domenica 29 luglio 2018

L'amore gratuito non è mai un amore simmetrico - in dialogo con Ferdinand Ulrich

Lipsia. Per spiegare cosa sia l'amore gratuito Ferdinand Ulrich dedica tutto un libro filosofico per interpretare Lc 15, 11- 32. In verità sta dedicando tutta la sua vita a questo "tema". Il libro è intitolato: Gabe und Vergebung. Ein Beitrag zur biblischen Ontologie (Dono e Perdono. Un contributo sull'Ontologia biblica, Freiburg, 2006. Se si fa sul serio con l'amore gratuito, non ci si può aspettare una risposta simmetrica ai nostri bisogni da parte di chi amiamo. Il Padre della parabola di Luca non fa così, ma lascia andare il figlio, non nell'impotenza, ma nella "rinuncia" creativa di un amore che genera libertà...

Il figlio "identifica l'amore- vuoto del padre con il non potere e il non essere"(Ulrich) - questa è la tentazione della nostra società atea e libertina, trasparente e pornografica. L'amore del Padre viene considerato come "vuoto". "Vuoto" significa "povero" di quella povertà che è ricchezza e povertà allo stesso tempo. Come dice Methol Ferré: "Certo, l'ateismo libertino "perverte" la bellezza, perché "la separa dalla verità e dal bene, e quindi dalla giustizia". Ma – ammonisce Methol Ferré – "non si può riscattare il nucleo di verità dell'ateismo libertino con un procedimento argomentativo, o dialettico; meno ancora ponendo proibizioni, lanciando allarmi, dettando regole astratte. L'ateismo libertino non è una ideologia, è una pratica. Ad una pratica occorre opporre un'altra pratica; una pratica autocosciente, beninteso, quindi intellettualmente dotata. Storicamente la Chiesa è l'unico soggetto presente sulla scena del mondo contemporaneo che può affrontare l'ateismo libertino. Per me solo la Chiesa è veramente post-moderna" (Sandro Magister, 31.32014).


Così si comporta il padre della parabola. Risponde con una "pratica": l'amore gratis! Un amore che genera libertà. "Il padre non dice: "Sono tuo padre, perché tu sei mio figlio. Tu sei la causa del mio essere padre. La mia vita non ha più senso, se tu te ne vai". Il figlio non rappresenta una condizione esterna per il potere del padre. Non lo ha generato, per avere un figlio che confermi il suo dominio e lo continui dopo la morte del padre. Se fosse così non avrebbe donato in modo libero, senza condizioni e gratis e non avrebbe inteso l'altro come altro per se stesso, ma avrebbe cercato nel figlio solo il proprio futuro, cioè se stesso. Rimarrebbe così lo sterile e passivo servo del figlio" (Ferdinand Ulrich). 


I "genitori sindacalisti" (Polito, Carrón) dei propri figli non li amano dell'amore gratis, ma sono in fondo schiavi dei propri figli. Accenno solo un momento al motivo ultimo del disastro educativo che stiamo vivendo, ma vorrei seguire qui un altro percorso di pensiero. In questa citazione di Ulrich si trova spiegato il modo con cui Giussani prima ed ora Carrón vogliono guidare il Movimento di Comunione e Liberazione. Viene spiegato anche il mistero della "bellezza disarmata" che è quella del padre che genera davvero in modo libero il figlio. 


In questo post vorrei solo invitare a pensare sulla non simmetria dell'amore gratuito. Se la risposta all'amore gratis fosse simmetrica, allora saremmo nell'ambito di ciò che il Santo Padre chiama "proselitismo": voglio che mi si ami in modo tale che sia garantito il mio futuro. Non è così: "il padre lascia andare il figlio". Questo vuol dire che "bellezza disarmata" significa lasciar andare i figli, anche e soprattutto quelli che ritengono di sapere cosa il padre deve fare. "Tutto ciò che è mio è tuo. Il tuo andare via è abbracciato dal di sotto dal mio lasciarti andare, che va con te e ti lascia essere" (Ulrich): con il figlio che se ne va, non vanno i rimproveri del padre e le aspettative del padre, ma proprio l'amore gratis stesso che lo lascia andare! Non ha alcun senso provare a tenere il figlio che se ne vuol andare da casa
 in modo argomentativo: il padre è davvero "povero" e "ricco" solo del suo amore gratuito. "Il mio lasciarti andare è il mio sì che ti ama e questo sì sono io stesso come origine non originata in te" (Ulrich, 457). 

Non vi è alcuna "risentimento" o "rassegnazione" nel padre: "non hai corrisposto alle mie aspettative, fai quello che vuoi". Il padre lascia andare in forza dello "pneuma dell'amore gratuito", che genererà la risposta non simmetrica del figlio. 


La risposta non simmetrica del figlio all'amore del padre verrà dal profondo della crisi. Non può restituirgli il denaro né il tempo non passato insieme. A questa non simmetria del figlio il padre risponde con una non simmetria sempre più grande. 


Per don Julián Carrón


Caro don Julían, 

mi hai scritto di "non trattenerti dal farmi avere suoi testi (di Balthasar) che ti colpiscono o che possono essere d'aiuto per il  cammino insieme". Ti segnalo oggi non un pezzo di Balthasar, ma forse del suo amico più vero, Ferdinand Ulrich, da Gabe und Vergebung. Ein Beitrag zur biblischen Ontologie (Dono e Perdono. Un contributo sull'Ontologia biblica, Freiburg, 2006, 452-458. Lo trovi dopo questa mia breve meditazione a partire da "Per don Julián Carrón". 
Tuo, piccolo amico di Gesù 

Ferdinand Ulrich

Lasciar andare. La "rinuncia" creativa dell'amore che rende liberi (vgl. Lc 15,11-32)

"Come risponde il padre a questa divisione compiuta dal figlio? Semplicemente lascia andare via il figlio. Da chi racconta, dal Figlio unigenito del Padre, dal Figlio dell'uomo, dal nostro fratello non ascoltiamo nulla che sia un rimprovero da parte del padre. Quest'ultimo ha fiducia, senza riserve, nell'estraniazione (Entäußerung) irreversibile del suo Sí paterno, della totale donazione del patrimonio (Vermögen) (1). Vive la sua fedeltà paterna al figlio ed ha fiducia dell'essere donato del dono nel figlio. Ama nel figlio, in mezzo al suo no, la sua vita passata, donata e distribuita. Ama la libertà che è il figlio stesso attraverso il padre che lo autorizza ad entrare in rapporto con lui. Nel suo potere paterno il Padre si è fatto in lui totalmente Parola (2).  Il Figlio è stato sempre Parola (Verbo) del Padre ed attraverso la sua autocomunicazione il Padre lo ha reso libero come Figlio, senza alcuna intenzione, al di la di ogni "per" e "perché". Nel suo essere proceduto dal Padre il dono dell'amore generante 
riposa nell "essere se stesso" del Figlio, attraverso il quale il Padre, che ha donato il suo patrimonio a Colui che ha generato, va con il Figlio, nascosto nel Pneuma dell'amore,  nell'estraneità. Porta nel suo Amore gratuito, nell' intimità della sua misericordia, nel silenzio, Colui che ha ricevuto il dono sul suo cammino: lo porta in forza del suo "amore- povertà", del suo altruismo paterno, nel grembo del suo creativo "amore - vuoto" che lascia andare l'amato, nello spazio libero e tenero in cui il Figlio è se stesso e può essere se stesso.   

Questo silenzio del Padre è il linguaggio sovra linguistico della sua fedeltà, nel quale si rivela, che tutto ciò che è stato donato, è un Sí assoluto e sincero: "Tu, che sei stato generato, puoi stare, nella fiducia di un essere stato donato a te stesso, sui tuoi propri piedi, puoi cominciare da te stesso; puoi vivere la Tua vita nella tua originalità che ti è stata donata e per questo ti appartiene senza riserve. Puoi compiere la tua esistenza da te stesso e quindi uscire e portare frutto. In questo modo ringrazi e sei libero.  Non ti devi sostenere su precondizioni che ti sono estranee, che ti vogliono ingannare, che stanno davanti a te solo oggettivamente così da essere costretto a vivere come un "altro da te stesso". Il primerear (Vorweg) (3) senza origine  del mio amore paterno è in te stesso la fonte del tuo essere te stesso. Visto che il mio patrimonio ti appartiene ("tutto ciò che mio è tuo"), così puoi, in forza del tuo essere stato donato, ciò che io posso: l'amore gratis! In questo amore puoi "essere perfetto come Tuo Padre", perché tu sei vita della sua vita". "Solus Deus est maxime liberalis" (Tommaso d'Aquino, S. Th, 44,4,1). 


