento e attraverso la sua (della Vergine) mediazione a LUI, risorto dai morti! Egli vive. Halleluja! "Ero morto, ma guarda: ORA SONO IL VIVENTE, di eternità in eternità. Halleluja! 

Pasqua 2018

Virginitas foecunda 

Un piccolo, ma sentito di cuore saluto di Natale ("piccolo" nel senso del "petit néant" della nostra amica, della piccola Teresa del bambin Gesù) da R., dove nella casa accanto, da molte settimane tuonano ed urlano i martelli pneumatici e i trapani meccanici. La casa dei vicini è fatta quasi completamente di cemento e viene rinnovata dal tetto alla cantina - solo la facciata rimane così come era.  

Il rumore tenta di distruggere il silenzio, di ingurgitarlo, si soffocarlo, di assorbirlo - ma non ci riesce, infine, nella sua impotenza vuota. Non può colpire "oggettivamente" il silenzio, non può appropriarsene, non può logorarlo, stritolarlo. Il rumore non può impadronirsi del silenzio e quindi non può impossessarsene. Perché il silenzio è il respiro della vita, la luce dolce, casta, il canto tenero dell'essere che Dio ha donato e creato come amore, il mistero della "creazione pura di Dio", nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo. - Così il cammino da pellegrino in questo periodo è molto pesante, ma pur essendo stentato è all'interno di ciò beato (mühselig - la parola tedesca contiene sia la fatica che la beatitudine. NdT): nella pace del silenzio della presenza nascosta del Signore. -  

Nella festa della "Madre di Dio di Guadalupe" (12. Dicembre 2017) mi sono imbattuto in un'immagine profonda e bella della nascita di nostro Signore (Miniatura, 15 secolo, Libro delle Ore di Besançon, Fr) e vorrei dirvi che cosa (chi) mi è apparso in ed attraverso esso e mi si è comunicato come dono.  

Maria, dopo la nascita e dopo aver avvolto in fasce il bambin Gesù non lo pose in una mangiatoia degli animali ricolma di fieno e paglia, ma nelle braccia di una "mangiatoia umana", nella culla personale di un cuore umano, in una "mangiatoia-padre-nutrimento": nel grembo vergine e paterno di san Giuseppe. Egli tiene il bambino sorridendo in un amore silenzioso, tenero e sanguigno: come sua Madre ha portato, fatto nascere e presentato al mondo in silenzio il bambino nel suo grembo verginale e materno, ricolma di "buona speranza" (questa formula in tedesco significa che si è in cinta; NdT), il bambino che "per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel suo grembo": il dono, che l'Eterno Dio, EGLI, l'UNICO ("Ascolta Israele!") è Lui stesso: Dio da Dio, il VERBO eterno del PADRE, con il Padre e il Figlio, una sola natura, nella assoluta unità dell'unica natura divina: EGLI si è fece carne. Il VERBO non è la stessa cosa come la "carne". Il VERBO è l'unigenito Figlio del Dio vivente. Questo Figlio e la carne, che egli è diventato (Gv 1,14), non sono la stessa cosa, ma un UNICO: Deus caro (cfr. Leone il Grande, Trattato 71, 2-4). Questo UNICO tiene san Giuseppe, come bambino appena nato, nelle sue braccia.  

Maria ha "affi-dato" il dono del PADRE, la Sua PAROLA, diventata carne attraverso lo SPIRITO SANTO, a Giuseppe  e proprio in questo modo, come madre vergine del bambino, nello stesso SPIRITO SANTO, ha dotato (nella parola tedesca begabt, c'è di nuovo il verbo geben = dare; NdT) l'uomo Giuseppe con una paternità feconda e vergine. Come madre di un uomo non può far questo; ma lo può come madre del Dio vivente "fatto carne" (cfr. Gv 1,14; NdT): Dei genetrix. 

Maria, la madre creata del VERBO (traduco a volta Verbo a volte Parola, a seconda del contesto linguistico; NdT), generato dal silenzio eterno del PADRE, affida a Giuseppe, al "silenzioso", l'unigenito del PADRE, che è il suo primogenito. Che mistero meraviglioso! Giuseppe, interamente al servizio del PADRE eterno, attraverso la mediazione di Maria nello SPIRITO SANTO, vive totalmente per il FIGLIO del PADRE, ed è creato cosi: "virgo-pater". (La parola "virgo" per un uomo la uso qui  nel significato usuale del latino patristico: "uomo che vive senza il matrimonio e che non ha altri rapporti sessuali", cfr. Tertulliano, Gerolamo). 

Il Verbo eterno del Dio vivente, l'Unigenito (uni-genitus), che riposa sul cuore del Suo eterno Padre - Egli stesso riposa qui, attraverso la mediazione della maternità vergine di Maria, sul cuore del suo silenzioso e vergine padre terreno: una fecondità che fluisce vergine, da una mancanza di figliolanza sessuale e "carnale"! Il bambino si riposa sul cuore di un padre, che non è il suo padre naturale; che non lo ha generato; che non è il marito "reale", nella modalità "dell'essere un' unica carne" (cfr. Gen 2, 24; Mt 19,4-5; Mc 10, 7-8, etc.NdT), della sua madre naturale. Un padre, però, che, in questa sua povertà, senza frutto carnale, attraverso il Mistero di una povertà della paternità vergine, donata per grazia, dallo SPIRITO SANTO, dal "Padre dei poveri" (Veni, pater pauperum : inno di Pentecoste): partecipa profondamente alla fecondità vergine non creata del PADRE nello SPIRITO SANTO, che procede dal PADRE e dal FIGLIO, dal frutto vergine della sua generazione eterna. 

"Secondo la carne" ("secundum carnem" è da intendere in senso biblico), cioè da un punto di vista meramente mondano, questa "paternità vergine" di Giuseppe non è altro che la costruzione assurda e clericale di una "sublimazione nevrotica di una sessualità maschile immatura", che compensa la sua impotenza con  questa "sovrastruttura spiritale". In realtà Giuseppe sarebbe già a partire da una considerazione naturale un' esistenza psico-fisica sterile. Sarebbe per una "riproduzione del genere umano", a livello economico e sociale, che voglia essere redditizia in modo massimale (e in questo senso completamente programmata e controllata) del tutto inutilizzabile. 

