Sul mistero della Passione di Cristo e sulla nostra partecipazione ad esso
"Non comprendono il mio linguaggio e le loro parole sono come suoni morti alle mie orecchie" (Przywara, 1925)
In una meditazione sulla "passione" in primo luogo si parla di Lui, Cristo, non di noi. Tutto ciò che aveva da dire non lo abbiamo compreso: questa è stata la sua esperienza di "abbandono" e di "passione". E le nostre tante parole sono state come "suoni morti". Cerchiamo di fare 10 minuti di silenzio, durante il giorno se fossimo, per pensare a Lui.
Cristo ha sofferto una volta per tutte e non muore più, ma il mistero della Passione viene rivisitato e non solo liturgicamente. A noi è dato di "partecipare" a questo Suo mistero con delle briciole.
1. In primo luogo noi stessi facciamo l'esperienza di essere consolazione per gli altri, ma di non esserlo per noi stessi. Ed anche nella rete facciamo l'esperienza di gente che ci prende in giro e non ci comprende. Ci prendono in giro persone che sono più giovani di noi e ci prendono in giro persone che sono più anziane - ma che non comprendono assolutamente nulla di noi (e forse noi di loro). Persone che ci stimavano non ci stimano più e persone che ci stimano ci usano solo per i loro progetti, anche buoni. Quando tu sei te stesso, non ti comprendono e si permettono giudizi che sono di un' arroganza infinita. Credono anzi di doverti dire che sei tu arrogante e che non accetti aiuto. Mentre vero è che quel aiuto di cui tu avresti bisogno non te lo danno. Ti vorrebbero riempire delle loro storie e non sono capaci ad ascoltare. Padre Przywara si chiede: "È perché mi sono volto completamente a te che si volgono altrove e non mi guardano più?"
2. Ovviamente c'é il nostro peccato e la nostra incompetenza che possono dare scandalo; ma vi è anche l'esperienza che tutti facciamo, chi più chi meno, in cui diciamo al nostro sepolcro: "Tu sei mio padre" ed ai vermi: "Siete mia madre". Alla volta basta una frase che ci tiene prigionieri, una frase che una persona come Martin Luther King non avrebbe mai detto, un azione che non avrebbe mai fatto. Dire a chi perde che ha perso o vendicarsi quando improvvisamente sei in una posizione di forza.
Conosco anche giovani che si lanciano in un lavoro o in uno studio perché hanno paura che il proprio cuore dica al sepolcro: "Tu sei mio padre". Si legano a ciò che sembra dare loro sostegno e che in vero per un momento lo da. E che non ti cercano, non solo per il tuo peccato, ma anche perché hanno paura di venire confrontati con il mistero della passione. alle volte invece non ti cercano perché non vogliono venire confrontati con il mistero della risurrezione.
3. Ed infine il passaggio più sorprendente della riflessione del Padre Przywara che mi raggiunge dopo 93 anni. "Amico, se vieni per servire Dio, tieniti pronto per le tentazioni. Perché nel fuoco viene vagliato l'oro e uomini che piacciono a Dio vengono messi alla prova nel forno delle umiliazioni". Le umiliazioni sono un dono. Un dono grande nella donazione dell'essere come amore. Chi potrebbe guardare il volto del risorto senza morire? Dobbiamo guardare la sua schiena piuttosto. Questo è il motivo per cui la frase "Cristo vince", anche se è contentata in una pagina della scuola di comunità, da sola, non mi aiuta. Chi vince è l'agnello frustrato e macellato. Quella schiena deve bastarci. La sua schiena significa: "limite, miseria e inimicizia delle creature". E questa è grazia! "Che proprio la grazia di Dio che passa ci sembri schiena" e il mistero della nostra stessa miseria. Quindi chiediamo la grazia di sapere incontrare le umiliazioni, anche nel lavoro, come una sua grazia speciale. Per esempio l'umiliazione (non sto parlando di me!!!) di non essere il dirigente di una scuola sebbene tu lo sia de facto.
"Alziamo gli occhi e preghiamo:
Dio, Il Signore che uccide e fa rivivere,
che ti fa scendere nelgli inferi e
ti fa risalire,
che ti getta a chiedere le elemosine e
ti riempie di ricchezza,
che ti getta nella polvere e
ti risolleva.
"Vita" è il suo nome!"
Amore gratis è il suo nome!
Si tratta di un diario filosofico e teologico in cui ospito a volte anche la voce di amici o conoscenti che arricchiscono il mio pensiero e la mia vita
venerdì 9 marzo 2018
Il tutto è superiore alla parte - riflessione ontologica e di filosofia della politica (in modo particolare sul Medio Oriente)
Che il tutto sia superiore alla parte, deve essere chiarito anche dal punto di vista ontologico. Il tutto non è l'universale hegeliano, ma l'universale concreto del Logos incarnatosi per amore (1). Quel Logos che è anche il terminum ad quem di un'ontologia biblica.
Se il tempo è superiore allo spazio, come ho riflettuto ieri, significa partire da una concezione dell'essere finito come "simplex et completum, sed non subsistens", lo stesso vale per questo secondo principio della teologia di Papa Francesco. L'universale hegeliano è una scontro tra opposizioni che si "superano" in una fenomenologia dello spirito, con il metodo della "negazione della negazione". Il tutto del Logos universale e concreto è una semplicissimo e in se completo inizio del tutto stesso come dono d'amore, che non abbisogna di alcuna "negazione". Tutta la fenomenologia dello spirito non aggiunge nulla a questa semplicità iniziale.
Questa semplicità dell'essere non è non sussistente perché debole, ma perché è nulla in sé; non il nulla del nichilismo, ma il nulla dell'amore gratuito che rivela il linguaggio quando ad un grazie rispondiamo con un "non c'è di che". "De nada" in spagnolo. L'essere è non sussistente perché e radicale dono.
Le parti non lo possono essere, perché sono sempre difesa di interessi particolari. Quando nel libro "Il nuovo modo di Francesco" Giorgio Bernardelli afferma che la visione della guerra in Medio Oriente del Papa si basa su questo principio: il tutto è superiore alla parte, fa appunto vedere la posizione di un uomo che non difende interessi particolari, ma ha "uno sguardo d'insieme" che nasce dall'amore gratuito del Crocifisso. Uno sguardo che gli permette di guardare tutta la realtà dalla Siria, all'Iraq allo Yemen, dove sono morte uccise quelle suore indiane ed africane che erano e sono la contemporaneità di Cristo in servizio, in un paese del tutto mussulmano come lo Yemen.
Lo sguardo ontologico e bilico del Papa non lo rende astratto ma del tutto concreto, per esempio nella sua critica alla "vendita di armi", come sottolinea Bernardelli. Senza questa vendita non ci sarebbe neppure la guerra mondiale a pezzi.
Un altro aspetto del "il tutto è superiore alla parte" è la teoria della "cittadinanza" di cui parlano sia Bernardelli che Riccardo Cristiano e che nasce già con San Giovanni Paolo II è trova un suo centro riflessivo nel sinodo per il Medio oriente convocato da Benedetto XVI nel 2010. I cristiani, che come realtà sociologica sono una parte nel Medio Oriente, anche se il loro Logos è universale e concreto, come lo sono i mussulmani. Sia i cristiani che i mussulmani sono però cittadini. In questo riferimento la sottolineatura della cittadinanza è l'insistenza sul tutto superiore alla parte. Senza cittadinanza comune non vi è possibilità né di convivenza né di pace. Quest'ultima è il presupposto per un "avvenire di convivialità e collaborazione"(Cristiano).