A partire dal Padre il Figlio può lasciarsi andare totalmente nell' "Amore- vuoto", nel grembo del silenzio paterno che gli apre lo spazio creativo del suo poter esistere, dal quale si è risvegliato nel suo "essere se stesso" (Selbstsein). Ma il figlio scambia l' amore- vuoto del silenzio paterno, che è creativo, con l'incapacità impotente di parlare, insomma con una cattiva incapacità di sapersi esprimere. Identifica l'amore- vuoto del Padre con il non potere e il non essere. Si immagina questo amore come uno spazio sterile il cui centro è il suo io = io, che deve appropriarsi autonomamente del patrimonio come un inizio assoluto, causato dal vuoto paterno. E come identifica in modo perverso il Mistero dell'amore povero del Padre con il non essere di una mancanza, allo stesso modo identifica la pienezza della libertà donata, in cui si è risvegliato in forza dell'amore povero del Padre, con la pseudo ricchezza di un egoistico disporre di sé. Non vive il potere della sua libertà come dono, nato dal silenzio del Padre. Nel futuro sembrerà che il succedersi degli avvenimenti dipenda solo ed unicamente da lui senza che in questo impegno "assoluto" egli abbia ceduto, in modo fiducioso, al potere creativo del Padre, senza tener conto che è nato nel grembo del Padre. 


Il luogo vivo in cui il Mistero dell'identità tra vuoto e pienezza dell'essere viene compiuto come amore è la fiducia. Il silenzio di Dio è il suo Parlare (Verbo), dal quale procede il Figlio, dal quale il Figlio è. A partire dal Mistero dell'amore- povero accade la nascita in quanto "essere se stesso" di Colui che riceve il dono del Padre e che deve se stesso alla Povertà che lo lascia essere se stesso, perché sua origine non originata. La pienezza dell'amore povero di Colui che dona risveglia colui a cui è stato donato in un fiducioso cedimento di sé. Fa sì che giunga all'intimità di se stesso attraverso il suo assoluto essere amato e reso libero. Giacché l'amore povero e creativo del Padre, che in modo irreversibile ha donato il suo patrimonio, è la presenza nel Figlio, l'assoluto Sí verso e nella sua libertà, allora Colui che è stato generato a partire da una profonda gratitudine e da un'obbedienza amorosa può partire in una divisione dalla sua origine che nasce come frutto del suo amore- unità con il Padre. Questo è il Mistero della differenza ("non") come essere. 


Così il Padre misericordioso è presente in colui che se ne è andato. Questo da parte sua interpreta però il silenzio paterno come impotenza e trasforma l'amore povero paterno rivelatosi nell'essere donato e ricevuto, in una sussistenza posta da lui e da lui posseduta. Nello sguardo piegato su se stesso vede in torno a sé solamente lo spazio vuoto e muto dell'origine, che non ha fatto altro che dargli ciò che gli è dovuto. Interpreta questo fatto come pegno e come dimostrazione che egli finalmente si è compreso nella sua piena ed inviolata identità con se stesso. Ma nel mezzo di questa perversione il silenzio del Padre rimane la fonte della misericordia per il figlio che va "in un paese lontano", l'offerta irremovibilmente fedele e liberante del ritorno per e in colui che si perde. E ciò non nel senso di un ritorno parallelamente simmetrico  di colui che si è perso nella direzione dell'origine (e del rimanere a casa) sulla stessa via in cui ha lasciato la sua origine, piuttosto  nel farsi strada asimmetrico di colui che si converte nella vera, libera dialogica differenza dall'origine che viene testimoniata attraverso l'amore della conversione, del rialzarsi, del ritorno e del rimanere nella casa del Padre, da parte di quest'ultimo e del fratello. Per questo motivo il Padre non tenta di annullare l'andare via del figlio contro il suo allontanarsi dall'origine. Non pone il rimanere contro la divisione, piuttosto aspetta nella pazienza dell'amore l'aprirsi di una strada della divisione- amore nell'amore- morte, aspetta il ritorno di colui che è rimasto senza Padre in forza del peccato sulle spalle di Colui che è stato abbandonato dal Padre (4) per amore e che ci racconta la parabola ( e in essa "se stesso") del figlio del Padre misericordioso. Il Padre spera nel libero rimanere del Figlio. Così come il dono del Padre nel figlio è irremovibile, così lascia andare via il figlio senza pentirsene.  


Il Padre non tiene legato a se stesso il figlio, quasi fosse costretto nel frutto da lui posseduto del suo amore di mettere di fronte a se stessa per osservarla in modo oggettivo la potenza del suo potere paterno, il dono della sua capacità personale e generativa. Il Figlio non funge come idolo della sua autoconferma della propria potenza paterna; non è il garante strumentalizzato del suo futuro. Egli ha posto in libertà l'altro come altro da se stesso e lo ha responsabilizzato per il rischio futuro di un amoroso diventare se stesso a partire dall'abisso della sua (del figlio) propria libertà, che è stato (5) in forza della sussistenza donata e ricevuta gratuitamente dal Padre.  "Il padre non dice: "Sono tuo padre, perché tu sei mio figlio. Tu sei la causa del mio essere padre. La mia vita non ha più senso, se tu te ne vai". Il figlio non rappresenta una condizione esterna per il potere del padre. Non lo ha generato, per avere un figlio che confermi il suo dominio e lo continui dopo la morte del padre. Se fosse così non avrebbe donato in modo libero, senza condizioni e gratis e non avrebbe inteso l'altro come altro per se stesso, ma avrebbe cercato nel figlio solo il proprio futuro, cioè se stesso. Rimarrebbe così lo sterile e passivo servo del figlio". 

Il Padre non "fa" il suo futuro nella forma del figlio. Non usa il figlio perché questo gli rispecchi davanti a se stesso la sua potenza di Padre. Il futuro che è stato generato non è il passato prolungato di Colui che genera. Se fosse così il Padre non avrebbe la forza di uscire da se stesso nella generazione del figlio, di donare se stesso e il suo patrimonio: la capacità di lasciare l'altro essere altro da se stesso. Chi dona in libertà conferma così colui che la riceve concedendogli l'assoluta libertà della risposta. Questo potere di concessione di una risposta libera è l'amore- povertà del Padre. Per questo permette che nasca nell'atto della generazione il futuro del suo dono donato, la sua vita e la sua capacità, cioè la sua sua volontà dal Mistero della singolarità dell'altro, a partire da se stesso, dall'abisso della sua libertà. Non aspetta se stesso (e la sua volontà) simmetricamente dal figlio, piuttosto attraverso l'abisso d'amore della differenza dialogica, in modo non simmetrico dalla profondità nascosta dell'essere già stato (Egli), insomma dalla libertà fondata in se stessa del Figlio. Il suo amore- povertà spera nel: Sí, Padre! Così riceve il figlio così come "da sempre piace al Figlio". Porta e sostiene in forza dell'Amore povertà, nel grembo della sua misericordia (in ebraico: "rechem": utero; "rachamin": misericordia), il "da se stesso" del Figlio. Rinuncia non in un senso rassegnato ("non hai risposto alle mie attese, allora fa quello che vuoi"), piuttosto nel senso del tutto creativo all' avere (possedere) il frutto del suo amore. Abbandona con fiducia il seme della sua parola ontologica nella terra materna e buona , che porta "il frutto da se stessa" (Matteo 4, 28: αὐτομάτη ἡ γῆ καρποφορεῖ). Non ha bisogno del frutto per completarsi o giustificarsi come Padre. "Sono Padre perché ho un figlio". No, Egli è Padre perché in se stesso, in forza del suo essere Padre , è capace del Figlio, perché Egli lo genera amando e questo amore, la paternità del Padre, è l'essere del Padre. Per questo può lasciar libero il figlio e lasciarlo andare. Egli stesso va attraverso la sua misericordia con il rimanere amato del figlio. Attraverso se stesso, attraverso il suo essere, in forza della sua paternità, gli è fedele: a casa e in un paese lontano. Ciò che succede fuori è "destino intimo" del Padre. La sua vita è in gioco fuori o dentro in colui che ama. Nel pneuma dell'amore si dona assolutamente all'altro, esposto in lui e attraverso di lui: e questo lo possiamo riconoscere, nella fede, nel costato aperto, nel cuore che fuoriesce dal Crocifisso in forza del colpo di lancia.  


Se il Padre desse la prova di essere Padre solamente con il rimanere a casa del figlio, allora non avrebbe preso realmente sul serio l'atto della generazione amorosa del figlio, nella quale trova le sue radici la libertà dell'altro. Avrebbe sostituito la mancanza di un amore che rende liberi con il disporre del figlio ("mio figlio"). Egli compenserebbe come Es (6) la sua incapacità di "preferire" (ver-mögen) l'amato altro da sé stesso attraverso la presa di possesso dell'altro e per mezzo della presenza constata oggettivamente del tu coprirebbe la sua impotenza (un cattivo vuoto, non l'amore- vuoto, che è "vuoto della pienezza"): "io sono ciò che ho". Come Padre generante del (genitivo personale) figlio, egli è già da sempre in lui, nell'altro reso libero, e per questo non è costretto ad affermarsi in modo regressivo, in forza della degradazione del figlio a mezzo. Il figlio non compare al suo cospetto come uno che esige dall'esterno, come una Legge che stimola l'azione. Il figlio non è un contenuto, di cui il Padre abbia bisogno per rassicurare se stesso di possedere il proprio potere: è l'altro, libero e singolare. 