Perchè? Egli non è schiavo del potere totalitario dell' "umanesimo sociale", in un sistema di "compra e vendita", ma un servo obbediente ed umile dell'amore gratuito (la parola "umsonst" significa sia "gratuito" che "inutile; NdT), diventato uomo, del PADRE; pastore vergine e paterno del "Gratis" dell'amore, che da cibo ai Suoi, che vengono nutriti nel tempo giusto. La sua creatività non è una "manovra del fare", ma una "testimonianza" di una fecondità vergine e paterna. Quindi per il mondo Giuseppe è un "qualcosa", non un "qualcuno", di inutile, non integrabile nel sistema funzionale. 

Come la pietra che i costruttori gettano via, perché non è adatta al sistema pianificato e stabilito di un "fabbricato umano" e per questo motivo non serve "a niente", non può essere utilizzata "per niente" (cfr. Mt 21,42), cosicché oggi, anche questa "paternità vergine", può essere gettata nell'immondizia, perché "spazzatura del mondo", "rifiuto di tutti" (cfr. 1 Cor 4,13). Questi "tipi che vivono nel celibato" dovrebbero o normalizzarsi  oppure, se non è possibile, si dovrà farli sparire". Sono inutili, paglia senza alcun seme, a-sociale. San Giuseppe agli occhi della "carne" è un uomo di paglia, il cui fallimento come marito e come padre, viene velato da un'illusione teologica di "paternità spirituale". Non corrisponde a questo uomo di paglia proprio questo bambino che giace sulla paglia che non porta frutti, in una mangiatoia (e che nella nostra immagine riposa sul cuore di questo uomo di paglia) e che finirà, nella sconfitta più completa, come un criminale maledetto, asociale e senza Dio, fallito nel mondo e crocifisso?   

La "carne" (in senso biblico) non conosce la fecondità svariata della verginità spirituale. Accresce ed aumenta non a livello personale, ontologico, ma quantitativo, di "ciò che conta" per la conquista del potere. È cieca per quanto riguarda la crescita paterna e materna dell'amore che non conta sulla mera massimalizzazione del profitto, dell'interesse egoistico, ma che dona completamente gratis (umsonst in tedesco è gratis und frustra; NdT), "per nulla" e che fa il bene per il bene, senza perché, nella modalità del servizio. Questo amore è creativo, libero: "liber agit ex seipso" (chi è libero agisce da se stesso, Tommaso D'Aquino). Opera "aut-ex-ousion", a partire dalla sua natura, cioè in forza di un potere autentico (ex-ousia), ricevuto dal creatore. 

La parola autorità deriva dal latino "auctoritas", sostantivo del verbo augeo, in greco auxanō: crescere, accrescere, far crescere, promuovere (favorire), permettere la conquista di potere, lasciar prosperare, aumentare. Un uomo ha realmente ed in verità autorità nella misura in cui è capace di fare crescere ontologicamente altri che gli obbediscono, in forza della fecondità creativa della sua libertà (e allo stesso tempo in forza della fecondità della libertà di coloro che gli obbediscono, e che egli nel suo operare servizievole pre-suppone): così permette loro di "crescere"  di diventare adulti (la parola tedesca "erwachsen" = adulto, contiene la parola "crescere" (wachsen); NdT); permette loro di maturare in una vero amore di sé, che è sempre disinteressato al sé, perché ha la sua radice in un' "accettazione di se stesso" (Romano Guardini), obbediente ed umile.  Autorità vera permette (lascia) di far fiorire nell'altro l'amore-gratis, il cuore dell'esistenza e di portare frutti. Questo "lasciare", nel senso di un lasciar essere ed accadere personale, non è un "Laissez-faire" qualunquista, ma un donare la libertà creativo e in servizio all'altro, nel mistero della fecondità del suo essere-se-stesso, che non sta a disposizione e così del suo sempre più profondo ritorno alla fonte della ricchezza dei rapporti umani. 

Anche le radici ebraiche del nome "Giuseppe" ["jsp": aggiungere, continuare a fare qualcosa, crescere]: josif-ja: JH(WH) aggiunge; per esempio: "più bambini", "più possedimento", ma anche "condono dei debiti", "eredità più ricca", "salute più forte", etc. rinvia a questo mistero della fecondità di un "più" ontologico: Dio opera "sempre di più": aumenta, lascia crescere, dona un fecondo prosperare. Così il nome di Giuseppe può essere tradotto con "Dio è fecondo", "Egli dona fecondità", "Egli rende fecondo". 

Agli occhi della carne l'autorità di questa paternità vergine impedisce ed ostacola tuttavia il "più", il "diventare di più", la "crescita" creativa dell'esistenza. La "carne" perverte il nome di Giuseppe e lo sostituisce con il "più" della "volontà di potenza". Lo de-personalizza per così dire nel "sempre di più" del mero sapere, dell'informazione trasformata, dell' efficacia mediale, della produttività economica; tutto ciò accade con il tentativo di eliminare i confine della crescita; attraverso il "più" astratto del denaro; con il più estatico di un'"auto-trascendenza" manipolata a livello psichico tecnico, nella quale con l'apparenza di un superamento-di-se-stesso e dei limiti dell'io, dello sfondamento apparente nella libertà-abisso dell'incondizionato, l'uomo rimane prigioniero nel carcere del suo io = io, che lo ubriaca e anestetizza emozionalmente e che lo curva in se stesso. L'io = io permane, con il pretesto di una pseudo-spontaneità senza sostanza, indifferente in una uguaglianza-con-se-stesso mortale. Il toccare sentimentale dell'altro, prodotto artificiosamente come estasi è solo un epifenomeno dello stato di aggregazione di un'emozione psichico-fisica dell'io = io, tuttavia ciò non ha nulla a che fare con l'atto dell' incontro fondato personalmente nell'essere-se-stesso della libertà.