Cittadini sono interessati al "dolore di tutti" e non solo delle persone della propria confessione, sono interessati alla "non violenza" come metodo di lotta, forse anche per combattere quel intreccio con tre punte tra terrorismo di Stato, laico e religioso di cui parla Riccardo Cristiano.
Robert Spaemann parla della differenza tra uomo e cittadino come del problema principale dell'epoca moderna. In questo senso l'uomo è il tutto nei confronti della parte che sono i cittadini di determinate nazioni. In questo contesto nascono i "diritti dell'uomo". Quando però determinate confessioni hanno la pretesa di realizzare l'unico modo di essere uomini, la categoria della "cittadinanza" può servire come realizzazione del nostro motto: il tutto è superiore alla parte.
Ritornando all'ontologia è bene sottolineare che la comprensione dell'essere come dono non è mai da intendere in modo "unilaterale" - donata nel dono dell'essere è la molteplicità degli enti. Da questa comprensione ontologica nasce anche l'idea del rispetto della diversità (senza la quale non vi è pace nel Medio Oriente sottolinea Cristiano) non come relativismo, ma come ricchezza di un dono d'amore inteso in tutta la sua radicalità. Il dono dell'essere come amore da parte del Dio trinitario non può che amare a priori la molteplicità. Tre in uno!
(1)
In occasione dell'uscita dell'ultimo libro di Massimo Borghesi, su Hegel, mi sono chiesto in cosa consista la differenza tra la posizione di Hegel che identifica il cristianesimo con l'eliminazione del cristianesimo e quella di cui ho parlato questa mattina in una riflessione in dialogo con Petrus Faber che nel venerdì e sabato santo siamo confrontati con l'abbandono di Dio da parte di Dio (von Balthasar, von Speyr)? In fondo credo solo nella differenza che vi è tra gnosi ed amore. I secondi parlano di un'esperienza d'amore, il primo di una gnosi che conduce all'atesino di destra e sinistra.
Se il tempo è superiore allo spazio, come ho riflettuto ieri, significa partire da una concezione dell'essere finito come "simplex et completum, sed non subsistens", lo stesso vale per questo secondo principio della teologia di Papa Francesco. L'universale hegeliano è una scontro tra opposizioni che si "superano" in una fenomenologia dello spirito, con il metodo della "negazione della negazione". Il tutto del Logos universale e concreto è una semplicissimo e in se completo inizio del tutto stesso come dono d'amore, che non abbisogna di alcuna "negazione". Tutta la fenomenologia dello spirito non aggiunge nulla a questa semplicità iniziale.
Questa semplicità dell'essere non è non sussistente perché debole, ma perché è nulla in sé; non il nulla del nichilismo, ma il nulla dell'amore gratuito che rivela il linguaggio quando ad un grazie rispondiamo con un "non c'è di che". "De nada" in spagnolo. L'essere è non sussistente perché e radicale dono.
Le parti non lo possono essere, perché sono sempre difesa di interessi particolari. Quando nel libro "Il nuovo modo di Francesco" Giorgio Bernardelli afferma che la visione della guerra in Medio Oriente del Papa si basa su questo principio: il tutto è superiore alla parte, fa appunto vedere la posizione di un uomo che non difende interessi particolari, ma ha "uno sguardo d'insieme" che nasce dall'amore gratuito del Crocifisso. Uno sguardo che gli permette di guardare tutta la realtà dalla Siria, all'Iraq allo Yemen, dove sono morte uccise quelle suore indiane ed africane che erano e sono la contemporaneità di Cristo in servizio, in un paese del tutto mussulmano come lo Yemen.
Lo sguardo ontologico e bilico del Papa non lo rende astratto ma del tutto concreto, per esempio nella sua critica alla "vendita di armi", come sottolinea Bernardelli. Senza questa vendita non ci sarebbe neppure la guerra mondiale a pezzi.
Un altro aspetto del "il tutto è superiore alla parte" è la teoria della "cittadinanza" di cui parlano sia Bernardelli che Riccardo Cristiano e che nasce già con San Giovanni Paolo II è trova un suo centro riflessivo nel sinodo per il Medio oriente convocato da Benedetto XVI nel 2010. I cristiani, che come realtà sociologica sono una parte nel Medio Oriente, anche se il loro Logos è universale e concreto, come lo sono i mussulmani. Sia i cristiani che i mussulmani sono però cittadini. In questo riferimento la sottolineatura della cittadinanza è l'insistenza sul tutto superiore alla parte. Senza cittadinanza comune non vi è possibilità né di convivenza né di pace. Quest'ultima è il presupposto per un "avvenire di convivialità e collaborazione"(Cristiano).
Cittadini sono interessati al "dolore di tutti" e non solo delle persone della propria confessione, sono interessati alla "non violenza" come metodo di lotta, forse anche per combattere quel intreccio con tre punte tra terrorismo di Stato, laico e religioso di cui parla Riccardo Cristiano.
Robert Spaemann parla della differenza tra uomo e cittadino come del problema principale dell'epoca moderna. In questo senso l'uomo è il tutto nei confronti della parte che sono i cittadini di determinate nazioni. In questo contesto nascono i "diritti dell'uomo". Quando però determinate confessioni hanno la pretesa di realizzare l'unico modo di essere uomini, la categoria della "cittadinanza" può servire come realizzazione del nostro motto: il tutto è superiore alla parte.
Ritornando all'ontologia è bene sottolineare che la comprensione dell'essere come dono non è mai da intendere in modo "unilaterale" - donata nel dono dell'essere è la molteplicità degli enti. Da questa comprensione ontologica nasce anche l'idea del rispetto della diversità (senza la quale non vi è pace nel Medio Oriente sottolinea Cristiano) non come relativismo, ma come ricchezza di un dono d'amore inteso in tutta la sua radicalità. Il dono dell'essere come amore da parte del Dio trinitario non può che amare a priori la molteplicità. Tre in uno!
(1)
In occasione dell'uscita dell'ultimo libro di Massimo Borghesi, su Hegel, mi sono chiesto in cosa consista la differenza tra la posizione di Hegel che identifica il cristianesimo con l'eliminazione del cristianesimo e quella di cui ho parlato questa mattina in una riflessione in dialogo con Petrus Faber che nel venerdì e sabato santo siamo confrontati con l'abbandono di Dio da parte di Dio (von Balthasar, von Speyr)? In fondo credo solo nella differenza che vi è tra gnosi ed amore. I secondi parlano di un'esperienza d'amore, il primo di una gnosi che conduce all'atesino di destra e sinistra.
"Ho sentito che il mio cuore era attratto e rassicurato giungendo ad un silenzio più grande" (Beato Petrus Faber)
Nella spiritualità ignazianala lapresenza di Cristo non è solo una questione di "comunità", ma di preghiera interiore (1).
Nel gennaio del 1543 Padre Faber riceve un aiuto nel contemplare le parole che Cristo ha detto sulla croce.
Una delle cose più difficili nella nostra "epoca trasparente" (Bing Chul Han) - forse in parte un peso che ci viene chiesto di portare nel senso di Isaia 53: carica su di sé il peso del peccato di molti (2) - è contemplare Cristo Crocifisso come la nostra unica vera speranza.