Il Padre lo lascia andare. Considerata dall'esterno, dal punto di vista spazio temporale, la distanza tra i due diventerà sempre più grande. Considerata dal punto di vista del Padre l'allontanarsi del figlio non accade ovviamente come un ingrandimento di una distanza spazio temporale. Alla presenza del Padre si rivela la distanza originaria come mistero della differenza personale di Colui che ama e di colui che è amato ( e che nel suo essere amato è reso libero). Il Padre vive la divisione che si esprime nella dimensione spazio temporale come la figura (Gestalt) intima del suo Sí, come Parola di fedeltà sovra linguistica per il figlio: "Tutto ciò che mio è tuo. Il tuo andare via è abbracciato dal di sotto dal mio lasciarti andare, che va con te e ti permette di essere. Il  mio lasciarti andare è il mio Sí amoroso per te e questo Sí sono io stesso come l'origine non originata in te". Per questo il Padre per così dire si nasconde nella totale tranquillità (Gelassenheit) del suo essere se stesso, non contro, ma per il figlio. Il suo nascondersi paterno, il suo silenzio è Ia misericordia del suo andare "con". Il Figlio unigenito che ci racconta la parabola è la misericordia fatta persona del Padre: nella estraneità senza padre (7). Comprendiamo la parabola solamente se Lo ascoltiamo nello spirito della misericordia e del perdono. 

Il Padre rimane, "riposa" nel suo podere e lascia andare il figlio. In questo rimanere, in questo apparente non fare nulla, si esprime come libertà che testimonia ed è presente "solamente attraverso la sua esistenza". Il suo (della libertà che il Padre è) apparente non fare nulla è azione viva. Un azione libera che non corre dietro al figlio, ma guarda nel mezzo di questo abbandono, il dono donato gratuitamente dell'origine, il Figlio unigenito, in forza del quale egli vive. Questo sguardo non constata una volta per tutte un fatto valido, una Legge essenziale, attraverso la quale il figlio è determinato e secondo questa determinazione percorre il suo cammino nell'estraneità. Piuttosto è uno sguardo pieno di speranza, un guardare che aspetta nell'amore e nella cui luce misericordiosa può rinascere e si può rivelare la vera figura del figlio, nel suo essere perso e ritrovato, in forza della sua conversione. 







Note

(1) La parola "vermögen" significa anche: capacità, facoltà e contiene la parola "mögen": amare, preferire (RG). 

(2) Qui Ulrich passa dal rapporto tra padre e figlio nella parabola di Luca al rapporto tra il Padre e il Figlio. Questa "oscillazione" di termini la rendiamo con la minuscola e la maiuscola. Quello che viene detto del Padre e del Figlio, vale anche per il padre e il figlio, ma non viceversa. A parte che anche nel rapporto tra padre e figlio si tratta del Padre (RG). 

(3) Traduco il "ciò che viene prima" tedesco con la parola di Papa Francesco, ormai divenuta famosa. Non è l'unico contatto tra Ulrich e Papa Francesco; entrambi sono figli di Ignazio. (RG)

(4) Il grande tema della teologia del venerdì e Sabato Santo di Balthasar e von Speyr che qui Ulrich fa suo. Il Figlio ci salva dal  nostro abbandono di Dio peccaminoso in forza del suo abbondano amoroso (RG).

(5) Non solo il figlio ha avuto, ma è stato questa libertà. (RG)

(6) "Es" in Freud è la dimensione dell'istinto che rende l'uomo non più un "Egli" ma un "esso". 

(7) Nel linguaggio di Luca: "nel paese lontano". 

11.8.18 : L'attesa piena di amore del Padre (Lc15), che si fida dell'esperienza nella lontananza dei figli (sia die quello che se ne va, sia di quello che resta), che non anticipa nessuna soluzione, ma che è reale presenza nel pneuma d'amore, reale bellezza disarmata, impotenza potente, un rimanere inchiodato alla Croce l'ho vista solo in poche persone: Ferdinand Ulrich, mia moglie, Papa Francesco e don Julián Carrón.
#Breviaforismi

11.8.18
Libertini come il figlio che se ne va di casa o come quello che rimane a casa (cfr. Lc 15)?

Ultimamente pensando alle persone che dicono ogni sconcezza sul Santo Padre o per quanto riguarda noi di CL del presidente della Fraternità mi sono chiesto se non si trattasse di libertinismo incapace di ogni forma reale di obbedienza. E quindi neppure capace di reale libertà: perché obbedienza e libertà sono comprensibili solamente in un "medesimo uso".

Ho pensato dapprima che in fondo sono come il figlio che se ne va, solo che non se ne vogliono andare. In verità sono appunto come il figlio che resta e che accusa il Padre di non dar loro ciò che eccede la necessità, qualcosa per festeggiare con gli amici.

Ma in verità il figlio che resta non ha nessuna voglia di festeggiare. Vuole sicurezza e per ottenerla è disposto a tramutare il Padre, di cui non si può fidare, per la sua esagerata misericordia, nel "esso" del patrimonio. Ulrich lo spiega bene nel libro "Dono e perdono", 463-466).


#Breviaforismi

Rossella Viaconzi mi ha mandato un testo corretto che ho integrato nella mia versione. Lei è per me come una maestra di italiano e la ringrazio di cuore. Qui di seguito le sue correzioni: 


Lipsia. Per spiegare cosa sia l'amore gratuito Ferdinand Ulrich dedica tutto un libro filosofico per interpretare Lc 15, 11- 32. In verità sta dedicando tutta la sua vita a questo "tema". Il libro è intitolato: Gabe und Vergebung. Ein Beitrag zur biblischen Ontologie (Dono e Perdono. Un contributo sull'Ontologia biblica), Freiburg, 2006. Se si fa sul serio con l'amore gratuito, non ci si può aspettare una risposta simmetrica ai nostri bisogni da parte di chi amiamo. Il Padre della parabola di Luca non fa così, ma lascia andare il figlio, non nell'impotenza, ma nella "rinuncia" creativa di un amore che genera libertà...

Il figlio "identifica l'amore - vuoto del padre con il non potere e il non essere"(Ulrich) - questa è la tentazione della nostra società atea e libertina, trasparente e pornografica. L'amore del Padre viene considerato come "vuoto". "Vuoto" significa "povero" di quella povertà che è ricchezza e povertà allo stesso tempo. Come dice Methol Ferré: "Certo, l'ateismo libertino "perverte" la bellezza, perché "la separa dalla verità e dal bene, e quindi dalla giustizia". Ma – ammonisce Methol Ferré – "non si può riscattare il nucleo di verità dell'ateismo libertino con un procedimento argomentativo, o dialettico; meno ancora ponendo proibizioni, lanciando allarmi, dettando regole astratte. L'ateismo libertino non è una ideologia, è una pratica. Ad una pratica occorre opporre un'altra pratica; una pratica autocosciente, beninteso, quindi intellettualmente dotata. Storicamente la Chiesa è l'unico soggetto presente sulla scena del mondo contemporaneo che può affrontare l'ateismo libertino. Per me solo la Chiesa è veramente post-moderna" (Sandro Magister, 31.32014).


Così si comporta il padre della parabola. Risponde con una "pratica": l'amore gratis! Un amore che genera libertà. "Il padre non dice: "Sono tuo padre, perché tu sei mio figlio. Tu sei la causa del mio essere padre. La mia vita non ha più senso, se tu te ne vai". Il figlio non rappresenta una condizione esterna per il potere del padre. Non lo ha generato, per avere un figlio che confermi il suo dominio e lo continui dopo la morte del padre. Se fosse così non avrebbe donato in modo libero, senza condizioni e gratis e non avrebbe inteso l'altro come altro da se stesso, ma avrebbe cercato nel figlio solo il proprio futuro, cioè se stesso. Rimarrebbe così lo sterile e passivo servo del figlio" (Ferdinand Ulrich). 


I "genitori sindacalisti" dei propri figli 
(cfr. Polito, Carrón) non li amano  i loro figli dell'amore gratis, ma sono in fondo schiavi dei propri figli. Accenno solo un momento al motivo ultimo del disastro educativo che stiamo vivendo, ma vorrei seguire qui un altro percorso di pensiero. Accenno anche che In questa citazione di Ulrich si trova spiegato il modo con cui, Giussani prima ed ora Carrón, vogliono guidare il Movimento. Viene spiegato anche il mistero della "bellezza disarmata" che è  . La bellezza disarmata è quella del padre che genera davvero in modo libero il figlio. 