Tutto ciò sono modalità di un sempre-più, che non nasce dal "Deus semper maior", dal Dio eternamente sempre più grande, dall' "omnia ad maiorem Dei gloriam", dal tutto compiuto per la gloria più grande di Dio (Ignazio di Loyola), che non nasce dall'amore-gratis (e più precisamente dal primerear (uso questa parola di Bergoglio, che sarebbe piaciuta tanto a Ulrich;NdT) eterno del Suo amore per noi), ma è piuttosto la scimmiottatura di tutto questo: con una mera finitezza, incapace di concepire e che tenta di partorire da sé l'assoluto, dalla potenzialità della propria relatività. La figura diabolica di una "finitezza" "pura" incinta, nella pseudo forza della propria natura,  dell'assoluto. Questa è la perversione terribile di "Dio in Maria, madre di Dio".

Guardiamo con la luce della fede nuovamente la nostra immagine: 
Come il VERBO, il frutto dell'amore eterno, non creato e vergine del PADRE, come frutto del corpo di sua madre Maria, creata e vergine,  questo bambino si lascia trovare nella paglia non feconda di una mangiatoia, così riposa il VERBO eterno fatto carne, qui nella nostra immagine, nel grembo non fecondo dell'"uomo di paglia" Giuseppe. A lui, in mezzo al vuoto della sua non fecondità carnale, viene donata dallo SPIRITO SANTO, dal "PADRE dei poveri", la povertà feconda dell'amore-gratis creativo. 

Ma: il vuoto della mera povertà "carnale" (del non-avere; della mancanza psico-fisica; di un quoziente di intelligenza basso; di un sottosviluppo della civilizzazione, ma anche il vuoto spirituale della "separazione dall'io" che viene perseguita in determinate forme della meditazione  e della contemplazione) non è identico con il vuoto dell'amore-povertà  (si può sciogliere i due sostantivi usati da Ulrich con povertà amorosa. NdT) che nasce dalla fecondità dello SPIRITO SANTO: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3) dice Gesù nella prima beatitudine.  

A partire da questa grazia Giuseppe è, in comunione con Maria, la povera, "ancella del Signore" nello Spirito Santo, cioè "la donna piena di grazia" (gratia plena), il vero esegeta della "sola gratia", affidato al mistero della paternità vergine di Dio. Partecipa per grazia al mistero della povertà-amore infinità della gloria del Dio vivente, che in Lui stesso, nell'assoluta unità della sua natura divina, è del tutto assoluto: amore infinto, che si dona e che è stato donato, che concepisce eternamente e che è stato concepito, a cui dobbiamo tutto e che si è fatto servitore di tutti: nella fecondità infinita e vergine, Egli è, l'Unico.  

E come il bambino della vergine-madre è il SI del compimento di tutte le promesse di Dio, di tutta la legge e di tutti i profeti, così la paternità vergine di San Giuseppe (in riferimento al bambino sul suo cuore) è la presenza del compimento della fecondità di Abramo, che sorge dalla fede (in riferimento alla generazione dei suoi figli in forza della promessa);  quella  fecondità, che in ed attraverso il "giorno del Signore" e del suo corpo, si compie per la Chiesa e in ed attraverso l'assoluto sempre-di-più della fecondità di Dio (in Lui stesso) è compiuta eternamente. 

(Prima nota del traduttore: ho parlato a volte dell'Islam con il piccolo fratello pellegrino di Gesù, che fondamentalmente aveva sul tema la posizione di Charles de Jesus (preghiera per la conversione dei mussulmani, ma anche riconoscimento della grandezza della loro fede), ma su questo punto seguirei Padre Paolo Dall'Oglio SJ, nel suo "Innamorato dell'Islam, credente in Gesù", dicendo che il sempre-di-più della fecondità di Dio, dovrà integrare non solo i profeti dell'AT, ma anche il profeta del Corano, che Dio lo benedica: Abramo è anche il padre del popolo mussulmano, perché l'escluso Ismaele è anche benedetto da Dio, non solo l'incluso Isacco. Cristo è e rimane "il SI del compimento di tutte le promesse di Dio", ma con una forza integrativa singolare di tutto ciò che è autentico e vero. RG) 

Abramo ha potuto guardare a questo giorno del Signore. Alla sua fede si è svelato questo "giorno" di Dio nella sua fecondità - "esulto nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia" (Gv8,56)... Per questo motivo, "se appartenete a Cristo", al piccolo bambino, che sua madre Maria ha adagiato sul cuore di san Giuseppe, "allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa" (Gal3,29). Così Beda Venerabilis può dire che quando allora Dio disse ad Abramo: "E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni" (Gen 17,6), Maria, da cui è nato Cristo, era già "nei lombi" (per la formula, cfr. Ebrei, 7,10; NdT) di Abramo" ( Beda Venerabilis, Lib. in Genesis, 3, 12, 1-3). Maria nel mistero della paternità vergine: nascosta nella paternità carnale, santificata dalla promessa di Dio.

Una coperta, rossa come il sangue, calda, disseminata di stelle, giace sul grembo della madre e riscalda "da di sotto" anche i piedi di san Giuseppe, che "in atteggiamento di servizio" siede per terra ai piedi di Maria, totalmente presente al bambino. Per vedere il suo bambino appena nato Maria deve guardare in quella direzione. Il bambino è, nascosto nel servizio di san Giuseppe, presente in carne: interamente presso il suo PADRE celeste , "Luce da Luce", "Dio vero da Dio vero" (cfr. Simbolo niceno-costantinopolitano";NdT)..."solo con il Solo" (solus cum solo, Ignazio di Loyola; NdT)  

Maria è seduta sul letto e... legge in un libro, nella Sacra Scrittura. Legge le parole, la parola-tessuto, il testo (testo, dal latino texere: tessere)  di questa Scrittura, nella sua carnale letteralità, ma nello Spirito Santo, dal e nel quale esso è stato "ispirato" e scritto da mani umane. Questo Spirito Santo è il medesimo, attraverso il quale lei , la "terra immaculata", la pura, senza macchia, schietta terra, come i Padri della Chiesa la chiamano, ha concepito la PAROLA eterna del Padre, nella carne, del suo cuore-grembo, che respira ed è irrorata del sangue dell'amore di Dio; ha concepito l'unigenito (uni-genitus) del Padre, che è il suo primogenito (primo-genitus), tra tanti fratelli e sorelle (cfr. Rom 8,29: "Poiché quelli che Egli ha da sempre conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio Suo, perché Egli sia il primogenito tra molti fratelli"). Maria legge quindi la Sacra Scrittura , la quale con l'incarnazione del VERBO eterno è compiuta in lei, meglio è stra-compiuta, allo stesso tempo in modo letterale e in se stessa, nella sua intimità. In un certo senso è lei stessa incarnazione della Sacra Scrittura, scrittura-corpo del VERBO eterno. Poiché il "Vangelo è la carne di Gesù" (Ignazio di Antiochia, Lettera ai cristiani di Filadelfia).  