1. "Donna questo è tuo figlio". Gesù lo dice a Giovanni, al suo amico. Maria viene invitata a vedere Giovanni come suo figlio. Tutte le persone che vivono dell'amore gratuito del Maestro ed Amico possono contare su questo sguardo materno. Lo ha detto ieri il Papa come sua esperienza personale. L'importanza delle donne consiste anche nell'esperienza della maternità. Abbiamo una mamma che ci ha donato la vita, spesso rischiando la propria. Abbiamo una mamma nel cielo che ha ricevuto questo "compito" di considerarci come Figlio sotto la Croce. Noi abbiamo una conoscenza abbastanza astratta di questo e dobbiamo chiedere che questa conoscenza diventi "sapere" che giunge fino a quelle dimensione interiori che provocano anche le depressioni. Avere una mamma nel cielo a cui sotto la croce è stato chiesto di diventare nostra madre ci aiuta anche contro le depressioni che ci impediscono di lavorare ed amare. Questo sguardo vale sia per le donne che per gli uomini che lavorano.
2. "Perdonali". Lo dice Gesù al Padre! Come ha detto un'amica in Facebook - questa esperienza del perdono nel vissuto quotidiano è cosa molto complessa. Non credo che vi sia miracolo più grande di quello del perdono. Che una persona sia capace di un reale perdono dopo uno scontro devastante non è meno miracoloso che si dicessi ad una persona morta: alzati e cammina. E lei lo facesse. Chiediamo al Signore di liberarci da ogni bisogno di vendetta e da quella prima fase della vendetta che è il "voler aver ragione a tutti i costi".
3. "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?". Lo grida Gesù sulla Croce. Certo è una citazione del salmo 22 che ha un "happy end". Da Adrienne ho imparato che si tratta della grande esperienza dell'abbandono di Dio da parte di Dio. In questo mistero di abbandono viene abbracciato dal basso e dall'interno tutto l'abbandono che l'uomo prova nella sua storia. A volte ci vengono somministrate delle piccole dosi di partecipazione a questo mistero dell'abbandono di Dio da parte di Dio. Una dose molto alta ci annienterebbe. Il silenzio del Papa ad Auschwitz ed in altre situazioni è partecipazione a questo mistero dell'abbandono, che non vuole far dire a Dio ciò che Dio non ha detto (la forma più grande eresia, secondo il domenicano Bruno Cadoré). Una mia giovane amica si trova, per la morte della sua migliore amica, in questo mistero dell'abbandono. Chiedo al Signore di insegnarmi a porgerle una mano per uscirne, anche se ora si trova in una fase, che forse deve essere rispettata, di non voler aiuto, in modo particolare da parte di persone che l'hanno aiutata nella prima ora dopo il fatale incidente.
4. "Oggi sarai con me nel Paradiso". Lo dice Gesù secondo il Vangelo di Luca ad uno dei ladroni, quello che si è pentito. Benedetto XVI ha insegnato che non vi è una risurrezione nella morte, ma dopo la morte. Il "dopo" può essere anche molto, molto breve: oggi stesso. Si può far coraggio ed essere certi per un altro anche nel mistero dell'abbandono.
5. "Padre nelle tue mani rimetto il mio spirito". Lo dice Gesù al Padre. Il mistero dell'abbandono di Dio da parte di Dio non è un mistero di rivolta. Gesù non muore ateo, ma abbandonato e nell'abbandono rimette il suo spirito nelle mani del Padre che non sente.
6. "Ho sete". Lo dice Gesù ai soldati. La frase si trova nelle cappelle delle sorelle di Teresa di Calcutta. Chiediamo gli occhi e le orecchie per vedere e sentire chi intorno a noi ha sete. Chiediamo gli occhi di vedere tutte le mosse del Santo Padre che va a visitare i popoli che hanno sete: dal primo viaggio a Lampedusa fino all'isola di Lesbo o in Armenia o in Myanmar.
(1) Chi non lo sa farà fatica a capirlo. È in parte il peso che mi è chiesto di portate in CL, in cui si insiste spesso sulla presenza nella comunità. I grandi di CL non hanno difficoltà con ciò, ma tra i piccoli ti trovi confrontato con una schiera di persone che ti vogliano fare la lezione di vera appartenenza perché non capiscono l'estraneità che percepiscono. Un'estraneità che nasce dall'importanza della preghiera contemplativa.
(2) Non essendo noi puri come il "servo di Israele" ovviamente in questo "portare" è coinvolto il nostro stesso peccato.
Nel gennaio del 1543 Padre Faber riceve un aiuto nel contemplare le parole che Cristo ha detto sulla croce.
Una delle cose più difficili nella nostra "epoca trasparente" (Bing Chul Han) - forse in parte un peso che ci viene chiesto di portare nel senso di Isaia 53: carica su di sé il peso del peccato di molti (2) - è contemplare Cristo Crocifisso come la nostra unica vera speranza.
1. "Donna questo è tuo figlio". Gesù lo dice a Giovanni, al suo amico. Maria viene invitata a vedere Giovanni come suo figlio. Tutte le persone che vivono dell'amore gratuito del Maestro ed Amico possono contare su questo sguardo materno. Lo ha detto ieri il Papa come sua esperienza personale. L'importanza delle donne consiste anche nell'esperienza della maternità. Abbiamo una mamma che ci ha donato la vita, spesso rischiando la propria. Abbiamo una mamma nel cielo che ha ricevuto questo "compito" di considerarci come Figlio sotto la Croce. Noi abbiamo una conoscenza abbastanza astratta di questo e dobbiamo chiedere che questa conoscenza diventi "sapere" che giunge fino a quelle dimensione interiori che provocano anche le depressioni. Avere una mamma nel cielo a cui sotto la croce è stato chiesto di diventare nostra madre ci aiuta anche contro le depressioni che ci impediscono di lavorare ed amare. Questo sguardo vale sia per le donne che per gli uomini che lavorano.
2. "Perdonali". Lo dice Gesù al Padre! Come ha detto un'amica in Facebook - questa esperienza del perdono nel vissuto quotidiano è cosa molto complessa. Non credo che vi sia miracolo più grande di quello del perdono. Che una persona sia capace di un reale perdono dopo uno scontro devastante non è meno miracoloso che si dicessi ad una persona morta: alzati e cammina. E lei lo facesse. Chiediamo al Signore di liberarci da ogni bisogno di vendetta e da quella prima fase della vendetta che è il "voler aver ragione a tutti i costi".
3. "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?". Lo grida Gesù sulla Croce. Certo è una citazione del salmo 22 che ha un "happy end". Da Adrienne ho imparato che si tratta della grande esperienza dell'abbandono di Dio da parte di Dio. In questo mistero di abbandono viene abbracciato dal basso e dall'interno tutto l'abbandono che l'uomo prova nella sua storia. A volte ci vengono somministrate delle piccole dosi di partecipazione a questo mistero dell'abbandono di Dio da parte di Dio. Una dose molto alta ci annienterebbe. Il silenzio del Papa ad Auschwitz ed in altre situazioni è partecipazione a questo mistero dell'abbandono, che non vuole far dire a Dio ciò che Dio non ha detto (la forma più grande eresia, secondo il domenicano Bruno Cadoré). Una mia giovane amica si trova, per la morte della sua migliore amica, in questo mistero dell'abbandono. Chiedo al Signore di insegnarmi a porgerle una mano per uscirne, anche se ora si trova in una fase, che forse deve essere rispettata, di non voler aiuto, in modo particolare da parte di persone che l'hanno aiutata nella prima ora dopo il fatale incidente.
4. "Oggi sarai con me nel Paradiso". Lo dice Gesù secondo il Vangelo di Luca ad uno dei ladroni, quello che si è pentito. Benedetto XVI ha insegnato che non vi è una risurrezione nella morte, ma dopo la morte. Il "dopo" può essere anche molto, molto breve: oggi stesso. Si può far coraggio ed essere certi per un altro anche nel mistero dell'abbandono.