In questo post vorrei solo invitare a pensare sulla non simmetria dell'amore gratuito. Se la risposta all'amore gratis fosse simmetrica, allora saremmo nell'ambito di ciò che il Santo Padre chiama "proselitismo": voglio che mi si ami in modo tale che sia garantito il mio futuro. Non è così: "il padre lascia andare il figlio". Questo vuol dire che "bellezza disarmata" significa lasciar andare i figli, anche e soprattutto quelli che ritengono di sapere cosa il padre deve fare. "Tutto ciò che è mio è tuo. Il tuo andare via è abbracciato dal di sotto dal mio lasciarti andare, che va con te e ti lascia essere" (Ulrich): con il figlio che se ne va, non vanno i rimproveri del padre e le aspettative del padre, ma proprio l'amore gratis stesso che lo lascia andare! Non ha alcun senso provare 
dia tenere il figlio che se ne vuol andare da casa in modo argomentativo : il padre è davvero "povero" e "ricco" solo del suo amore gratuito. "Il mio lasciarti andare è il mio sì che ti ama e questo sì sono io stesso come origine non originata in te" (Ulrich, 457). 

Non vi è alcuna "risentimento" o "rassegnazione" nel padre: "non hai corrisposto alle mie aspettative, fai quello che vuoi". Il padre lascia andare in forza del "pneuma dell'amore gratuito" che genererà la risposta non simmetrica del figlio. 


La risposta non simmetrica del figlio all'amore del padre verrà dal profondo della crisi. Non può restituirgli il denaro né il tempo non passato insieme. A questa non simmetria del figlio il padre risponde con una non simmetria sempre più grande. 


Per don Julián Carrón


Caro don Julían, 

mi hai scritto di "non trattenerti dal farmi avere suoi testi (di Balthasar) che ti colpiscono o che possono essere d'aiuto per il  cammino insieme". Ti segnalo oggi non un pezzo di Balthasar, ma forse del suo amico più vero, Ferdinand Ulrich, da Gabe und Vergebung. Ein Beitrag zur biblischen Ontologie (Dono e Perdono. Un contributo sull'Ontologia biblica, Freiburg, 2006, 452-458. Lo trovi dopo questa mia breve meditazione a partire da "Per don Julián Carrón". 
Tuo, piccolo amico di Gesù 

Ferdinand Ulrich

Lasciar andare. La "rinuncia" creativa dell'amore che rende liberi (vgl. Lc 15,11-32)

"Come risponde il padre a questa divisione compiuta dal figlio? Semplicemente lascia andare via il figlio. Da chi racconta, dal Figlio unigenito del Padre, dal Figlio dell'uomo, dal nostro fratello non ascoltiamo nulla che sia un rimprovero da parte del padre. Quest'ultimo ha fiducia, senza riserve, nell'estraniazione (Entäußerung) irreversibile del suo Sí paterno, della totale donazione del patrimonio (Vermögen) (1). Vive la sua fedeltà paterna al figlio ed ha fiducia dell'essere donato del dono nel figlio. Ama nel figlio, in mezzo al suo no, la sua vita passata, donata e distribuita. Ama la libertà che è il figlio stesso attraverso il padre che lo autorizza ad entrare in rapporto con lui. Nel suo potere paterno il Padre si è fatto in lui totalmente Parola (2).  Il Figlio è stato sempre Parola (Verbo) del Padre ed attraverso la sua autocomunicazione il Padre lo ha reso libero come Figlio, senza alcuna intenzione, al di la di ogni "per" e "perché". Nel suo essere proceduto dal Padre il dono dell'amore generante 
riposa nell "essere se stesso" del Figlio, attraverso il quale il Padre, che ha donato il suo patrimonio a Colui che ha generato, va con il Figlio, nascosto nel Pneuma dell'amore,  nell'estraneità. Porta nel suo Amore gratuito, nell' intimità della sua misericordia, nel silenzio, Colui che ha ricevuto il dono sul suo cammino: lo porta in forza del suo "amore- povertà", del suo altruismo paterno, nel grembo del suo creativo "amore - vuoto" che lascia andare l'amato, nello spazio libero e tenero in cui il Figlio è se stesso e può essere se stesso.   

Questo silenzio del Padre è il linguaggio sovra linguistico della sua fedeltà, nel quale si rivela, che tutto ciò che è stato donato, è un Sí assoluto e sincero: "Tu, che sei stato generato, puoi stare, nella fiducia di un essere stato donato a te stesso, sui tuoi propri piedi, puoi cominciare da te stesso; puoi vivere la Tua vita nella tua originalità che ti è stata donata e per questo ti appartiene senza riserve. Puoi compiere la tua esistenza da te stesso e quindi uscire e portare frutto. In questo modo ringrazi e sei libero.  Non ti devi sostenere su precondizioni che ti sono estranee, che ti vogliono ingannare, che stanno davanti a te solo oggettivamente così da essere costretto a vivere come un "altro da te stesso". Il primerear (Vorweg) (3) senza origine  del mio amore paterno è in te stesso la fonte del tuo essere te stesso. Visto che il mio patrimonio ti appartiene ("tutto ciò che mio è tuo"), così puoi, in forza del tuo essere stato donato, ciò che io posso: l'amore gratis! In questo amore puoi "essere perfetto come Tuo Padre", perché tu sei vita della sua vita". "Solus Deus est maxime liberalis" (Tommaso d'Aquino, S. Th, 44,4,1). 


A partire dal Padre il Figlio può lasciarsi andare totalmente nell' "Amore- vuoto", nel grembo del silenzio paterno che gli apre lo spazio creativo del suo poter esistere, dal quale si è risvegliato nel suo "essere se stesso" (Selbstsein). Ma il figlio scambia 
il

l'amore creativo amore- vuoto del silenzio paterno con l'incapacità impotente di parlare, insomma con una cattiva incapacità di sapersi esprimere. Identifica l'amore- vuoto del Padre con il non potere e il non essere. Si immagina questo amore come uno spazio sterile il cui centro è il suo io = io, che deve appropriarsi autonomamente del patrimonio come un inizio assoluto, causato dal vuoto paterno. E come identifica in modo perverso il Mistero dell'amore povero del Padre con il non essere di una mancanza, allo stesso modo identifica la pienezza della libertà donata, in cui si è risvegliato in forza dell'amore povero del Padre, con la pseudo ricchezza di un egoistico disporre di sé. Non vive il potere della sua libertà come dono, nato dal silenzio del Padre. Nel futuro sembrerà che il succedersi degli avvenimenti dipenda solo ed unicamente da lui senza che in questo impegno "assoluto" egli abbia ceduto, in modo fiducioso, al potere creativo del Padre, senza tener conto che è nato nel grembo del Padre. 


Il luogo vivo in cui il Mistero dell'identità tra vuoto e pienezza dell'essere viene compiuto come amore è la fiducia. Il silenzio di Dio è il suo Parlare (Verbo), dal quale procede il Figlio, dal quale il Figlio è. A partire dal Mistero dell'amore- povero accade la nascita in quanto "essere se stesso" di Colui che riceve il dono del Padre e che deve se stesso alla Povertà che lo lascia essere se stesso, perché sua origine non originata. La pienezza dell'amore povero di Colui che dona risveglia colui a cui è stato donato in un fiducioso cedimento di sé. Fa sì
 che giunga all'intimità di se stesso attraverso il suo assoluto essere amato e reso libero. Giacché l'amore povero e creativo del Padre, che in modo irreversibile ha donato il suo patrimonio, è la presenza nel Figlio, l'assoluto Sí verso e nella sua libertà, allora Colui che è stato generato a partire da una profonda gratitudine e da un'obbedienza amorosa può partire in una divisione dalla sua origine che nasce come frutto del suo amore- unità con il Padre. Questo è il Mistero della differenza ("non") come essere. 

Così il Padre misericordioso è presente in colui che se ne è andato. Questo da parte sua interpreta però il silenzio paterno come impotenza e trasforma l'amore povero paterno rivelatosi nell'essere donato e ricevuto, in una sussistenza posta da lui e da lui posseduta. Nello sguardo piegato su se stesso vede in torno a sé solamente lo spazio vuoto e muto dell'origine, che non ha fatto altro che dargli ciò che gli è dovuto. Interpreta questo fatto come pegno e come dimostrazione che egli finalmente si è compreso nella sua piena ed inviolata identità con se stesso. Ma nel mezzo di questa perversione il silenzio del Padre rimane la fonte della misericordia per il figlio che va "in un paese lontano", l'offerta irremovibilmente fedele e liberante del ritorno per e in colui che si perde. E ciò non nel senso di un ritorno parallelamente simmetrico  di colui che si è perso nella direzione dell'origine (e del rimanere a casa) sulla stessa via in cui ha lasciato la sua origine, piuttosto  nel farsi strada asimmetrico di colui che si converte nella vera, libera dialogica differenza dall'origine che viene testimoniata attraverso l'amore della conversione, del rialzarsi, del ritorno e del rimanere nella casa del Padre, da parte di quest'ultimo e del fratello. Per questo motivo il Padre non tenta di annullare l'andare via del figlio contro il suo allontanarsi dall'origine. Non pone il rimanere contro la divisione, piuttosto aspetta nella pazienza dell'amore l'aprirsi di una strada della divisione- amore nell'amore- morte, aspetta il ritorno di colui che è rimasto senza Padre in forza del peccato sulle spalle di Colui che è stato abbandonato dal Padre (4) per amore e che ci racconta la parabola ( e in essa "se stesso") del figlio del Padre misericordioso. Il Padre spera nel libero rimanere del Figlio. Così come il dono del Padre nel figlio è irremovibile, così lascia andare via il figlio senza pentirsene.  