Ciò che è scritto con l'inchiostro sulla carta o meglio inciso con stilo di pietra o di ferro su tavole di pietra, anche se è ispirato dallo Spirito Santo, tuttavia è "parola di vita" diventata legale-oggettiva, cioè letterale, nella "condizione di servo" (cfr. Fil 2,6): è diventato comunque carne attraverso il medesimo Spirito Santo in Maria, nell'"ancella del Signore", nella "nostra madre, di noi che siamo liberi", nella Bibbia vivente (biblion enpsychon). In lei ed in tutti coloro che le appartengono, lo Spirito Santo, il "digitus paternae dextrae", l'indice della destra del Padre, la PAROLA della vita,  scrive con il sangue dell'agnello "su tavole di cuori umani" (2 Cor 2, 3). La lettera è risorta dai morti attraverso lo Spirito Santo del Verbo diventato carne. In Maria è diventata corpo vivo di Cristo, corpo d'amore, libertà-corpo dei figli di Dio, davvero un cibo: PANIS VITAE, pane della vita del PADRE. La Scrittura è spiritualmente "mangiabile" con tutti i sensi, molto preziosa ed assaggiabile in Maria, nella "sapienza creata" (sapientia, dal latino "sapere": assaggiare, degustare).

Si, pane della vita: per la vita del mondo ("pro mundi vita"), pane del PADRE, che nutre tutte le sue creature, donando a loro l'essere come amore e che loro mangiano: "tutte le creature mangiano l'essere" (Maestro Eckart). Lo ricevono gratis, umsonst (gratis et frustra),  per misericordia: da LUI, "che dona cibo a tutte le creature, perché la sua grazia dura per sempre" (Ps. 136:  "perché il suo amore è per sempre"). Per questo motivo: "venite, assaggiate e vedete come è buono il Signore". Mistero di Beth-lehem  ("casa del pane"); mistero della "madre di tutti i viventi" e in modo particolare del padre-adottivo (Nährvater: nella parola tedesca c'é il sostantivo "cibo": il padre che da il cibo. NdT)  Giuseppe, in servizio del PADRE nel cielo. Prega il suo popolo: "vieni, apra la tua bocca che la voglio riempire": "voglio nutrirti con il miglior frumento"; "EGLI provvede il cibo al bestiame, ai piccoli del corvo che gridano" (PS 147, 9). Per questo motivo: "Benedite animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli" (Dan 3, 81).

Giuseppe guarda la PAROLA eterna di Dio diventata uomo, avvolta in pannolini di stoffa, la guarda corporalmente nella luce della paternità vergine che gli è stata donata: VERBUM caro factum. Maria guarda lo stesso VERBO caro factum, velato nei pannolini della letteralità della Scrittura, nella luce della Sacra Scrittura compiuta, nel libro vivente, che in un certo senso lei stessa è attraverso lo Spirito Santo, per così dire lo guarda "fuori-dentro", corporalmente, come sua vergine madre. Entrambi, Giuseppe e Maria, LO guardano con il cuore: lui che si è spogliato di se stesso ed ha assunto la figura di servo (la "condizione di servo" (Fil 2,7) NdT) e ci ha reso ricchi con la sua povertà e in questo modo ha rivelato la sua gloria. 

Che cosa (chi) si rivela al mio cuore? Al tuo cuore?  

In mezzo alla paglia senza frutto, nella carne mortale, in tutte le nostre inutilità, nel fallimento impotente, nel vuoto di un tempo non compiuto, nella debolezza che manca di aiuto e nella nuda solitudine, nell' umsonst (frustra)  del "tutto è per niente", proprio lì dentro, non accanto o al di sopra: è, è presente, vive, cresce, opera, fiorisce e porta frutto la povertà creativa e vergine dell'amore-umsonst; respira la "gratuité de l'amor", l'umsonst abissale (senza motivo e senza perché ) della misericordia del PADRE. 

Il PADRE ha creato il mondo con la Sua PAROLA eterna, nello SPIRITO SANTO, in forza di un puro amore-umsonst, "per nulla" (pro nihilo), "dal nulla" (ex nihilo). Ha creato proprio questo mondo, che per il peccato dell'uomo Lo ha rinnegato, e che ha redento con l'amore-obbedienza del Figlio, che EGLI per amore "fece peccato in nostro favore" (2 Cor 5,21), "per nulla" (pro nihilo, Agostino, Sermone 27,13) - lo ha redento dal nulla mortale del peccato.  

L'amore crocifisso ha, con la sua morte d'amore, annullato la nostra morte del peccato,  e ci ha fatto rinascere nello Spirito Santo alla libertà e gloria dei figli di Dio: "quelli che (EGLI) ha giustificato, li ha anche glorificati" (Rom 8, 30, cfr. tutto il capitolo 8 della Lettera ai Romani, 8,30 NdT). 