5. "Padre nelle tue mani rimetto il mio spirito". Lo dice Gesù al Padre. Il mistero dell'abbandono di Dio da parte di Dio non è un mistero di rivolta. Gesù non muore ateo, ma abbandonato e nell'abbandono rimette il suo spirito nelle mani del Padre che non sente.
6. "Ho sete". Lo dice Gesù ai soldati. La frase si trova nelle cappelle delle sorelle di Teresa di Calcutta. Chiediamo gli occhi e le orecchie per vedere e sentire chi intorno a noi ha sete. Chiediamo gli occhi di vedere tutte le mosse del Santo Padre che va a visitare i popoli che hanno sete: dal primo viaggio a Lampedusa fino all'isola di Lesbo o in Armenia o in Myanmar.
(1) Chi non lo sa farà fatica a capirlo. È in parte il peso che mi è chiesto di portate in CL, in cui si insiste spesso sulla presenza nella comunità. I grandi di CL non hanno difficoltà con ciò, ma tra i piccoli ti trovi confrontato con una schiera di persone che ti vogliano fare la lezione di vera appartenenza perché non capiscono l'estraneità che percepiscono. Un'estraneità che nasce dall'importanza della preghiera contemplativa.
(2) Non essendo noi puri come il "servo di Israele" ovviamente in questo "portare" è coinvolto il nostro stesso peccato.
giovedì 8 marzo 2018
Cosa significa che il tempo è superiore allo spazio - una riflessione ontologica e di filosofia della politica
"Il tempo è superiore allo spazio" - questo è uno dei principi filosofici e teologici di Papa Francesco.
Cosa significa? Il Santo Padre ritiene che non la conquista di spazi egemonici di potere, ma l'inizio di processi di tempo e dialogo con tutti portato ad una fecondità` politica ed umana.
Nel suo ultimo capitolo dell'introduzione al libro "Il mondo nuovo di Francesco" padre Spadaro sostiene che per il Papa il mondo non è una "cosa", come per esempio l'Europa non è una "cosa", ma un "processo", iniziato e di cui si deve avere cura.
Questo pensiero ha una grande profondità ontologica, perché l'essere stesso non è una "cosa". L'essere finito stesso è un processo che inizia con la donazione dell'essere, che ha una dimensione "passata": l'essere è già stato donato; ed una dimensione futura: l'essere verrà donato fino al momento in cui finirà. Ed una dimensione presente: l'essere viene donato ora.
Il dono dell'essere stesso è un avvenimento, un processo che Tommaso dice essere "semplice e completo" (simplex et completum). L'essere è un atto che Dio dona per sovrabbondanza e non per necessità. L'amore assolutamente perfetto e completo di Dio, l'amore assolutamente sussistente di Dio decide di donare l'essere. Inizia così il primo grande "processo".
Uno spazio può essere creato e difeso, ma l'essere non è in primo luogo "spazio", ma per l'appunto tempo donato. In questo senso esso non è "causato" - vi sono cause degli spazi, non del tempo ontologico che è l'essere. Questo non è causato, ma è "similitudo divinae bonitatis". Assomiglia alla bontà divina che è sovra temporale e sovraessenziale.
Noi sappiamo di questo amore assoluto e gratis trinitario perché il Figlio c'é lo ha rivelato. E senza di lui nulla di ciò che è sarebbe. Per questo analogicamente come il Figlio viene generato e non creato, così l'essere finito non viene creato, ma generato, cioè donato.
Quale è la differenza tra l'essere assoluto e sussistente di Dio e quello donato e finito? Che quest'ultimo non è sussistente - Tommaso dice "non subsistens". Sussistono relativamente le cose e le persone, ma non l'essere. Eppure senza l'essere le cose e le persone non sarebbero. Senza il dono dell'essere non vi sarebbero né persone né animali né cose.
Quando Francesco parla in riferimento alla realtà politica di "integrare, dialogare e generare" usa tre verbi e non tre sostantivi. I sostantivi servono per identificare le cose, i verbi per esprimere quel processo che è l'essere stesso. L'atto di donazione dell'essere è integrativo e generativo - attraverso di esso sono le cose. Ed è dialogo tra essere infinito ed essere finito.
Per l'Europa dice Papa Francesco: "l'identità europea è, ed è sempre stata, un 'identità dinamica e multiculturale". Commenta Padre Spadaro: "le radici sono sempre meticce e sporche di terra". Ontologicamente parlando: essere sono sporche dell'essere finito che è appunto un processo dinamico: passato, presente e futuro.
L'identità "identitaria" cerca di fissare l'essere come una definizione. Fa insomma un'operazione sommamente non ontologica, piuttosto "nominalistica". Fissa il dono gratuito dell'essere a determinati "nomi". In questo senso il movimento tradizionalista e identitario è un fenomeno moderno. Come lo è spesso il tomismo scolastico.
Non è un caso che un grande esperto dei Padri della Chiesa come Henri de Lubac riscopra il vero Tommaso che ha una idea dinamica e non tradizionalista dell'essere.
L'essere non è una cosa e non è causato. Il tempo stesso che è superiore allo spazio ci apre la via a questa dimensione non "causata", attraverso di esso non si mira a spazi, che sono sempre "causati" e per questo anche schiavi di un egemonia di potere, del potere di chi ha causato, cioè prodotto uno spazio. I processi iniziati sono liberi perché non dipendono da nulla, non sono causati ma generati di quella generazione ultima ed assolutamente gratis che è l'amore trinitario.
I processi come integrazione, dialogo e generazione intendono tutti gli uomini e non solo quelli che fanno parte del mio "partito".
Non è questa è un ontologia della spontaneità? Una delle accuse che si fa al papa è di essere spontaneo.
No, perché sebbene l'essere non sia causato, esso non è privo di senso. Anzi siamo confrontati con una vera necessità che Ferdinand Ulrich chiama "notwendiger Seinsinn" - senso necessario dell'essere. Anche i processi di dialogo non sono spontanei, ma nascono da un'ultima necessità. Cosa significa necessità? Il tedesco ci aiuta qui con una parola geniale: notwendig. Not - wendig! Solo un processo può "rivoltare" (wenden) il "bisogno" (Not) in cui ci troviamo. L'uomo ha bisogno di tante cose, ma ancor più in vero di rivoltare e superare i bisogni. Nessun spazio egemonico può superare il "bisogno" (necessità, mancanza, penuria, miseria) in cui si trova l'uomo. Solo il dono gratuito dell'essere, solo i processi integrativi, dialoganti e generatori sono capace di superare davvero il bisogno dell'uomo, perché sono espressione di "un senso necessario dell'essere", cioè di un avvenimento che davvero aiuta l'uomo nel bisogno in cui si trova.
L'opzione preferenziale per i poveri di Francesco non è romanticismo spontaneo, ma una scelta ontologica. L'essere stesso è in se stesso ricco e povero allo stesso tempo, ma ciò che come essere finito lo distingue dall'essere assoluto è proprio il suo essere povero.
L'essere è ricco in quanto "semplice e completo". Nessuna produzione posteriore saprà superare la ricchezza dell'essere donato stesso. Povero lo è perché non sussistente. Non il donare la rosa, ma la rosa stessa è qualcosa. Quando Martin Heidegger si erge come colui che vuol essere pastore dell'essere non può che fissarlo in qualcosa che non può essere fissato. Che l'essere vada perso è cosa buona e giusta. Fissato l'essere è solo una parola. Come le parole: integrare, dialogare e generare non possono essere fissate. Non si dialoga dicendo che si dialoga, ma dialogando.