Il Padre non tiene legato a se stesso il figlio, quasi fosse costretto nel frutto da lui posseduto del suo amore di mettere di fronte a se stessa per osservarla in modo oggettivo la potenza del suo potere paterno, il dono della sua capacità personale e generativa. Il Figlio non funge come idolo della sua autoconferma della propria potenza paterna; non è il garante strumentalizzato del suo futuro. Egli ha posto in libertà l'altro come altro da se stesso e lo ha responsabilizzato per il rischio futuro di un amoroso diventare se stesso a partire dall'abisso della sua (del figlio) propria libertà, che è stato (5) in forza della sussistenza donata e ricevuta gratuitamente dal Padre.  "Il padre non dice: "Sono tuo padre, perché tu sei mio figlio. Tu sei la causa del mio essere padre. La mia vita non ha più senso, se tu te ne vai". Il figlio non rappresenta una condizione esterna per il potere del padre. Non lo ha generato, per avere un figlio che confermi il suo dominio e lo continui dopo la morte del padre. Se fosse così non avrebbe donato in modo libero, senza condizioni e gratis e non avrebbe inteso l'altro come altro per se stesso, ma avrebbe cercato nel figlio solo il proprio futuro, cioè se stesso. Rimarrebbe così lo sterile e passivo servo del figlio". 

Il Padre non "fa" il suo futuro nella forma del figlio. Non usa il figlio perché questo gli rispecchi davanti a se stesso la sua potenza di Padre. Il futuro che è stato generato non è il passato prolungato di Colui che genera. Se fosse così il Padre non avrebbe la forza di uscire da se stesso nella generazione del figlio, di donare se stesso e il suo patrimonio: la capacità di lasciare l'altro essere altro da se stesso. Chi dona in libertà conferma così colui che la riceve concedendogli l'assoluta libertà della risposta. Questo potere di concessione di una risposta libera è l'amore- povertà del Padre. Per questo permette che nasca nell'atto della generazione il futuro del suo dono donato, la sua vita e la sua capacità, cioè la sua sua volontà dal Mistero della singolarità dell'altro, a partire da se stesso, dall'abisso della sua libertà. Non aspetta se stesso (e la sua volontà) simmetricamente dal figlio, piuttosto attraverso l'abisso d'amore della differenza dialogica, in modo non simmetrico dalla profondità nascosta dell'essere già stato (Egli), insomma dalla libertà fondata in se stessa del Figlio. Il suo amore- povertà spera nel: Sí, Padre! Così riceve il figlio così come "da sempre piace al Figlio". Porta e sostiene in forza dell'Amore povertà, nel grembo della sua misericordia (in ebraico: "rechem": utero; "rachamin": misericordia), il "da se stesso" del Figlio. Rinuncia non in un senso rassegnato ("non hai risposto alle mie attese, allora fa quello che vuoi"), piuttosto nel senso del tutto creativo all' avere (possedere) il frutto del suo amore. Abbandona con fiducia il seme della sua parola ontologica nella terra materna e buona , che porta "il frutto da se stessa" (Matteo 4, 28: αὐτομάτη ἡ γῆ καρποφορεῖ). Non ha bisogno del frutto per completarsi o giustificarsi come Padre. "Sono Padre perché ho un figlio". No, Egli è Padre perché in se stesso, in forza del suo essere Padre , è capace del Figlio, perché Egli lo genera amando e questo amore, la paternità del Padre, è l'essere del Padre. Per questo può lasciar libero il figlio e lasciarlo andare. Egli stesso va attraverso la sua misericordia con il rimanere amato del figlio. Attraverso se stesso, attraverso il suo essere, in forza della sua paternità, gli è fedele: a casa e in un paese lontano. Ciò che succede fuori è "destino intimo" del Padre. La sua vita è in gioco fuori o dentro in colui che ama. Nel pneuma dell'amore si dona assolutamente all'altro, esposto in lui e attraverso di lui: e questo lo possiamo riconoscere, nella fede, nel costato aperto, nel cuore che fuoriesce dal Crocifisso in forza del colpo di lancia.  

Se il Padre dasse desse la prova di essere Padre solamente con il rimanere a casa del figlio, allora non avrebbe preso realmente sul serio l'atto della generazione amorosa del figlio, nella quale trova le sue radici la libertà dell'altro. Avrebbe sostituito la mancanza di un amore che rende liberi con il disporre del figlio ("mio figlio"). Egli compenserebbe come Es (6) la sua incapacità di "preferire" (ver-mögen) l'amato altro da sé stesso attraverso la presa di possesso dell'altro e per mezzo della presenza constata oggettivamente del tu coprirebbe la sua impotenza (un cattivo vuoto, non l'amore- vuoto, che è "vuoto della pienezza"): "io sono ciò che ho". Come Padre generante del (genitivo personale) figlio, egli è già da sempre in lui, nell'altro reso libero, e per questo non è costretto ad affermarsi in modo regressivo, in forza della degradazione del figlio a mezzo. Il figlio non compare al suo cospetto come uno che esige dall'esterno, come una Legge che stimola l'azione. Il figlio non è un contenuto, di cui il Padre abbia bisogno per rassicurare se stesso di possedere il proprio potere: è l'altro, libero e singolare. 

Il Padre lo lascia andare. Considerata dall'esterno, dal punto di vista spazio temporale, la distanza tra i due diventerà sempre più grande. Considerata dal punto di vista del Padre l'allontanarsi del figlio non accade ovviamente come un ingrandimento di una distanza spazio temporale. Alla presenza del Padre si rivela la distanza originaria come mistero della differenza personale di Colui che ama e di colui che è amato ( e che nel suo essere amato è reso libero). Il Padre vive la divisione che si esprime nella dimensione spazio temporale come la figura (Gestalt) intima del suo Sí, come Parola di fedeltà sovra linguistica per il figlio: "Tutto ciò che mio è tuo. Il tuo andare via è abbracciato dal di sotto dal mio lasciarti andare, che va con te e ti permette di essere. Il  mio lasciarti andare è il mio Sí amoroso per te e questo Sí sono io stesso come l'origine non originata in te". Per questo il Padre per così dire si nasconde nella totale tranquillità (Gelassenheit) del suo essere se stesso, non contro, ma per il figlio. Il suo nascondersi paterno, il suo silenzio è Ia misericordia del suo andare "con". Il Figlio unigenito che ci racconta la parabola è la misericordia fatta persona del Padre: nella estraneità senza padre (7). Comprendiamo la parabola solamente se Lo ascoltiamo nello spirito della misericordia e del perdono. 

Il Padre rimane, "riposa" nel suo podere e lascia andare il figlio. In questo rimanere, in questo apparente non fare nulla, si esprime come libertà che testimonia ed è presente "solamente attraverso la sua esistenza". Il suo (della libertà che il Padre è) apparente non fare nulla è azione viva. Un azione libera che non corre dietro al figlio, ma guarda nel mezzo di questo abbandono, il dono donato gratuitamente dell'origine, il Figlio unigenito, in forza del quale egli vive. Questo sguardo non constata una volta per tutte un fatto valido, una Legge essenziale, attraverso la quale il figlio è determinato e secondo questa determinazione percorre il suo cammino nell'estraneità. Piuttosto è uno sguardo pieno di speranza, un guardare che aspetta nell'amore e nella cui luce misericordiosa può rinasce e si può rivelare la vera figura del figlio, nel suo essere perso e ritrovato, in forza della sua conversione. 







Note

(1) La parola "vermögen" significa anche: capacità, facoltà e contiene la parola "mögen": amare, preferire (RG). 

(2) Qui Ulrich passa dal rapporto tra padre e figlio nella parabola di Luca al rapporto tra il Padre e il Figlio. Questa "oscillazione" di termini la rendiamo con la minuscola e la maiuscola. Quello che viene detto del Padre e del Figlio, vale anche per il padre e il figlio, ma non viceversa. A parte che anche nel rapporto tra padre e figlio si tratta del Padre (RG). 

(3) Traduco il "ciò che viene prima" tedesco con la parola di Papa Francesco, ormai divenuta famosa. Non è l'unico contatto tra Ulrich e Papa Francesco; entrambi sono figli di Ignazio. (RG)

(4) Il grande tema della teologia del venerdì e Sabato Santo di Balthasar e von Speyr che qui Ulrich fa suo. Il Figlio ci salva dal  nostro abbandono di Dio peccaminoso in forza del suo abbondano amoroso (RG).

(5) Non solo il figlio ha avuto, ma è stato questa libertà. (RG)

(6) "Es" in Freud è la dimensione dell'istinto che rende l'uomo non più un "Egli" ma un "esso". 

(7) Nel linguaggio di Luca: "nel paese lontano".