Noi lo abbiamo ucciso, con i nostri peccati, che egli ha preso su di sé nel Suo proprio corpo, in modo assolutamente libero e senza alcuna colpa e che ha portato sul legno della Croce (cfr. 1 Petr. 2, 24: "Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia, dalla sue piaghe siamo stati guariti"). In questo omicidio ci siamo trovati nel Suo amore, che ci abbraccia. Abbracciati da Lui nell'amore-umsonst lo abbiamo ammazzato: "O mi Jesu, totum me amplexus es in cruce" (Francesco Saverio SJ). Non è tornato indietro neppure di uno Jota per distanziarsi da noi;  per liberarsi da noi che lo rinneghiamo, noi bugiardi, ricolmi di odio, assassini. EGLI non ci ha "abbandonati" (entlassen) morendo, obbediente fino alla croce. Nelle ferite mortali del Suo corpo da noi frantumato, contro cui abbiamo sputato, che abbiamo inchiodato e trafitto ci fa vedere il Suo amore nella carne e nel sangue dei nostri peccati... dei peccati di tutto il mondo. Solo là e solo così possiamo percepire (wahrnehmen: prendere per vero) chi siamo noi peccatori e che cosa realmente e in verità sia il nostro peccato: unicamente e solamente qui, nell'amore crocifisso e che ci svela (chi siamo: NdT) e  per noi ed in noi confessa (bekennt; "beichtet": Adrienne von Speyr) il peccato   al Padre e nello Spirito Santo... Unicamente qui possiamo, nella capacità di soffrire dell'amore di Gesù, che ci dona lo Spirito Santo, pentirci e confessare autenticamente,  ed accoglierla (la capacità du soffrire e confessare il peccato: NdT) come pegno della Sua sempre più grande misericordia. Lo SPIRITO SANTO ci dona questa testimonianza: EGLI è risorto, EGLI vive! In ciò nasce la nostra conversione, il perdono per il sangue, che abbiamo mostruosamente e blasfemamente sparso. Proprio il sangue che abbiamo sparso ci ha redento  attraverso la gratia della conversione. "Giacché così è stato versato il sangue di Gesù per il perdono dei peccati, che ha potuto addirittura cancellare i peccati, in forza dei quali è stato versato" (Agostino, in Joan. Evang. Tract. 92, 1: PL 35, 1862). Questo mistero diviene fecondo solamente con lo Spirito Santo, poiché "la morte di nostro Signore, sarebbe stata per noi, senza lo Spirito Santo, senza alcuna utilità" (Jean-Marie Vianney, Curato d'Ars). "O felix culpa", o colpa beata, che ha meritato un così grande Redentore " - così giubiliamo nella notte di Pasqua.  

Mistero impenetrabile delle ferite del Crocifisso. Le medesime ferite mortali, che la nostra mancanza di amore, il nostro odio..."mi hanno odiato senza ragione" (Gv 15,25 - cioè per nulla, umsonst, "gratis" ...lo ha picchiato (il testo anche qui non si lascia ricostruire grammaticalmente, forse per la difficile grafia di cui si parlava nell'introduzione; NdT) (negli occhi della carne, del mondo, sono segni definitivi di un fallimento totale, dell'inutilità, di un umsonst senza senso, il tramonto definitivo di un maledetto), -- queste ferite mortali sono, nella gloria ed attraverso la potenza della morte dell'eterno amore-umsonst: luoghi di una fonte inesauribile della vita, a partire dall'abisso di una misericordia sempre più grande, sempre più fluente, porte aperte della nostra redenzione, della nostra salvezza, della nostra rinascita con lo SPIRITO Santo, nel sangue dell'amore, dell'acqua viva che esce dalle ferite del costato del corpo morto di Cristo: vita eterna dalla morte! "Quale modalità miracolosa possiede davvero la morte, visto che non le basta essere la pena (per i nostri peccati), se Egli al di là di ciò (insuper) non fosse nella delizia (in deliciis) dell'amore" (Agostino in Joan. Evang. Tract. 65: PL, 35, 1809). "Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno, è sarà fonte di luce per la mia delizia" (Inno della veglia pasquale nella notte santa). 

Le ferite mortali trasfigurate del Signore risorto non si "chiudono", non si "cicatrizzano", non "guariscono", non "spariscono" senza lasciar traccia, come se la sofferenza, il morire, la morte non fossero "davvero mai esistite". Ciò significherebbe la perversione della morte come rivelazione della gloria dell'amore in una "mancanza", "un difetto del tutto passeggero", il cui superamento servirebbe solo alla dimostrazione della potenza propria ad una vita, che non si possiede completamente e per questo motivo non si può neppure donare del tutto, fino all'essere-morto per amore.   

La "resurrezione dei morti"  prodotta da satana, il "padre della menzogna" (cfr. Ap. 13, 1-14) mette in scena la "bestia" che sale dal mare, a cui suo "padre", il drago (satana), che era per l'appunto arrivato alla spiaggia di questo mare, "le diede la sua forza (dynamis), il suo trono e il suo grande potere (exousia, mandato) " (Ap. 13,2). Questa bestia "aveva dieci corne e sette teste" (Ap 13, 1) - "una delle sue teste sembrò colpita a morte (esphagménen eis thanátou: macellata fino alla morte), ma la sua piaga mortale (plege toū thanātou) fu guarita (etherapeuthe). Allora la terra intera presa d'ammirazione, andò dietro la bestia" (Ap 13,3). Gli uomini si gettarono in ginocchio davanti al drago (satana) e  "adorarono la bestia", a cui suo "padre" aveva dato tutto il suo potere. Due volte viene detto che le ferite mortali della bestia sono state guarite. Questa è la forza satanica di auto-guarigione della bestia, il potere che origina dalla menzogna della sua pseudo vita, nella modalità del dominio diabolico sull'unità della vita e della morte: la figura-menzogna della morte e della risurrezione di Gesù: "ero morto, ma ora vivo per sempre" (Ap 1, 18). 

In Apocalisse 13, 3 si dice: "Una delle sue teste sembrò colpita a morte" (la traduzione che ci offre il piccolo fratello pellegrino di Gesù dice: "una delle sue teste era colpita a morte"; NdT). In Apocalisse 13,12 non si parla più di ciò, e cioè che una delle sette teste della bestia era ferita a morte, piuttosto viene affermato: la bestia (nella sua interezza, non una parte di essa)..., "la cui ferita mortale era guarita. Ma infine ascoltiamo in Apocalisse 13, 14: "la bestia, che era stata ferita dalla spada (che era stata colpita dalla spada: plegen tes machaíres) ma si era riavuta (era di nuovo viva: ezesen, von zaō: vivere". Quindi: la bestia   "stessa" era morta ed essa "stessa", con la sua forza, è ritornata dalla morte in vita, - non solo "guarita", ridivenuta "sana". Questa è la suggestione satanica del Mistero pasquale: la bestia, il "figlio" di satana è il "morto risorto", "colui che è libero tra i morti"... e tutti gli abitanti della terra adorano questa "risurrezione", come possiamo leggere nel passo dell'Apocalisse citato. Qui solo lo Spirito Santo può in noi "discernere gli spiriti". In noi stessi non abbiamo per questo compito alcuna luce e nemmeno una minima forza. Solo lo Spirito Santo che vive in noi può salvarci dalla potenza satanica di questa menzogna e liberarci dalla tentazione di questa interpretazione diabolica diversa, cioè dalla per-versione DELLA VITA del Dio trinitario, che diventato carne attraverso lo Spirito Santo, nato da Maria, madre e vergine, ci si è rivelato in Cristo, "nella vita" che è "unità carnale della vita e della morte", come viene rappresentata dalla bestia apocalittica nella figura menzognera della sua "risurrezione dai morti". 