I poveri li avremmo sempre con noi - questa non è una giustificazione della miseria nel mondo, ma un'indicazione di metodo. I poveri stessi ci ricordano che non dobbiamo fissare spazi di potere, ma iniziare processi in cui l'attenzione ad essi è attenzione a quell'atteggiamento ultimo che dona l'essere: l'amore gratis!
Per Francesco non si tratta solo di pensieri filosofici, ma di principi che guidano la sua azione apostolica e missionaria. Il suo primo viaggio dai poveri di Lampedusa erano il primo squillo di tromba. Un annuncio ontologico: è andato la dove l'essere si trova nella "Not" (bisogno) per annunciare quel senso necessario dell'essere stesso, che è dono gratuito senza il quale anche la nostra miseria non sarà superata. Chi non capisce questo, fosse anche con un altro linguaggio, più semplice del mio filosofico, sarà al servizio di demagoghi che promettono ciò che non possono dare.
Cosa significa? Il Santo Padre ritiene che non la conquista di spazi egemonici di potere, ma l'inizio di processi di tempo e dialogo con tutti portato ad una fecondità` politica ed umana.
Nel suo ultimo capitolo dell'introduzione al libro "Il mondo nuovo di Francesco" padre Spadaro sostiene che per il Papa il mondo non è una "cosa", come per esempio l'Europa non è una "cosa", ma un "processo", iniziato e di cui si deve avere cura.
Questo pensiero ha una grande profondità ontologica, perché l'essere stesso non è una "cosa". L'essere finito stesso è un processo che inizia con la donazione dell'essere, che ha una dimensione "passata": l'essere è già stato donato; ed una dimensione futura: l'essere verrà donato fino al momento in cui finirà. Ed una dimensione presente: l'essere viene donato ora.
Il dono dell'essere stesso è un avvenimento, un processo che Tommaso dice essere "semplice e completo" (simplex et completum). L'essere è un atto che Dio dona per sovrabbondanza e non per necessità. L'amore assolutamente perfetto e completo di Dio, l'amore assolutamente sussistente di Dio decide di donare l'essere. Inizia così il primo grande "processo".
Uno spazio può essere creato e difeso, ma l'essere non è in primo luogo "spazio", ma per l'appunto tempo donato. In questo senso esso non è "causato" - vi sono cause degli spazi, non del tempo ontologico che è l'essere. Questo non è causato, ma è "similitudo divinae bonitatis". Assomiglia alla bontà divina che è sovra temporale e sovraessenziale.
Noi sappiamo di questo amore assoluto e gratis trinitario perché il Figlio c'é lo ha rivelato. E senza di lui nulla di ciò che è sarebbe. Per questo analogicamente come il Figlio viene generato e non creato, così l'essere finito non viene creato, ma generato, cioè donato.
Quale è la differenza tra l'essere assoluto e sussistente di Dio e quello donato e finito? Che quest'ultimo non è sussistente - Tommaso dice "non subsistens". Sussistono relativamente le cose e le persone, ma non l'essere. Eppure senza l'essere le cose e le persone non sarebbero. Senza il dono dell'essere non vi sarebbero né persone né animali né cose.
Quando Francesco parla in riferimento alla realtà politica di "integrare, dialogare e generare" usa tre verbi e non tre sostantivi. I sostantivi servono per identificare le cose, i verbi per esprimere quel processo che è l'essere stesso. L'atto di donazione dell'essere è integrativo e generativo - attraverso di esso sono le cose. Ed è dialogo tra essere infinito ed essere finito.
Per l'Europa dice Papa Francesco: "l'identità europea è, ed è sempre stata, un 'identità dinamica e multiculturale". Commenta Padre Spadaro: "le radici sono sempre meticce e sporche di terra". Ontologicamente parlando: essere sono sporche dell'essere finito che è appunto un processo dinamico: passato, presente e futuro.
L'identità "identitaria" cerca di fissare l'essere come una definizione. Fa insomma un'operazione sommamente non ontologica, piuttosto "nominalistica". Fissa il dono gratuito dell'essere a determinati "nomi". In questo senso il movimento tradizionalista e identitario è un fenomeno moderno. Come lo è spesso il tomismo scolastico.
Non è un caso che un grande esperto dei Padri della Chiesa come Henri de Lubac riscopra il vero Tommaso che ha una idea dinamica e non tradizionalista dell'essere.
L'essere non è una cosa e non è causato. Il tempo stesso che è superiore allo spazio ci apre la via a questa dimensione non "causata", attraverso di esso non si mira a spazi, che sono sempre "causati" e per questo anche schiavi di un egemonia di potere, del potere di chi ha causato, cioè prodotto uno spazio. I processi iniziati sono liberi perché non dipendono da nulla, non sono causati ma generati di quella generazione ultima ed assolutamente gratis che è l'amore trinitario.
I processi come integrazione, dialogo e generazione intendono tutti gli uomini e non solo quelli che fanno parte del mio "partito".
Non è questa è un ontologia della spontaneità? Una delle accuse che si fa al papa è di essere spontaneo.
No, perché sebbene l'essere non sia causato, esso non è privo di senso. Anzi siamo confrontati con una vera necessità che Ferdinand Ulrich chiama "notwendiger Seinsinn" - senso necessario dell'essere. Anche i processi di dialogo non sono spontanei, ma nascono da un'ultima necessità. Cosa significa necessità? Il tedesco ci aiuta qui con una parola geniale: notwendig. Not - wendig! Solo un processo può "rivoltare" (wenden) il "bisogno" (Not) in cui ci troviamo. L'uomo ha bisogno di tante cose, ma ancor più in vero di rivoltare e superare i bisogni. Nessun spazio egemonico può superare il "bisogno" (necessità, mancanza, penuria, miseria) in cui si trova l'uomo. Solo il dono gratuito dell'essere, solo i processi integrativi, dialoganti e generatori sono capace di superare davvero il bisogno dell'uomo, perché sono espressione di "un senso necessario dell'essere", cioè di un avvenimento che davvero aiuta l'uomo nel bisogno in cui si trova.
L'opzione preferenziale per i poveri di Francesco non è romanticismo spontaneo, ma una scelta ontologica. L'essere stesso è in se stesso ricco e povero allo stesso tempo, ma ciò che come essere finito lo distingue dall'essere assoluto è proprio il suo essere povero.
L'essere è ricco in quanto "semplice e completo". Nessuna produzione posteriore saprà superare la ricchezza dell'essere donato stesso. Povero lo è perché non sussistente. Non il donare la rosa, ma la rosa stessa è qualcosa. Quando Martin Heidegger si erge come colui che vuol essere pastore dell'essere non può che fissarlo in qualcosa che non può essere fissato. Che l'essere vada perso è cosa buona e giusta. Fissato l'essere è solo una parola. Come le parole: integrare, dialogare e generare non possono essere fissate. Non si dialoga dicendo che si dialoga, ma dialogando.
I poveri li avremmo sempre con noi - questa non è una giustificazione della miseria nel mondo, ma un'indicazione di metodo. I poveri stessi ci ricordano che non dobbiamo fissare spazi di potere, ma iniziare processi in cui l'attenzione ad essi è attenzione a quell'atteggiamento ultimo che dona l'essere: l'amore gratis!
Per Francesco non si tratta solo di pensieri filosofici, ma di principi che guidano la sua azione apostolica e missionaria. Il suo primo viaggio dai poveri di Lampedusa erano il primo squillo di tromba. Un annuncio ontologico: è andato la dove l'essere si trova nella "Not" (bisogno) per annunciare quel senso necessario dell'essere stesso, che è dono gratuito senza il quale anche la nostra miseria non sarà superata. Chi non capisce questo, fosse anche con un altro linguaggio, più semplice del mio filosofico, sarà al servizio di demagoghi che promettono ciò che non possono dare.
mercoledì 7 marzo 2018
Chi non educa nella Chiesa? Ancora una volta Mons. Negri
Mi spinge a scrivere queste poche righe la similitudine di una frase di S.E. Mons. Negri (vedi articolo qui sotto) con una che ho detto io nei giorni scorsi. Lui dice che la Chiesa non educa il suo popolo e per questo il popolo è allo sbando.