Aggiungo ancora un articolo che ho scritto il 19.8.18 in dialogo con Ferdinand Ulrich: 

Lipsia. Questo articolo è scritto nella convinzione che la filosofia è la massima azione dell’uomo! Quindi massimo servizio! La filosofia come la „serva“ di tutte le scienze e tutte le arti! In questo senso è un articolo per filosofi. Non nel senso, però, che sia un articolo accademico. È scritto per chi pensa che il percorrere un sentiero di pensieri possa cambiare il suo cuore ed in un certo senso anche la storia. Non è scritto per uomini del potere, non è scritto neppure nella credenza che queste „forze superiori della società“ (Servais) che si esprimono nel potere dominante, possano essere sconfitte. Come dice padre Jacques Servais in un articolo su Hans Urs von Balthasar und Paul Claudel in fondo al loro cospetto si può solo „resistere“. È un articolo, nato in dialogo con le persone della redazione dei „Contadini di Peguy“, sul populismo e sull’io isolato della nostra società liquida e trasparente ed è a loro dedicato!





sabato 28 luglio 2018

Che cosa muove la storia?

Lipsia. Cerco di rispondere dalla Germania, pur seguendo con una certa attenzione gli avvenimenti italiani, attraverso la redazione dei Contadini.

C'è una agenda politica dietro tutte le cose che leggiamo o quali sono le regole che spingono il mondo in una certa direzione? È la domanda del Meeting, che un amico aveva giustamente criticato, come troppo ambigua.

Visto con gli occhi dei capitalisti di Francoforte (attraverso il rinomato giornale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung - FAZ) nel mondo si registrano fatti di questo tipo: l'economia americana cresce in modo forte: 4,1 %. Anche l'esportazioni crescono al momento, ma non è detto che lo facciano anche in futuro per la guerra dei dazi. Gli altri paesi non stanno a guardare passivamente l
America first di Trump, perché gli interesse del loro paese è il loro "first".

Il rapporto Cina e Germania, che è un rapporto decisivo per la ricchezza della Germania, vede alcuni ostacoli. La Merkel ha bloccato una richiesta di comprare un quinto della gestione dell'energia elettrica tedesca da parte di una ditta cinese (Grid corporation of China).

Lo scontro tra Salvini e la FC è stato registrato con un occhio di simpatia per Salvini: se il Crocifisso è segno di simpatia non identitaria per l'uomo perché questa simpatia non vale anche per Salvini?

La pagina della finanza spiega come mai lo sfacelo nel valore delle azioni di Facebook non ha toccato Amazon e Google che fanno parte delle stesso campo azionario tecnico. Sembra che Facebook stia perdendo campo nella gestione delle "cloud", insomma di quel ambito a cui è dato più spazio in rete agli utenti, in cui non si vuole impegnare (Zuckerbeg dixit). Netflix registra anche una piccola caduta.

I metodi con cui Facebook cancella post viene analizzato, ma la FAZ non crede che ci sia un agenda politica dietro queste decisioni. Anche una certa simpatia di Facebook per Putin sembra aver a che fare più con la quantità dei post degli utenti favorevoli a Putin che con una decisione politica.
Vi a partire dall'inizio dell'anno un tentativo di regolazione legale della cancellazione dei post ((NetzDG), ma questa ha portato ad un centinaio di cancellature, mentre le cancellature dovuto al non rispetto del regolamento della casa Facebook sono migliaia. Etc.

Allora cosa muove la storia? Non primariamente una agenda politica sembra, ma economica. Questa sembra essere la risposta. In una delle ultime interviste Sergio Marchionne disse che capisce la posizione di Trump: direi lo stesso se il mio piano fosse quello di vendere 6 Milioni di auto.

In questo grande universo/mondo noi "Contadini di Peguy" tentiamo un'educazione del popolo (un tema che accumujna Goethe a Padre Dossetti). Dovremmo stare molto attenti a non cadere in allineamenti ideologici di qualsiasi tipo. Ciò che abbiamo da difendere è il "cuore del mondo" (Balthasar), cioè Cristo alla sequela del Santo Padre. Nel mio linguaggio l'Amore gratis. Ontologicamente ciò muove certamente la storia, anche se dobbiamo essere realisti e sapere che altre forze la muovono in superficie. Buona giornata!

giovedì 26 luglio 2018

Passione per gli uomini e per la propria azienda - un tentativo di ricordo di Sergio Marchione

Lipsia. Sono ben cosciente che gli avvenimenti in Grecia o i morti nel Mediterraneo, da un certo punto di vista, sono molto più tragici. La malattia terribile e la morte di Sergio Marchionne hanno però, in queste ultime ore, preso possesso del mio cuore. Come dice Federico Picchetto, missionario della Misericordia, tutti gli avvenimenti dovrebbero toccare la nostra umanità ed essere approfonditi come tali, mentre spesso sono solo oggetto di una curiosità superficiale. Ora tento di riflettere su questo uomo che ha saputo per esempio incarnare tanti ideali che riempiono il cuore di mio figlio Ferdinand. 

Quando avevo letto il "Cavallo Rosso" era stato molto impressionato dalla filosofia dell'imprenditore e dal rispetto per gli imprenditori che si possono leggere nel grande romanzo di Eugenio Corti. Sergio Marchionne ha studiato filosofica come me, ma mentre essa è stata per lui il trampolino di lancio per diventare imprenditore (dopo aver preso altre due lauree in legge ed economia), per me essa è rimasta il mio lavoro. A parte mia moglie e i miei figli e qualche amico è l'unica cosa cui sono rimasto fedele. Con quattordici anni Marchionne immigra dall'Abruzzo in Canada e ha conosciuto, come me, la solitudine dell' essere all'estero. Solo chi ha lasciato il proprio paese sa di cosa sto parlando. Come me ha avuto lui una missione globale e locale che gli ha permesso di rifondare la Fiat (FCA) a partire dal 2004; il piccolo amico di Gesù non ha ovviamente l'importanza di questo gigante della storia imprenditoriale italiana, ma ho cercato ugualmente di comporre la fedeltà all'ancella universale, la filosofia, con un compito nella scuola particolare, accettando quell'etica del cambiamento di cui ha parlato Marchionne in nun grande intervento al Meeting di Rimini del 2010, in cui invitatavi il nostro paese ad una reale "flessibilità" che avrebbe potuto superare le polemiche sterile ed ideologiche tra capitale e lavoro.

Essendo figlio di un imprenditore avrei potuto percorrere lo stesso percorso di Marchionne, ma la mia vita aveva un'altra missione. Ora mio figlio, Ferdinand, mi ricorda come non vi sia un'ultima contraddizione tra Amore Gratis ed Impresa, con le sue esigenze di produttività. A Rimini Marchionne spiegò come mai volesse fare una fabbrica in Italia, sebbene la Panda negli ultimi sette anni avesse avuto una storia di successo in Polonia. Quella scelta aveva a che fare con la storia della Fiat in Italia e con la responsabilità che Marchionne provava per il nostro paese e non con ragioni primariamente economiche, in un certo senso insomma con la gratuita dell'amore.

Ovviamente so che ci sono stati dei problemi di tipo sociale dovute a certe sue scelte. Ho ascoltato anche il discorso breve e preciso che ha fatto quando gli hanno dato la laurea ad honorem in ingegneria. Non conosco molto bene questo uomo notevole. Leggo le pagine di economia e finanza regolarmente, ma leggo appunto quelle che hanno a che fare con la Germania legata a quel mondo cinese che forse Marchionne avrebbe voluto esplorare. Ciò sarebbe stato possibile solo con un accordo con la Germania. La questione decisa nel modo di agire di Marchionne e nella sua "filosofia" mi sembra quella posta da un amico sul rapporto polare tra locale e globale. Mi sembra un intuizione geniale, sebbene poi nel dettaglio bisognerà verificare anche la competenza e moralità sociale di certe scelte, come per esempio la chiusura di Termini Imerese. In genere credo che il deal sovvenzioni/occupazioni non funzioni e Marchionne aveva ragione a dire che non si può promettere ciò che non si può mantenere, ma allo stesso tempo la logica aziendale non è quella che deve sempre prendere uno Stato che ha, in un certo senso, anche una funzione di paternità sociale. 

Nella conferenza di Rimini, però, Marchionne confessa la fedeltà a determinati valori (rispetto di un contratto per esempio) e alla cooperazione con i sindacati.Insomma non vi è nel suo atteggiamento nessuna contraddizione sistemica alla moralità. Quello che disse allora ai giovani è quello che direi anch'io: siate uomini di virtù, capaci di vedere il cambiamento nel mondo ed impegnatevi per una missione lavorativa che costruisca il mondo che volete che rimanga in eredità per i vostri figli.

Ritengo che ci debbano essere persone come me che facciano un lavoro più nella logica di Nazareth (questo vale per tutti coloro che lavorano nel mondo della scuola), nel nascondimento e nella coscienza di essere tra chi non condivide la logica del Dio incarnato, che anzi neppure la conosce, ma devo ammettere che se avessi conosciuto un uomo come Sergio Marchionne al momento giusto non mi avrebbe lasciato indifferente, come non mi lasciarono indifferente quegli imprenditori che avevo conosciuto leggendo il Cavallo Rosso e come non mi lasciò indifferente quanto mio padre diede un bacio alla fronte della capa reparto nel sua industria tessile quando giaceva morta nel suo salone a casa.