(Seconda nota del traduttore: la critica all'uso "teologico politico" dei temi dell'Apocalisse per propagare un modo di vedere il mondo di estremo egoismo collettivo e populista, non significa il divieto di riflettere spiritualmente sui temi dell'Apocalisse, anche nel senso di un'autentica "teologia della politica". Il piccolo fratello pellegrino di Gesù qui ci mette all'erta da pseudo guarigioni terapeutiche, quasi che il male si possa essere superato con delle pseudo magie, ci aiuta in un vero ed autentico "discernimento degli spiriti"). 

Le ferite mortali del Signore sono ferite d'amore, segni della gloria dell'amore-povertà della vita eterna dell'amore crocifisso. In esse è rivelato il mistero della morte nella ricchezza dell'infinita delizia amorosa (Agostino). "Dalle sue ferite scorrono, alleluia, cinque laghi di gioia, cinque mari di gioia, alleluia" (Fr. von Spee, SJ, 1623, nel suo canto pasquale "Lass uns erfreuen herzlich sehr" (Donaci di gioire con tutto il cuore). La morte d'amore: linguaggio profondo della onnipotenza divina, che non è prigioniera in sé, che non è invasata di se stessa, che non considera la sua gloria come una rapina (Raub): "ouk harpagmon egesato to ísa theō" ( Fil 2, 6: non ritenne un privilegio essere come Dio", CEI 2009; "non considerò un tesoro geloso, la sua uguaglianza con Dio", CEI 1974). Non ha considerato il suo essere-uguale-a-Dio come una "rapina" (tesoro geloso, privilegio) che si strappa avidamente, a cui ci si avvinghia, e in cui ci si fissa, come se fosse qualcosa che viene nascosto ingiustamente. Questo accade sempre quando noi non abbiamo fiducia che il dono che Dio ci fa è profondamente umsonst (gratis); che Dio è amore, anche quando "dice di no", quando "non ci da" ciò che gli abbiamo chiesto o quando ci espropria e ci "prende tutto"...tutta la nostra libertà, la nostra memoria, il nostro intelletto, "l'intera mia volontà e tutto ciò che sono ed ho" (cfr. Suscipe di Ignazio di Loyola; NdT). La mancanza di fede in questa verità è la fonte dell'avidità, dell'avarizia, dell'idolatria dell'io come un homo-Deus, della nostra incapacità non solo del lasciar-andare, ma anche dell'essere ontologicamente calmo (Ge-lassen-sein), nel "morire per ed attraverso l'amore" (Teresa di Lisieux), dell'essere-sepolto con e nel sepolto unigenito del Padre  ( "uni-genito Tuo sepulto inhaerere" (Compieta del Venerdì).  

L'onnipotenza di Dio comunica (entäußert sich ihrer selbst - questo verbo, entäußern, non è facile da tradurre, ma non vorrei tradurlo con il termine filosofico di "alienazione"; forse significa: uscire da se comunicandosi; NdT) se stessa in libertà assoluta, senza riserve, completamente. La ricchezza infinita del suo essere-se-stessa è povertà infinita della sua calma ontologica, un essere-donata-in-se-stessa. Non ha (sit venia verbo!) "alcuna paura" del suo essere-morta, a partire da, attraverso e nell'amore, che è essa stessa. Non ha alcuna paura al cospetto delle sue ferite mortali trasfigurate, che lei porta eternamente. Per questo motivo: "Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre ed ho le chiavi della morte e degli inferi" (Apocalisse 1, 17-18). Anche nell'essere-morto EGLI è il Vivente eterno, perché la morte appartiene alla delizia, alla gioia, alla gloria del Dio trinitario, dell'Unico assoluto. Le ferite mortali trasfigurati dall'eternità rivelano questo mistero. L'agnello, che è stato macellato (dall'inizio del mondo) possiede dall'eternità (Egli è il creatore!) "le chiavi della morte e degli inferi" (Ap 1,17-18 e 13,8). Le ferite mortali di Gesù sono i segni vittoriosi del "morto risorto", del Vivente, di eternità in eternità. 

Gesù versa il suo sangue sulla Croce come sacrificio espiatorio, attraverso il quale il mondo senza Dio e perduto è di nuovo capace, viene messo nello stato di amare umsonst il suo creatore e redentore: con l'amore con cui Egli dall'eternità lo ha amato "per primo". Questo sacrifico redime il mondo dal nulla mortale del peccato, che è il padre della morte. Gesù muore per la vita del mondo. 

La bestia, "che era morta ed è diventata di nuovo viva" non può donare la sua vita umsonst, non può versare il suo sangue per amore. Non si trova, come il suo "padre", satana, nella verità, che rende liberi. Vita e morte cortocircuitano nell'Es (L'Es (o Id), corrispondente al pronome italiano «esso», secondo la teoria psicoanalitica di Sigmund Freud è quella istanza intra-psichica che «rappresenta la voce della natura nell'animo dell'uomo». Wikipedia. NdT) come medium dell'uguaglianza carnale in se stessa (io = io). Sono condizioni a-personali nel medium carnale viscoso del "muori e divieni". Sono in un certo senso aggregati-stati irreali della carne, "del serpente antico", del drago. 

(Terza nota del traduttore: il giudizio sul cortocircuito di vita e morte del piccolo fratello pellegrino di Gesù e sulla condizione a-personale dei rapporti tra gli uomini centra del tutto correttamente e senza moralismi ciò che accade nella nostra società trasparente e pornografica (Byung Chu-Han), espressione ultima di quella bestia apocalittica citata. E visto, come diceva l'altro grande filosofo cattolico del XX secolo, Robert Spaemann, che il nostro problema non è quello di adeguarci al mondo, questo lo siamo già, per il solo fatto, che siamo nel mondo, ma di come diventare santi, sarà del tutto necessario tenere conto del cortocircuito di cui parla Ulrich, proprio nel nostro debole tentativo di dire sì al dono dell'essere come amore gratuito, che si gioca sempre nella piccola via della santità, come ci ha insegnato la grande e piccola Teresa di Lisieux.)   