Io avevo detto in un post in Facebook che vedo un disastro educativo in Comunione e Liberazione in Italia, considerando ciò che i Ciellini si dicono sulla rete, spesso in un tono che nella netiquette della rete è un continuo gridarsi addosso come dei troll. A parte i contenuti che non hanno nulla a che fare con il Vangelo.
Mons. Negri dice invece che in tutta la Chiesa non si educa più - comunque essendo lui arcivescovo ed io solo un piccolo amico di Gesù è chiaro che lui viaggia in proporzioni più grandi.
In vero lui e le persone che come lui pensano l'identità della Chiesa come uno spazio egemonico da conquistare sono le persone meno educative nella Chiesa. Un amico mi ha scritto con ragione: "ovviamente Mons. Negri non dice che la presenza cattolica in politica è scomparsa soprattutto per colpa dei cattolici che hanno fatto politica negli ultimi vent'anni". Cattolici che per lo più erano e sono interessati a spazi egemonici di potere.
Per Mons. Negri l'identità cattolica è un'identità da gridare contro chi non ce l'ha. E chi non ce l'ha? Tutti, secondo lui. .
Già nel modo con cui Mons. Negri cita i papi vi è quasi sempre in gioco un "contrasto" e di fatti cita in continuazione solamene San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Come diceva il beato Mons. Romero ogni persona è libera ovviamente di avere un papa preferito, ma il Papa ora regnante è in se colui che l'educazione cattolica invita a seguire, quello appunto esistente e non quello preferito. Il che ovviamente non vuol dire che non si possano citare anche gli altri.
Quello esistente ci ricorda che il tempo è superiore allo spazio. Insomma il tempo dei processi iniziati nel dialogo con gli altri sono un vivo annuncio di Cristo, anche se non hanno la forma "identitaria" voluta da Mons. Negri.
La sua critica alla mancanza di valori vive dell'eterno ritorno dell'eguale senza alcuna differenziazione. Il testamento biologico sarebbe l'inizio dell'eutanasia in Italia, l'assenso alle unioni civili un attacco alla famiglia, etc. In vero l'Italia è (ancora) uno stato di diritto tra i più consistenti del mondo e le interpretazioni date da Mons. Negri di certi legge sono delle possibili, ma non le uniche possibili interpretazioni.
Con Francesco, come spiega Padre Spadaro nel suo ultimo libro "Il mondo nuovo di Francesco", vi è nella Chiesa un grande lavoro educativo in un modo sempre più apocalitticamente minacciato, un lavoro educativo e diplomatico per un ecumenismo dell'amore versus un ecumenismo della rabbia e dell'odio.
Dapprima ho pensato che vi fosse una certa autenticità nella tristezza di Mons. Negri, perché in vero il nichilismo attuale, in modo particolare nelle sue forme neo pelagiane e gnostiche, non da certo grandi motivi di speranza. Ora penso che lui è triste perché, come rispose l'ironico Giulio Andreotti alle Brigate Rosse: "il potere logora chi non ce l' ha.
http://www.lanuovabq.it/it/se-la-chiesa-non-educa-abbandona-il-popolo-a-se-stesso
martedì 6 marzo 2018
Tu, la nostra gioia vera - in dialogo con Padre Erich Przywara
Tu, la nostra vera gioia - dialogo con #Przywara
Quando si è confrontati con la morte, che sia del piccolo Daniel Maria di sei anni o di Emma di 17 o di Giang di 17 o di Samule di 18, non si è preparati. Tutte le nostre costruzioni pie crollano, anche il ripetersi liturgico di quaresima e Pasqua assomiglia più ad formalità se non Ti presenti Tu, o nostra vera ed unica gioia.
Anche il distacco dal mondo o la negazione di sé non sono abiti che garantiscono l'incontro con Te. Anzi lo possono impedire.
Per incontrarTi abbiamo bisogno di una purezza che non possiamo costruire. Come non possiamo costruire Te. L'inconstruibilità di ciò di cui abbiamo bisogno - questo è il vero ed unico problema teologico.
Ovviamente dobbiamo prendere sul serio, per come possiamo, le offerte liturgiche della Chiesa, in modo particolare il Sabato Santo che è la festa che ci libera da ogni non autenticità, dice Przwara. È il silenzio autentico che capita dopo il Venerdì del dolore. La vita che nasce dalla Croce può essere percepita solamente se si prende sul serio la discesa agli inferi. Cristo era morto come sono morti Daniele Maria e Emma e Giang e Samuel. Come dovremo morire noi, quando il nostro corpo e la nostra anima si separeranno e il nostro corpo, come cadavere, giacerà da qualche parte. Come dobbiamo morire noi imparando ogni giorno a voltare le spalle al mondo.
Ma questo stesso "discensus" se non vi è "un vivere in unità della vita e della morte" (Ferdinand Ulrich), se non ci lasciamo sorprendere dalla gioia della Risurrezione che non possiamo fare noi, può far crescere il nostro orgoglio, per esempio l'orgoglio di non aver mandato a quel paese un nostro collega come avremmo voluto (cioè l'orgoglio di essere stati capaci a controllarci).
Ciò di cui abbiamo bisogno è una vera umiltà: quella che può nascere solo nell'incontro con Te, che neppure lo scrivere può costruire. San Girolamo dice: "abbiamo lasciato tutto per seguire Te". La prima parte della frase può essere anche vanità, la seconda no! "Questo è il vero ed autentico uscire dal mondo e da se stessi, quando nasciamo in Lui che è la nostra vera vita. L'amore per Lui, questo è il vero ed autentico morire a se stessi e il superamento di noi stessi" (Przywara).
Nel mondo della rete dobbiamo confrontarci con nuove possibilità nelle relazioni. Per esempio con l'aggressività di persone che non conosciamo e che a priori mettono in dubbio la nostra autenticità. Ogni volta che blocco qualcuno muore qualcosa in me, anche se questa è una necessità a livello di igiene psichica.
Dobbiamo raggiungere anche una purezza nella rete, che non è solo non guardare materiale pornografico ma un'umile ricerca di vedere quando il Signore si presenta nell'incontro con qualcuno e quando esso è un ostacolo. Ciò che più mi irrita sono i consigli delle persone pie. Non metto in dubbio che siano autentici, ma non lo sono per me.
Per la tradizione ignaziana non tutti possono essere tuoi padri o madri spirituali - c'è una grande vanità che può nascondersi anche sotto il volto di un consiglio religioso e pio. L'autentico padre spirituale non ti rinvia mai a se stesso e a ciò che ha capito lui, ma a Te, Cristo, nostra unica e vera gioia.
Chiedo per me e per i miei amici e per le persone che in queste settimane hanno perso i loro figli che Tu, o Amore Gratis, sia loro presente!
Quando la mamma di Samuel, credente, ha riso mentre era ancora aperta la fossa, sono stato sorpreso dalla Tua presenza. Sorprendici, spesso.
Quando si è confrontati con la morte, che sia del piccolo Daniel Maria di sei anni o di Emma di 17 o di Giang di 17 o di Samule di 18, non si è preparati. Tutte le nostre costruzioni pie crollano, anche il ripetersi liturgico di quaresima e Pasqua assomiglia più ad formalità se non Ti presenti Tu, o nostra vera ed unica gioia.