Ci sono grandi imprenditori che hanno un forte senso di responsabilità. Non è vero che la filosofia arriva solo "dopo", come dice Hegel e come ha ripetuto Marchionne a Rimini, essa è anche un ancella attenta ora, che il Logos universale e concreto, sia presente in tutte le nostre azioni e i nostri pensieri, ma è vero che ci vogliono anche uomini di azione.

Ieri è morto uno di questi grandi imprenditori. Che il Signore lo accolga. C'è stato certamente un momento, prima che entrasse in coma, in cui si è accorto che doveva riconsegnare tutto a chi lo aveva generato: il Padre. Che Dio dia anche a noi la sua stessa maturità.

PS 19.8.18: La critica triplice all'uomo di "grande statura" contenuta nel capitolo del libro l' "Uomo senza qualità" di Robert Musil, "Le tre cause dell'essere famoso del Dr. Arnheim e la parabola del tutto" non mi sembra che siano applicabile allo scomparso dirigente della Fiat (FC). Nel Dr. Anrnheim di Musil manca la polarità tra "tutto" e "parte" che mi sembra essere presente nella figura di Marchionne, che comunque io conosco appena e solo in forza della modalità della sua morte. L'aurea che avvolge il Dr. Arnheim è solo l'astrazione del denaro e della ricchezza.
avermi fatto
PS

martedì 24 luglio 2018

“Siamo diventati presuntuosi e ci siamo scavati la fossa...tanti sono nella tomba con una stupenda proposta educativa”.

Parenzo. “Siamo diventati presuntuosi e ci siamo scavati la fossa...tanti sono nella tomba con una stupenda proposta educativa” (Julián Carrón; La bellezza disarmata, 254).

Un'incontro. Tutti noi in Cl conosciamo questa parola, ma io ho visto pochissimi che agiscono così: che vivono di una preferenza di un incontro e per questo sanno comunicarlo ad altri. Mia moglie, quando ha visto il film di Wim Wenders, meglio quando ha visto lo sguardo del Papa in questo film ha riconosciuto lo sguardo di Ferdinand Ulrich, cioè lo sguardo di Cristo. Nell'abbraccio di don Carrón, a Rimini l'anno scorso, ho visto anch'io lo stesso movimento del cuore. Solo chi ha goduto della preferenza di Cristo sa guardare ed abbracciare così. 

Poi ci si butta nella mischia inforza di questo incontro. Lo vedo in questi giorni nel modo con cui mia moglie sta aiutando un giovane a superare le sue paure. Il modo con cui lei lo guarda e guarda me è così puro che io, che non lo sono, faccio fatica, ma poi per grazia seguo. 

Mia moglie non è nessuno nel movimento, ma io non vedo attualmente in quasi nessuno il carisma vivente di don Giussani come in lei. "Abbiamo incontrato un'attrattiva vincente, una realtà umana che portava dentro di sé un'ipotesi di significato che ci ha trascinati (per mia moglie Ferdinand Ulrich; rg) è stato un fatto così imponente che ha provocato il mettersi in moto di tutto il nostro io. Può essere venuto in tanti modi: una preferenza, qualcosa che abbiamo dovuto riconoscere..." (Carrón). 

In mia moglie vedo questa "preferenza" in atto: quando lei aiuta non aiuta mai in forza di un moralismo, ma di una "preferenza". Quando le chiedo come mai aiuta certe persone la sua risposta è : lei voglio così bene! Incredibile, è qualcosa da far venire i brividi! 

Molto di ciò che conosco invece del Movimento - anche se don Federico mi testimonia che molto è molto sano e cambiato e bello - è invece una traduzione in iniziative e proposte educative di ciò che ci è stato donato: “Siamo diventati presuntuosi e ci siamo scavati la fossa...tanti sono nella tomba con una stupenda proposta educativa”.

Alcuni frasi di don Giussani (poche) sono formulate in modo equivoco, per esempio questa: "La nostra libertà è quella semplicità ed ingenuità per cui non ci stancheremo mai di rivolgerci a chiunque, di ripetere a chiunque l'invito all'incontro, che è definitivo nella vita di un uomo" (cit. in ibidem 253). In sé è vero, ma ho visto la traduzione "ideologica" di questa frase quando per esempio ho portato dei responsabili del Movimento da Ferdinand Ulrich: invece di vedere il suo sguardo cercavano di realizzare un nostro partito, un nostro progetto. Questa non è ingenuità, è volgarità. 

Vero è ciò che dice il don Gius: "Il motivo che ci muove e giustifica la nostra diffusione non è in noi, ma al fondo di noi, là dove c'è un Altro (con l'A maiuscola), Colui che adoriamo. Noi vogliamo non realizzare un nostro partito, non un nostro progetto, ma qualcosa d'altro, di puro, di netto, che non dipende da noi, ma da colui che ci ha fatti" (cfr. ibidem 253). 

Quanta gente perde tempo a fare le proprie battaglie, per l'amor di Dio, anche per cose giuste, per certi diritti e certe persone o contro certi diritti e contro certe persone, ma sbagliano totalmente il metodo e si vede: “Siamo diventati presuntuosi e ci siamo scavati la fossa...tanti sono nella tomba con una stupenda proposta educativa”.

Non vi è nulla di più infecondo ed incapace di una generazione del nuovo che le nostre battaglie contro i nuovi diritti. Mentre solo il si a Cristo vivente, nella preferenza che ci capita, in un avvenimento che non possiamo che accettare perché dirompente anche nella sua quotidianità (l'invecchiare per esempio può essere un metodo educativo me sa bene i priore di Bose), può salvare e salva il modo. Il resto getta solo terra sulla nostra tomba e lo spessore di fango tra l'aria pura e noi diventa sempre più grande, con tutti i nostri simposi e le nostre lotte per ciò che riteniamo vero e che forse è vero. 

Dobbiamo aiutarci a sconfiggere questo pericolo: "ridurre il nostro impegno ad una teorizzazione di metodo socio-pedagogico, all'attivismo conseguente e alla difesa politica di esso, invece che riaffermare e proporre all'uomo nostro fratello un fatto di vita" (Don Giussani, Viterbo 1977, citato in ibidem, 255). Il fatto, l'unico fatto di cui non vi può essere alcuna fake news: dell'incarnazione dell'Amore gratis! 

sabato 21 luglio 2018

Riflessione su vita eterna, celibato e magia - in dialogo con Ursula K. Le Guin

Cervera (Parenzo). La Saga di Terramare è caratterizzata dalla "mancanza di qualsiasi tipo di religione istituzionalizzata" (Ursula K. Le Guin, Saga di Terramare, Milano 2015, in cui vengono raccolti i sei volumi che in inglese appaiono dal 1968 fino al 2001, pagina 1444). 

Non mi ha mai convinto la letteratura "usata" per comunicare contenuti religiosi - mi sembra un furto. Nel suo lavoro di germanistica, Hans Urs von Balthasar, fa una specie di confessione di tutta la letteratura e filosofia tedesche per rivelarne l'anima al cospetto di Cristo. Questo tentativo è possibile perché Cristo è il Logos universale e concreto. Fondamentalmente leggo letteratura per non leggere sempre e solo testi teologici autoreferenziali, insomma leggo per liberarmi da ogni tentazione di furto. Così ho letto Ursula K. Le Guin consigliatami da una mia ex allieva e grande amica Leo Ascheberg. 

Luigi Giussani si è innamorato di Giacomo Leopardi e prima di scrivere qualsiasi cosa e ne ha recitato a memoria i testi. Balthasar ha letto tutto Goethe prima di scrivere su Goethe. Così prima di scrivere un post sulla Le Guin ho letto tutti i volumi di "Terramare". 

Due motivi mi sembrano importanti: la questione del celibato e della magia e quella della vita eterna. 

I due personaggi principali sono Tenar, la grande sacerdotessa, e Ged, l'arcimago. Il tema è quello del grande J.R.R. Tolkien: la distruzione del Potere. 

Il celibato e la magia

Le Guin lascia il tema celibato aperto, propone un grande argomento di Ged, ma nel corso dei sei volumi vi sono anche altri argomenti. L'appendice ultima riprende il tema: "Le donne che si dedicano alla magia possono osservare periodi di castità, oltre a digiunare e praticare altre discipline che si ritiene servano a purificare e a concentrare il Potere, ma per lo più le streghe hanno una vita sessuale attiva" (1486-1487). Anche Tenar è stata sposata e poi vive in tutta intensità l'amore con Ged, quando lui ha perso tutto il suo potere. Se la fonte del Potere legittimo è l'Amore gratis allora sia quello erotico che quello magico possono essere due forme dello stesso Potere (questo tema appena accennato dovrebbe essere approfondito in unione con quello di Tolkien, che vede solo un'unica possibilità e cioè la distruzione dell'anello del Potere). Ma ritorniamo all'argomento di Ged: una donna "non può diventare arcimago, perché nessuna donna può diventarlo. Per diventarlo dovrebbe distruggere quello che è. I maghi di Roke (la scuola di magia in Terramare;rg) sono uomini, il loro Potere è quello degli uomini, la loro conoscenza è quella degli uomini. Magia e mascolinità sono costruiti sulla stessa pietra, ossia il Potere appartiene agli uomini. Se le donne avessero il Potere, gli uomini sarebbero solo delle donne che non possono mettere al mondo figli. E le donne sarebbero solo degli uomini con questa facoltà" (ibidem, 863). L'inversione è potente e la possibilità di fare o non fare figli diventa "discriminante". Ged dice questo quando già vive con Tenar, cioè quando ha rinunciato a tutto il Potere magico, insomma non sta difendendo una sua posizione. Tenar fa un'obiezione, ma poi lascia il discorso nella sospensione del giudizio e annuisce. 