Nel giugno del 1895, due anni prima della sua morte, pregava la piccola Teresa di Lisieux: "Gesù, spero, nel cielo di diventare simile a Te e di vedere splendere (illuminare) nel mio corpo trasfigurato le stigmate sante (segno: in greco: stigma: ferita) della Tua passione". 

E proprio in questo punto emerge di nuovo il tentatore, il "nemico dell'umana natura" (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali,  334), che ci domanda: "Se allora queste ferite mortali di Gesù, questo segno del peccato mortale, nel corpo di Cristo, peccato che ha ucciso Dio e l'uomo, è "allo stesso tempo" la fonte dell'amore misericordioso che si dona, allora i segni del male e i segni del bene, della vita e della morte, non sono in fondo indifferentemente identici?" [Non riconosciamo in questa domanda il miracolo satanico della bestia apocalittica, che era morta ed è ritornata in vita?] Non è il "perdono" forse null'altro che il processo automatico di una "riconciliazione" tra cielo e terra, tra Dio e satana? Non è forse il male null'altro che un utile collaboratore di Dio? Non è forse il menzognero dall'inizio un creativo 'co-operator veritatis'? Se infine il peccato-morte e l'amore-morte sono entità così 'convertibili', è davvero sensato prendere sul serio il sacrifico della Croce come, il cuore-centro della redenzione? Sono davvero sensati: pentimento, confessione del peccato, penitenza, sacrificio espiatorio? Non significa allora "redenzione" in fondo null'altro del dominio già cominciato dell' "Aldilà del bene e del male"? L'epifania di una tale trasformazione strisciante non significa l'assorbimento della gloria dell'essere come amore-umsonst all'interno di un essere dominato dall'Es, come un realtà neutrale senza volto e a-personale (quella della grande bestia)? Se Dio ha reso peccato il Suo Figlio in forza dell' amore per noi, perché non si dovrebbe (perché non dovresti) potere concludere da ciò che il nostro peccare (il tuo peccare) in fondo non è altro che una modalità in cui appare l'operare amoroso di Dio? Insomma non abbiamo a che fare con una specie di unione 'mistica' del peccatore con il Dio, presente in lui "per amore", per lui "fatto questo peccato"?   

(Quarta nota del traduttore: ancora una volta il piccolo fratello pellegrino di Gesù coglie il punto nodale in cui ci troviamo. Come ci ha insegnato Papa Francesco, come in vero ci ha insegnato Gesù, siamo tutti peccatori e come dicevo prima, noi siamo già adeguati al mondo, ma non lo siamo per fare per parte del mondo; questo è il punto di partenza e con la tenerezza e la pazienza di Dio, che ci ama per primo, possiamo fare alcuni passi in direzione della nostra santità. Il problema secondo me non è che siamo peccatori (perché lo siamo tutti, in un modo o nell'altro), ma quando vogliamo giudicare il peccato con una sorta di "unione mistica" tra Dio e satana. Certamente la Chiesa nella sua storia si è fissata spesso solo su certi peccati o presunti tali, ma la tentazione di cui parla Ulrich è e rimane la grande tentazione, che non ha risparmiato neppure persone che hanno fatto del bene, ma che sono scivolate nel dominio dell' "Aldilà del bene e del male", nella pseudo unione mistica di cui parla Ulrich! ) 

In questo orizzonte si sviluppa il satanico "Aldilà del bene e del male", nel quale il mistero dell'amore crocifisso e della gloria delle sue ferite mortali si è spento. "Sarete come Dio, conoscendo il bene e il male" (cfr. Gen. 3, 5). Qui parla la luce sterile dell'amore pseudo logicizzato (logi-fizierten: nella parola tedesca mi sembra esserci il termine "fittivo", che non riesco a rendere in italiano, se non con un "pseudo"; NdT),  presente nel sapere, reso dal peccato, solo apparentemente chiaro ("lucido): la "menzogna-logos" di Lucifero, che per così dire ha risucchiato in se stesso, affocato, congelato  il Santo pneuma, "il respiro d'amore di Dio", attraverso il quale la PAROLA è diventata carne; attraverso una concettualizzazione, che rende sterili, del pneuma in un sapere senza amore del "puro" spirito, ha disdetto al PADRE l'obbedienza umile dell'amore. 

Questo esegeta menzognero del Mistero dell'amore crocifisso non si trova in una sincera com-passio, in un'amorosa con-sofferenza con Gesù in Croce; con Maria, con Giovanni, con la sorella di Maria e Maria di Magdala (cfr. Mc. 15, 40), sotto la croce, piuttosto si insinua, senza legame alla terra, senza fondo, come "colui che conosce tutti i segreti", come l'osservatore gaudente della distruzione terribile dell'uomo, estraneo in una mancanza-di-luogo. "Non stava saldo nella verità, perché in lui non c'è verità" (Gv 8, 44). È separato dal Padre e dallo Spirito Santo, è il "padre della menzogna": è "Simia Dei", la scimmia di Dio. "Conosce" la verità, ma non la fa. Per questo è buio. Solamente "chi fa la verità viene verso la luce" (Gv 3,21). 

Il pseudo "puro" sapere della verità non è creativo, ma sterile. Non vi è in esso una sola goccia del sangue-amore dell'agnello. Non vi è in esso neppure il minimo respiro dello Spirito Santo d'amore: è in se stesso non fecondo, incapace di ricevere e di partorire. Le sue opere sono parti con feti morti, perché non sono "state fatte in Dio" (cfr. Gv 3,21). Non rivelano la fecondità dell'amore eterno. Non testimonianza della verità, che la PAROLA diventa carne del PADRE è in se stessa. 