Anche il distacco dal mondo o la negazione di sé non sono abiti che garantiscono l'incontro con Te. Anzi lo possono impedire.
Per incontrarTi abbiamo bisogno di una purezza che non possiamo costruire. Come non possiamo costruire Te. L'inconstruibilità di ciò di cui abbiamo bisogno - questo è il vero ed unico problema teologico.
Ovviamente dobbiamo prendere sul serio, per come possiamo, le offerte liturgiche della Chiesa, in modo particolare il Sabato Santo che è la festa che ci libera da ogni non autenticità, dice Przwara. È il silenzio autentico che capita dopo il Venerdì del dolore. La vita che nasce dalla Croce può essere percepita solamente se si prende sul serio la discesa agli inferi. Cristo era morto come sono morti Daniele Maria e Emma e Giang e Samuel. Come dovremo morire noi, quando il nostro corpo e la nostra anima si separeranno e il nostro corpo, come cadavere, giacerà da qualche parte. Come dobbiamo morire noi imparando ogni giorno a voltare le spalle al mondo.
Ma questo stesso "discensus" se non vi è "un vivere in unità della vita e della morte" (Ferdinand Ulrich), se non ci lasciamo sorprendere dalla gioia della Risurrezione che non possiamo fare noi, può far crescere il nostro orgoglio, per esempio l'orgoglio di non aver mandato a quel paese un nostro collega come avremmo voluto (cioè l'orgoglio di essere stati capaci a controllarci).
Ciò di cui abbiamo bisogno è una vera umiltà: quella che può nascere solo nell'incontro con Te, che neppure lo scrivere può costruire. San Girolamo dice: "abbiamo lasciato tutto per seguire Te". La prima parte della frase può essere anche vanità, la seconda no! "Questo è il vero ed autentico uscire dal mondo e da se stessi, quando nasciamo in Lui che è la nostra vera vita. L'amore per Lui, questo è il vero ed autentico morire a se stessi e il superamento di noi stessi" (Przywara).
Nel mondo della rete dobbiamo confrontarci con nuove possibilità nelle relazioni. Per esempio con l'aggressività di persone che non conosciamo e che a priori mettono in dubbio la nostra autenticità. Ogni volta che blocco qualcuno muore qualcosa in me, anche se questa è una necessità a livello di igiene psichica.
Dobbiamo raggiungere anche una purezza nella rete, che non è solo non guardare materiale pornografico ma un'umile ricerca di vedere quando il Signore si presenta nell'incontro con qualcuno e quando esso è un ostacolo. Ciò che più mi irrita sono i consigli delle persone pie. Non metto in dubbio che siano autentici, ma non lo sono per me.
Per la tradizione ignaziana non tutti possono essere tuoi padri o madri spirituali - c'è una grande vanità che può nascondersi anche sotto il volto di un consiglio religioso e pio. L'autentico padre spirituale non ti rinvia mai a se stesso e a ciò che ha capito lui, ma a Te, Cristo, nostra unica e vera gioia.
Chiedo per me e per i miei amici e per le persone che in queste settimane hanno perso i loro figli che Tu, o Amore Gratis, sia loro presente!
Quando la mamma di Samuel, credente, ha riso mentre era ancora aperta la fossa, sono stato sorpreso dalla Tua presenza. Sorprendici, spesso.
mercoledì 28 febbraio 2018
Per un ecumenismo dell'amore . in dialogo con Padre Antonio Spadaro
Il capitolo "Opposti ecumenismi: d'amore e d'odio", nell'introduzione al libro "Il nuovo mondo di Francesco" è tra le cose che colpisce il mio cuore più di tutto quanto abbia letto negli ultimi tempi, anche se molte cose che ho letto, in primis i libri di Massimo Borghesi, sono stati una grande preparazione filosofica a comprendere ciò che dice il padre gesuita italiano. Il lavoro svolto nei "Contadini" negli ultimi quattro anni, anche.
Il padre siciliano parla con una chiarezza sorprendente: esplicita un radicale no, a scuola di Papa Francesco, "dell'uso della religione a fini politici". Un radicale no alla "rappresentazione" della "grande tradizione cattolica" a fini politici. Un radicale no, al terrorismo islamico e all'identitarismo crociato occidentale, che hanno radici socioeconomiche e non religiose!
Un radicale si a quell'ecumenismo dell'amore espresso in modo molto bello nella frase di un proverbio giapponese: "quando si apre il fiore la farfalla arriva, ma allo stesso tempo quando la farfalla arriva si apre il fiore" (di fronte alla salma della giovane vietnamita, morta nell'incidente di cui ho parlato nei giorni scorsi, mentre pregavo le mie preghiere cristiane insieme ai buddisti, potevo comprendere ancor di più l'amicizia tra don Giussani e il professor Shodo Habukawa che aveva usato questo proverbio giapponese per spiegare la sua amicizia con il sacerdote cattolico italiano).
Questa tenerezza dell'amore gratuito viene distrutta da ogni "finalità politica", fosse anche per una causa giusta (per esempio la valorizzazione della donna nella Chiesa).
Padre Spadaro SJ, seguendo Papa Francesco, giunge all'idea del tramonto dell'Occidente cristiano come "risorsa teologica" e non come "tragedia" alla scuola di uno dei grandi maestri gesuiti di filosofia, Padre Erich Przywara SJ.
Cosa è in gioco? La definizione della Chiesa, non come garanzia dei ceti dominanti, anche quando questi si "vendono" come "tradizione cattolica, popolare e riformatrice", ma una Chiesa che vuole incontrare Cristo, che è stato ammazzato fuori dalla città, come l'Agnello macellato, che non macella nessuno (cfr. il mio articolo del 2004 nella "Communio americana", su una riflessione cristiana in tempo di guerra).
Padre Balthasar disse che non scrisse mai nulla di filosofia che non fosse stato influenzato da Padre Przywara - l'aver presentato un padre Balthasar "tradizionalista" è stato forse uno degli elementi più deleteri della sua ricezione italiana, che tra l'altro è stata gigantesca e di cui sono riconoscente. Il gigante della teologia cattolica del ventesimo secolo non ha mai avuto alcuna simpatia per movimenti identitari e tradizionalisti che gli hanno augurato la morte e l'inferno fino all'ultimo giorno della sua vita. E ciò che più gli stava davvero a cuore, la comprensione del "descensus ad inferos" di Adrienne von Speyr, è stato bloccato (almeno si è provato a farlo) proprio da questi movimenti tradizionalisti che vedono una donna, Adrienne, che è stata sposata due volte come il fumo negli occhi. Come conciliare con la loro visione del mondo clericale e maschiocentrica che sia proprio una donna ad aver messo il dito nel cuore più profondo di Cristo, morto e disceso all'inferno, per amore gratuito?
Ora quello che io ho imparato nella vita dai due grandi maestri svizzeri è sceso al trono di Pietro con l'intenzione - del cielo - di smantellare questo trono a puro servizio degli uomini. In dialogo con altri grandi pastori cristiani, come dimostra l'avvenimento gigantesco ecumenico del Papa sull'isola di Lesbo (con il patriarca ecumenico Bartolomeo e l'arcivescovo Hieronimus II) e a Cuba (con il patriarca di tutta la Russia Kyrill ).