Prima del loro amore Tenar si è sentita tradita dal potente arcimago: "non aveva mai pensato a Tenar, solo al Potere" ed anche ora che lo aveva perso, il potere,  pensava alla vergogna di averlo perso. Questo mi sembra essere il "punto infiammato" sia di Tenar che di Ged: il loro amore erotico li porta più vicini all'amore gratis che una astratta fedeltà ad una missione astratta. Quella di cui ci si vanta di averla o si vergogna di non averla più. 

Vero ed unico celibato è quello del "fuoco" come nel caso di Tehanu, la prima donna drago e di Irian, la seconda donna drago del romanzo. Queste sono "aria e fuoco" ed appartengono al fuoco. "Dal fuoco al fuoco" (ibidem, 1063). Mentre Tenar e Ged nella loro rinuncia al potere sanno che il vero Potere è quello di "custodire la casa" (ibidem, 1126), Tehanu ed Irian devono volare e vivere nel modo più intenso il loro punto davvero infiammato! La terra e l'acqua non possono interessare loro: "se era solo aria e fuoco, se non aveva in sé il peso della terra, la pazienza dell'acqua..."(1063) bene allora deve volare. Irian non ha neppure il problema di non concedersi sessualmente, ma il suo destino e la sua missione come per Tehanu è per l'appunto fuoco. 

La vita eterna

La produzione della vita eterna viene vista come distruzione dell'  Equilibrio in Terramare. I maghi, quelli buoni, non vogliono mai mettere in questione questo Equilibrio. Quelli cattivi invece vogliono produrre una vita eterna che diventa un "cattivo infinito". Se il cuore dell'essere è l'essere come dono d'amore, anche la vita eterna non può che essere vissuta che come dono e non come produzione. Alla fine la donna drago, la donna dell'unico reale celibato, che è quello del fuoco, sconfigge un mago potente che non vuole né le donne né rinunciare al potere. Roke è diventata una roccaforte per soli uomini, che più che celibi, sono sterili. l'ultima parola del romanzo è grandiosa: "aprire le porte". I grandi parlano sempre così "abbattere i bastioni", anche quelli di Roke, "uscire". Una risposta positiva non c'é nella Le Guin di Terramare, ma il desiderio che chi si ama non vada perso viene espresso: "perché non dovrei desiderare l'immortalità?" (573) Solo che questa non consiste nel superare il muro tra i vivi e morti come produzione magica, ma piuttosto come un dono che supera ogni anche più ardito desiderio dell'homo faber. 

Mi sono fatto tante notizie mentre leggevo le 1440 pagine, ma sia questo post una prima e grande dichiarazione d'amore a questa donna che ha lasciato il nostro mondo all'inizio di questo anno. Il post è dedicato a Leo Ascheberg. 

La vita e l’insegnamento - in dialogo con Balthasar e Carrón



Cervera. „La crisi dell’insegnamento non è una crisi dell’insegnamento, ma la crisi della vita“ (Charles Peguy). Cerchiamo di andare in profondità riflettendo sulla grande alternativa di sempre, quella tra „gramma“ e „pneuma“ (spirito) (cfr. Balthasar, TD II, 98-102) (1). Quando la vita e l’insegnamento sono „gramma“ entrano in crisi. Perché solo il „pneuma“ da vita. Purtroppo questa alternativa è stata interpretata come alternativa tra spirito e carne. Lo spiritualismo non è mai una soluzione perché non può che generare „doppia morale“. Non si tratta neppure in primo luogo dell’alternativa tra „lettera“ e „spirito“. Lettera, Legge, Circoncisione sono sinonimi di una „carne“ senza spirito. Questa carne senza spirito è contrapposta a „cuore“, che è anche carne, ma con lo spirito. Cuore, spiega Balthasar,  non è, in contrapposizione all’esteriorità corporale, intimità spirituale. Se fosse così Paolo non potrebbe dire che lui ha scritto la sua lettera sulla tavola carnale del suo cuore (cfr. 2 Cor 3,3). 

L’insegnamento biblico non si contrappone agli „avvenimenti“. La Bibbia stessa non è né un sistema compiuto né sola lettera. La Bibbia stessa è un pezzo del dramma stesso. Vi si incontrano parole che aprono il cuore e che permettono di rivelargli il suo „punto infiammato“. Per quanto riguarda la Bibbia non vi è una lettura di essa solo secondo la lettera, come Origine ha spiegato in modo magistrale. Cristianamente parlando può esserci solamente un’interpretazione pneumatica della scrittura, cioè un’interpretazione che dia testimonianza dell’avvenimento dell’incarnazione di Dio. Una lettura della bibbia che si fermi solo al „gramma“ non può che produrre un „disinteresse“; l’erudizione biblica diventa così causa o qualcosa che non sa superare le cause di quel „disinteresse“ che è la parola chiave per comprendere l’emergenza educativa di cui parla Carrón nella „bellezza disarmata“. 

Come svegliare l’interesse per la Bibbia, per l’insegnamento della matematica e della fisica, dell’antichità romanaß Gli „oggetti“ non sono uguali, ma è chiaro che se ci si ferma al livello del „gramma“ non si avrà un’uscita dal disinteresse. Anche i cambiamenti di metodi non possono far superare il „gramma“, perché sono solo un’espressione colta di essi. Tutta la discussione sui cambiamenti didattici, per una persona che ha insegnato 24 anni nel sistema tedesco, che fa di questi cambiamenti e innovazioni didattiche il proprio cavallo di battaglia, è pura noia! Tecnica non genera mai l’umano, al massimo è l’umano che si può servire di una determinata tecnica per aiutare a comunicare se stesso e ciò che si ritiene necessario comunicare. 

Quello che Carrón chiama il „senso“ è ciò che Balthasar chiama „pneuma“. Non vi è un accesso al „pneuma“ relativista, spiega bene Carrón (cfr. Bellezza disarmata, 251). Una proposta di senso non è uguale all’altra. Questo „senso“ è il Logos universale e concreto, Gesù Cristo, che è l’avvenimento pneumatico per eccellenza. L’accesso ad esso possono essere anche domande antropologicamente rilevanti, che non esplicitano immediatamente la loro dimensione cristologica: „Nell’attuale contesto c’è qualche speranza? C’è qualcosa che può muovere l’uomo nell’intimo?“ (ibidem, 251). 

Con queste domande siamo buttati sul grande palcoscenico del mondo, in cui vengono offerte diverse risposte, di cui il cristiano non ha mai paura, perché il suo cuore è stato ampliato dal Logos universale e cioè capace di integrare tutto perché tutto da lui proviene ed allo stesso assolutamente personale. 

Di primo acchito non c’é molto in comune con tra me ed una dodicenne, tanto per fare un esempio: quello che io trovo interessante, lei lo trova noioso. Ma il nostro cuore funzione nello steso modo per cui ha ragione Carrón a darci speranza: il „gramma“ non interessa né il dodicenne né me. È possibile che il „pneuma“ passi per lei piuttosto per Netflix e per me dalla lettura di Balthasar, ma alla fine ciò che deve essere coinvolto è la propria persona e la sua esigenza assoluta e pneumatica di un avvenimento (che ha già creato in noi per grazia l’interesse: senza grazie non vi è interesse) e che vuole ricevere una risposta del tutto personale, che per gli adulti significa: „L’educazione non è un problema dei ragazzi, è un problema degli adulti“ (ibidem, 251). 

Sono disposto nella mia vita a cercare il „punto infiammato“ che c’é in ogni persona ed entrare in dialogo con esso. In fondo l’unica cosa che può convincere un teenager che non sei un „chiacchierone“ è se si in qualche modo si accorge che tu sei interessato al „punto infiammato“ in lui. Ancor di più se intravede che c’é un punto infiammato in te. 


(1) Questo non è un lusso; è importante ritrovare le radici dei problemi che accompagnano la storia della Chiesa e del pensiero, per vedere quali alternative sono state „trasportate“ (traditio). L’uomo non è un fenomeno solo „attuale“, ma per l’appunto, nel senso forte del termine, „tradizionale“. Il problema del tradizionalismo è quello di dimenticare la logica dinamica e teodrammatica di ciò che viene „trasportato“.