La "luce" del menzognero è in realtà oscurità. Rifiuta di pronunciare il si obbediente all'incarnazione della PAROLA, attraverso lo SPIRITO SANTO, in Maria e si autocondanna, giudicato da Dio, a pervertire la vera kenosis (uscita da sé) della PAROLA eterna nella riproduzione della figura menzognera della sua "caduta sulla terra". Questa è incarnazione satanica, la fusione del "puro" sapere, particolarmente nella forma di un' "intelligenza lucida", con i fatti del mondo materiale. 

Il "padre della menzogna" non cade sulla terra come chicco di grano, non lo fa in obbedienza umile nei confronti del PADRE, liberamente e con calma ontologica, per mezzo dello SPIRITO SANTO  della verità, non cade in una "terra immaculata" (Maria) che lo accoglie, nella Mater Dei, in colei che partorisce il Dio vivente fatto carne. Cade dal cielo nell'abisso muto, incapace di concepire, infecondo, senza il respiro caldo dello Spirito Santo, nell'abisso di una mater-ia fredda, pseudo-vergine, "frigida". Questa è una potenzialità spaccata e staccata dall'essere come amore, dal "bonum diffusivum sui ipsius", "dal bene che emana se stesso" (Tommaso d'Aquino). Essa affonda nella potente vita apparente, nel violento mare di menzogna, dal quale suo "figlio", la bestia (Ap.13,1), sale come il morto pseudo risuscitato, come  la figura satanica della vita, "che era morta e che è ritornata in vita": homo-Deus, non Deus homo, che gli abitanti della terra adorano. Che è adorato da tutti coloro che dall'inizio del mondo non sono scritti nel libro-vita dell'Agnello, che è stato macellato (cfr. Ap. 13,8), che non sono nascosti nel libro vivo della PAROLA, libro di carne e sangue, non sono accolti dalla "madre dei viventi. 

(Quinta nota del traduttore: chi ha conosciuto personalmente il piccolo fratello pellegrino di Gesù sa come egli abbia incarnato quelle tre parole care a Papa Francesco, quando si parla di Gesù: compassione, vicinanza e tenerezza (cfr. per esempio catechesi del mercoledì sulla preghiera, il 10.02.21)  Ma come il Papa sa dire cosa molto dure a proposito di persone che vendono altre persone, etc. così anche in Ulrich si possono trovare parole e frasi realmente "apocalittiche". E se si pensa a persone pseudo-vergini che hanno fatto tanto male alla Chiesa se ne capisce bene l'importanza, senza dimenticare che ogni avvenimento in grande ha anche un suo corrispettivo nella quotidianità di noi tutti.) 

Questa "mater-ia" dell'Homo Deus è un grembo morto, pseudo vergine di possibilità nella modalità dell'Es, a-personale; indifferente  "potentia pura infoecunda". Questa deve essere, attraverso il potere-conoscenza del pseudo Logos, "risvegliata alla vita", che ombreggia nel suo essere-morta, aspettando la risurrezione da questo suo essere-morta. Così la pseudo-vergine  diventa apparentemente madre: "la sterile diviene madre di molti bambini"; "la ricca di figli sfiorisce" (cfr. per esempio 1 Sam 2,5). Questa pseudo fecondità satanica è il mistero della sua sterilità, della sua verginità diabolica. Darà vita finalmente all'Homo-Deus, lo produrrà da sé come il suo "massimo frutto", attraverso e nella quale compie/termina se stessa.

Ora la "scienza" prende in consegna, nel medium del pneuma logicizzato in modo fittivo l'incarnazione e la nascita del Logos nel contesto "femminile" dell'economia umana (il centro Babilonia). Si deve insomma "fecondare" la "pura possibilità, che è in sé senza forma e senza natura, e questo nel significato odierno di "illuminare"( = rendere razionalmente disponibile, sollevare al livello del sapere); di "costruire", cioè per così di renderla "esistente" (di organizzarla a livello costruttivo); "lasciarla crescere e divenire feconda ( = produttiva in senso tecnico ed economico e di svilupparne il profitto): fin che questa "possibilità pura" si riveli come la madre, la "partoriente"di  una ricchezza senza limiti e di un lusso traboccante: Babilonia, la grande città, sotto il cui dominio tutto è trasformato in "merce" comprabile, in un oggetto della brama inappagata ed insaziabile e viene ucciso tutto quanto è partecipazione al mistero incondizionato ed assoluto dell'amore-umsonst: ciò che è da percepire, ricevere, affermare "per se stesso". 

(Sesta nota del traduttore: credo che il pontificato di Papa Francesco, nella sequela dei suoi predecessori, abbia masso in luce, già nel suo scritto programmatico, la lettera apostolica "Evangelii Gaudium", la logica della città grande Babilonia, dentro e fuori la Chiesa.)

In questa pseudo-madre domina la strategia dell' "omicida fin dal principio" (Gv 8,44 sg.), il cui veleno di una brama corrosa dall'invidia, insaziabilmente e inestinguibilmente, ha fame e sete di carne e sangue divino-umani e desidera divorarli, fin dall'inizio. Apocalisse 12: la donna e il drago. "Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito" (kata-pháge: inghiottire, divorare). La comunione di Satana, la brama-fame di "se stesso come Dio nella carne". La pseudo-eucarestia del Homo-Deus sotto il dominio di satana. Per questo Maria, la vergine-madre, la partoriente il Dio vivente in carne e sangue, è il suo nemico mortale (cfr. Ap 18,24). Così cresce il "corpo della menzogna", il corpo globale dell'Homo-Deus-Umanità: nella creazione di un regno totalitario, sotto ogni aspetto trasparente e del tutto controllato; un sistema in sé chiuso di una reciprocità universale e simmetrica di "dono e restituzione", di "do ut des", di "compra e vendita" (cfr. Ap 13, 11-18): nel medium dell'"unico corpo" (della anti-chiesa) della "bestia", nel quale domina lo spirito "puro". 

NB: Ho appena (16.2.21) ricevuto la notizia che questo testo verrà pubblicato dalla Johannesverlag, quindi dono la ventina di pagine tradotte da me in italiano all'editore. Interrompo la traduzione pubblica di queste pagine alla pagina 27 dell'attuale testo tedesco. Continuerò a tradurre in privato. Comunque le pagine tradotte fanno vedere lo spesso spirituale del piccolo fratello pellegrino di Gesù