È salito sul soglio pontificio un papa che sa parlare a Yad Vashem a Gerusalemme ed avere il rispetto del mondo islamico. Un papa che potrebbe arrivare addirittura nella Cina di Xi Jinping. Un papa che non si serve di nessuna "narrativa della paura"; un papa, come testimoniano i suoi amici, per esempio Lucio Brunelli, che già dal tono della sua voce, di fronte ai disastri del mondo, ha "sgomento" e non "invettiva". Anche il mio post sullo scandalo planetario sul sesso nella Chiesa cattolica ha a che fare, nel profondo, con lo sgomento e non con l'invettiva. Uno sgomento libero da ogni complesso antiromano. Dal più profondo del cuore so cogliere nel giuramento cardinalizio di essere disposto a difendere il Papa con il proprio sangue, uno dei momenti più sublimi delle varie cariche cattoliche.
Non è un caso che nelle esperienze mistiche di Adrienne, descritte nel libro "croce ed inferno" da Balthasar non ci siano "persone" (come nel caso di Dante), ma solo "vestigia" del peccato. Non è un caso che chi prenda sul serio la discesa negli inferi di Cristo, non può che ritornare alla verità evangelica più autentica, quella dell'amore per i nemici, che fa dire al Papa che anche terroristi sono "povera gente criminale". Cristo, che Papa Francesco, vuole rimettere nel centro dell'attenzione del mondo e della Chiesa, ha davvero redento il mondo fino dentro al disastro dell'inferno stesso.
Chi conosce la potenza del "bugiardo" "non può che porre una forte resistenza alla fascinazione per il cattolicesimo come garanzia politica". Gloriose vestigia, pilastri di argini al declino, non possono fermare la battaglia di Lucifero contro la Chiesa che non può essere "confusa", anche se è "legata", a determinate costellazioni politiche (di fronte a Cristo siamo tutti cattivi o molto cattivi). Contro le vestigia dell'inferno ci può salvare solo Cristo, non come misericordia posposta al nostro lavoro, ma come l'unico lavoro da fare.
Un lavoro che possiamo fare poi in dialogo con tutti i tentativi politici che vogliono servire il bene comune dell'uomo.
Qui in forma video:
https://www.youtube.com/watch?v=8NsJepQTgak&t=182s
Il padre siciliano parla con una chiarezza sorprendente: esplicita un radicale no, a scuola di Papa Francesco, "dell'uso della religione a fini politici". Un radicale no alla "rappresentazione" della "grande tradizione cattolica" a fini politici. Un radicale no, al terrorismo islamico e all'identitarismo crociato occidentale, che hanno radici socioeconomiche e non religiose!
Un radicale si a quell'ecumenismo dell'amore espresso in modo molto bello nella frase di un proverbio giapponese: "quando si apre il fiore la farfalla arriva, ma allo stesso tempo quando la farfalla arriva si apre il fiore" (di fronte alla salma della giovane vietnamita, morta nell'incidente di cui ho parlato nei giorni scorsi, mentre pregavo le mie preghiere cristiane insieme ai buddisti, potevo comprendere ancor di più l'amicizia tra don Giussani e il professor Shodo Habukawa che aveva usato questo proverbio giapponese per spiegare la sua amicizia con il sacerdote cattolico italiano).
Questa tenerezza dell'amore gratuito viene distrutta da ogni "finalità politica", fosse anche per una causa giusta (per esempio la valorizzazione della donna nella Chiesa).
Padre Spadaro SJ, seguendo Papa Francesco, giunge all'idea del tramonto dell'Occidente cristiano come "risorsa teologica" e non come "tragedia" alla scuola di uno dei grandi maestri gesuiti di filosofia, Padre Erich Przywara SJ.
Cosa è in gioco? La definizione della Chiesa, non come garanzia dei ceti dominanti, anche quando questi si "vendono" come "tradizione cattolica, popolare e riformatrice", ma una Chiesa che vuole incontrare Cristo, che è stato ammazzato fuori dalla città, come l'Agnello macellato, che non macella nessuno (cfr. il mio articolo del 2004 nella "Communio americana", su una riflessione cristiana in tempo di guerra).
Padre Balthasar disse che non scrisse mai nulla di filosofia che non fosse stato influenzato da Padre Przywara - l'aver presentato un padre Balthasar "tradizionalista" è stato forse uno degli elementi più deleteri della sua ricezione italiana, che tra l'altro è stata gigantesca e di cui sono riconoscente. Il gigante della teologia cattolica del ventesimo secolo non ha mai avuto alcuna simpatia per movimenti identitari e tradizionalisti che gli hanno augurato la morte e l'inferno fino all'ultimo giorno della sua vita. E ciò che più gli stava davvero a cuore, la comprensione del "descensus ad inferos" di Adrienne von Speyr, è stato bloccato (almeno si è provato a farlo) proprio da questi movimenti tradizionalisti che vedono una donna, Adrienne, che è stata sposata due volte come il fumo negli occhi. Come conciliare con la loro visione del mondo clericale e maschiocentrica che sia proprio una donna ad aver messo il dito nel cuore più profondo di Cristo, morto e disceso all'inferno, per amore gratuito?
Ora quello che io ho imparato nella vita dai due grandi maestri svizzeri è sceso al trono di Pietro con l'intenzione - del cielo - di smantellare questo trono a puro servizio degli uomini. In dialogo con altri grandi pastori cristiani, come dimostra l'avvenimento gigantesco ecumenico del Papa sull'isola di Lesbo (con il patriarca ecumenico Bartolomeo e l'arcivescovo Hieronimus II) e a Cuba (con il patriarca di tutta la Russia Kyrill ).
È salito sul soglio pontificio un papa che sa parlare a Yad Vashem a Gerusalemme ed avere il rispetto del mondo islamico. Un papa che potrebbe arrivare addirittura nella Cina di Xi Jinping. Un papa che non si serve di nessuna "narrativa della paura"; un papa, come testimoniano i suoi amici, per esempio Lucio Brunelli, che già dal tono della sua voce, di fronte ai disastri del mondo, ha "sgomento" e non "invettiva". Anche il mio post sullo scandalo planetario sul sesso nella Chiesa cattolica ha a che fare, nel profondo, con lo sgomento e non con l'invettiva. Uno sgomento libero da ogni complesso antiromano. Dal più profondo del cuore so cogliere nel giuramento cardinalizio di essere disposto a difendere il Papa con il proprio sangue, uno dei momenti più sublimi delle varie cariche cattoliche.
Non è un caso che nelle esperienze mistiche di Adrienne, descritte nel libro "croce ed inferno" da Balthasar non ci siano "persone" (come nel caso di Dante), ma solo "vestigia" del peccato. Non è un caso che chi prenda sul serio la discesa negli inferi di Cristo, non può che ritornare alla verità evangelica più autentica, quella dell'amore per i nemici, che fa dire al Papa che anche terroristi sono "povera gente criminale". Cristo, che Papa Francesco, vuole rimettere nel centro dell'attenzione del mondo e della Chiesa, ha davvero redento il mondo fino dentro al disastro dell'inferno stesso.
Chi conosce la potenza del "bugiardo" "non può che porre una forte resistenza alla fascinazione per il cattolicesimo come garanzia politica". Gloriose vestigia, pilastri di argini al declino, non possono fermare la battaglia di Lucifero contro la Chiesa che non può essere "confusa", anche se è "legata", a determinate costellazioni politiche (di fronte a Cristo siamo tutti cattivi o molto cattivi). Contro le vestigia dell'inferno ci può salvare solo Cristo, non come misericordia posposta al nostro lavoro, ma come l'unico lavoro da fare.
Un lavoro che possiamo fare poi in dialogo con tutti i tentativi politici che vogliono servire il bene comune dell'uomo.
Qui in forma video:
https://www.youtube.com/watch?v=8NsJepQTgak&t=182s
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